Siamo nel pieno della confusione che caratterizza la Mostra del Cinema di Venezia, con star che corrono per la strada inseguendo stylist e memorizzando le frasi, mentre i giornalisti come me cercano di incastrare proiezioni, scrittura e contenuti vari. Nessuno è tranquillo, ma nell’aria si respira elettricità. É qui che si fa la storia del cinema, è qui che si vedono alcuni fra i titoli dell’anno. Ed è qui che si ha, occasione imperdibile, l’opportunità di parlare coi protagonisti. Ecco perché acchiappare Valeria Solarino, anche in pochi minuti, tra un pranzo e una passerella, è un onore.

Quando ci incontriamo, lei è arrivata da pochissimo eppure è calma e magnetica. Saluta tutti con il sorriso caloroso che la caratterizza, dispensa consigli e racconta aneddoti, si fa voler bene come quando è sullo schermo. É qui per presentare (im)perfetta, il cortometraggio Rai Cinema (realizzato in collaborazione con la Polizia Postale) che racconta di Elena (Federica Franzellitti) e del suo percorso alla ricerca della perfezione. Tra guru dei social, amiche che non riescono ad aiutarla e una madre (Valeria Solarino) che si trova separata a lei da un vero e proprio muro, le sfide di Elena (e le sue insicurezze) sono quelle di tutte le coetanee. Che possono essere temporanee e formative, come nel caso del cortometraggio, ma anche avere risvolti pericolosi. Ne abbiamo parlato insieme, in un’intervista senza filtri e senza tabù.

Valeria Solarino, dire addio alla perfezione

Foto di Ivana Noto

(im)perfetta è un di quei film che si guardano con un sorriso amaro: quanto mi avrebbe fatto bene averlo dieci anni fa! Si parla di bellezza, insicurezze, standard irreali: anche tu sei stata una ragazza insicura?

«Molto insicura! Ma la fortuna che ho avuto è di non essere stata adolescente nell’era social. Mi confrontavo con tutte, come è normale, e le ragazzine che invidiavo erano quelle della mia classe o della mia scuola, al massimo del mio quartiere. Invece oggi le ragazzine si confrontano con il mondo intero attraverso i social, e questo è devastante. Ci sarà sempre una che che ti farà pensare che tu non sei abbastanza, che non sei bella come sei. E questo è di per sé un dramma, poi si aggiunge il fatto che attraverso questi strumenti si vive chiusi in se stessi, cioè ci danno l’illusione di comunicare col mondo, ma in realtà non stiamo comunicando con nessuno.

Stiamo cercando di aderire a qualcosa che non ci appartiene. C’è un momento, secondo me, molto bello nel corto dove la mamma, il personaggio che io interpreto, dice alla figlia “Se hai la pancia e non ti piace, parliamone”. Che è una cosa molto importante, perché anche dire solo “Sei bella così” a una ragazzina che ha un problema con se stessa non porta davvero a risolverlo. Dobbiamo cercare di capire veramente se è un problema e nel caso fare di tutto per essere la versione migliore di noi stessi. Ma non la versione migliore di tutte o quella più vicina a qualcosa che ha detto (o imposto) qualcun altro. Perché i canoni di bellezza, basta guardare alla storia, cambiano di epoca in epoca, quindi vuol dire che non esistono!»

La bellezza in ognuna di noi, e l’importanza di accettarsi

Secondo te è importante che da generazione a generazione ci sia uno scambio per affrontare le insicurezze?

«Sì, sicuramente è importante. Il problema oggi è che la generazione dei genitori non è nativa digitale, mentre i ragazzini e adolescenti di oggi lo sono. C’è proprio uno scollamento. Ma io confido molto in questa questa generazione: lo vedo in tutte le le proteste, nel loro cercare di affermare la loro identità, anche attraverso il discorso dell’identità di genere. Spesso i ragazzi si lamentano che non ci siano corsi, che non ci sia attenzione, ma perché sono loro che per primi ci hanno aperto gli occhi su questi temi. Secondo me sarà la prossima generazione a risolvere tanti snodi che noi non siamo in grado di superare adesso».

Foto di Ivana Noto

In (im)perfetta si tratta soprattutto del tema dell’insicurezza legata alla bellezza, caratteristica che per le donne comunque è ancora un requisito. Tu che rapporto hai con con il tuo corpo?

«Allora, diciamo che io ho sviluppato un rapporto col mio corpo in relazione alla funzionalità perché sono stata una sportiva. Per me e il corpo era funzionale: giocava pallacanestro e soffrivo del fatto che avevo le caviglie sottili, quindi molto spesso prendevo le storte che mi dovevo fasciare. Ho sempre considerato le caviglie sottili un difetto, perché quelle più grosse erano più resistenti. Il polpaccio affusolato che molte donne mi invidiano io lo odiavo: saltavo meno delle altre!»

Ci sono insicurezze che ti porti ancora dietro?

«Negli ultimi anni ho raggiunto anche io la consapevolezza del fatto che che la cosa che conta davvero è stare bene con se stessi: essere centrati, cercare di migliorarsi, sia interiormente che esternamente, ma per quello che siamo e non pensando a canoni imposti. L’obiettivo dev’essere diventare la miglior versione di noi stessi, e basta».

Le responsabilità del cinema e dell’arte

Foto di Ivana Noto

Questo corto tratta di un tema importante, ma qui a Venezia stiamo vedendo film e incontri incentrati sui temi sociali più discussi: dalla violenza alle manifestazioni, anche in questa cornice non si ignorano i problemi sociali. Secondo te, il cinema ha la responsabilità di guidarci?

«Sì, perché nel cinema avviene una cosa incredibile: ci si immerge nella vita di qualcun altro. Quando entro in sintonia con il personaggio che vedo sullo schermo, riesco a empatizzare con la sua vita, con i suoi problemi. Per questo il cinema è uno strumento molto forte, come lo è l’arte in generale.

Io l’ho provato sulla mia pelle, portando a teatro un monologo intitolato Gerico Innocenza Rosa. Trattava di identità di genere e io mi ricordo che tante persone alla fine dello spettacolo, anche se già avevano mente aperta ed erano informate, si sono rese conto di aver avuto criticità immotivate in passato. Alcuni venivano in modo scettico, ma dopo essersi trovati davanti a tutti gli effetti una persona, non solo un discorso astratto, qualcuno che ti comunica i suoi sentimenti, il suo disagio e il suo desiderio, non puoi che empatizzare.

L’arte è uno strumento potentissimo, e di certi temi importanti dobbiamo parlarne, scriverne, fare conferenze, ma è con la creatività che possiamo arrivare nel modo più più profondo».