Il Premio Nobel per la chimica è dislessico

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Tiziana Pasetti

Il Nobel per la chimica 2017 è andato a un professore dislessico. Anche Einstein era dislessico. Ma sono eccezioni: l'importante è garantire ai ragazzi con questo disturbo dell'apprendimento un'inclusione sociale e scolastica serena

Jacques Dubochet (Premio Nobel per la chimica 2017, insieme a Joachim Frank e Richard Henderson) aveva 14 anni quando gli spiegarono che se andava male in tutte le materie c’era un motivo e che questo motivo aveva un nome: dislessia, disturbo dell’apprendimento. Un disturbo che il professore di biochimica riporta nel suo curriculum vitae: “Mi ha permesso di andare male in tutto, ma anche di capire quelli che hanno difficoltà”. 

L’importanza della scoperta (la microscopia crioelettronica, utile per determinare in alta definizione le strutture delle biomolecole”) è passata subito in secondo piano. La testimonianza dello scienziato svizzero (un altro dislessico, Albert Einstein, nel 1921 aveva vinto il Nobel per la fisica) ha commosso un po’ tutti, reso virale un Nobel in genere meno eclatante sui social rispetto a quello della letteratura e portato anche una ventata di ottimismo e buon umore nella ‘comunità’ di persone che da questo disturbo è interessata e con il quale è chiamata a confrontarsi ogni giorno facendo slalom virtuosi e vertiginosi tra mille difficoltà.

Ma, dopo aver letto decine di articoli euforici e colorati di speranza, forse è arrivato il momento di domandarci come va davvero accolta questa notizia. Per il professor Cristiano Termine, neuropsichiatra infantile, bisogna accogliere «questa notizia come un'occasione preziosa per parlare ancora e ancora di dislessia», disturbo che dipende dalle diverse modalità di funzionamento delle reti neuronali coinvolte nei processi di lettura, scrittura e calcolo; processi, e questo aspetto è necessario sottolinearlo sempre, non causati da deficit di intelligenza o psicologici. «Il problema è molto complesso e semplificarlo parlando solo dei dislessici positivi – anche se l’ottimismo non fa mai male – può portare ad una visione un po’ distorta perché chi vive tutti i giorni questo problema capisce che quelle delle persone come Dubochet sono le eccezioni, non la regola. Troppo spesso si sente adesso la parola dono associata alla dislessia, io in questo sono un po’ contrario».

E non esiste una regola o un segreto per essere dislessici e puntare, se non proprio al Nobel, almeno alla certezza del successo. «Le storie sono tante e variegate», spiega Termine, da anni tra le colonne portanti dell’Aid (Associazione Italiana Dislessia), «ma sono i fattori multipli che determinano l’esito del percorso di ogni persona: la maestra che hai incontrato, i genitori che hai, la tua struttura, il temperamento, la parte innata, quella che attraverso l’interazione con le esperienze, però, si può anche modificare. Bisogna mantenere il giusto equilibrio, è chiaro che il curriculum del premio Nobel è simpatico. I dislessici famosi esistono, li conosciamo tutti, ma non sempre le cose vanno così bene: bisogna fare chiarezza sulla natura dei disturbi, avendo insegnanti che siano in grado di riconoscerli tempestivamente e genitori sempre informati, aggiornati, attenti».

«Una difficoltà come quella di lettura, se non viene identificata e compresa nelle sue caratteristiche, non solo non porta al premio Nobel ma rende faticosissimo il percorso scolastico del bambino o ragazzo e accresce il rischio che persone dalle ottime competenze non vedano espresse le loro potenzialità. Bisogna fare attenzione ai semplicismi che vedono le persone che hanno la dislessia come se questa fosse una competenza cognitiva superiore alla media. Ci sono bambini dislessici che hanno buone dotazioni intellettive e altri che hanno dotazioni che non sono quelle da premio Nobel. Io ridimensionerei un po’ ma coglierei l’occasione per parlare di dislessia ancora una volta sottolineando questo aspetto: non è un destino di tutti i dislessici diventare un premio Nobel ma… questo non è un problema: a disposizione, ogni anno, ce n’è soltanto uno. Puntare ad una inclusione sociale e scolastica serena e non troppo faticosa mi sembra un premio molto più appetibile. Lavoriamo per far sì che ogni dislessico possa ottenere il suo».

Leggi anche il nostro progetto speciale sulla dislessia 

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