Europei: i nostri “eroi” del calcio

Credits: Ansa
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di

Roberto Parodi

Un'opinione di:
Scrittore, giornalista e conduttore televisivo. Tre figli, inspiegabilmente ingegnere, vive a Milano...
Sui quotidiani dei giorni successivi a Italia-Germania, dove le notizie della nostra (per altro onorevole) sconfitta, stanno a fianco del dramma degli italiani in Bangladesh, leggo di queste scene ridicole dei nostri giocatori che piangendo si lamentano "nessuno si ricorderà di noi".

Sono veramente basito e per diversi motivi: primo per la reazione decisamente eccessiva visto che non siamo in finale ai mondiali, non siamo il povero (e grande) Robi Baggio che sbaglia "IL" rigore, ma siamo solo in un oscuro quarto di finale, in un campionato europeo, che passerà come l'acqua fresca in un mondo ferito che ha ben altri problemi.

Ma i giocatori della nostra nazionale, autoreferenziali e refrattari a tutto ciò che non sia tondo e debba essere buttato a calci in una rete, e blanditi da giornalisti che fanno approfondimenti di tre pagine su una loro improvvisa lombalgia, piagnucolano non per aver fallito il loro compito super pagato, non per aver deluso le aspettative di un popolo come quello italiano che (purtroppo per noi) è uso a trovar le proprie scarse soddisfazioni, nei risultati calcistici. No signori, questi miracolati, piangono perchè temono che "nessuno si ricorderà di loro".
Eh si, perché non gli basta quello che hanno già, e cioè il mestiere più bello del mondo, denaro, fidanzate bionde sugli spalti, fama e gloria. Nossignori, vogliono anche l'immortalità, vogliono essere tutti degli Dei dell'olimpo, e Pellè vuole essere Pelè.
Ed è per colpa loro? Forse no, la colpa è dei tifosi e dei media, che pur di vendere una copia in più e far su un migliaio di ascoltatori, inneggiano, analizzano, creano eroi o condannano reprobi.

E i nostri calciatori, a cui il fato, qualcuno finalmente lo dica, ha dato essenzialmente buoni piedi ma spesso non analoghe doti intellettive, sognano ciò che i media hanno reso possibile: l'immortalità, il mito, il fatto di essere ricordati in sempiterna memoria da tutti.
Un insieme di stupidità, presunzione ma anche di profonda mancanza di "educazione", intesa come quel principio, ormai sempre più raro, che ti insegna che tu non sei al centro del mondo ma che il tuo lavoro è un "servizio" che fai agli appassionati, alla tua patria, ai ragazzi che (ahimè) ti vedono come un mito da emulare. E allora le lacrime dei nostri Pellè-Pelè ci possono pure stare, ma devono essere per la delusione di non aver portato a termine un compito che qualcuno gli aveva affidato, per aver infranto i sogni di quei ragazzini che comprano le loro figurine e di quei camerieri italiani in Germania, che per qualche settimana dovranno sopportare qualche presa in giro in più dai loro clienti tedeschi. Questo è quello per cui dovrebbero piagnucolare.
Con queste premesse, per la loro immortalità, c'è ancora un bel po' da aspettare.
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