I primi campanelli di allarme risalgono a qualche anno fa. Nel 2015 si era ipotizzato che la soglia di attenzione non superasse ormai più gli (appena) 8 secondi. Di recente un sondaggio americano ha confermato questo dato, che preoccupa: oltre alle difficoltà a concentrarsi, infatti, si accompagna a più stress, ansia, mancanza di sonno e stile di vita meno sano.
Sondaggio USA: la capacità di concentrazione media è di 8 secondi
L’indagine, condotta su un campione di 1.000 adulti negli Stati Uniti, è stata commissionato dal Wexner Medical Center e dal College of Medicine dell’Ohio State University. Ha confermato come si sia ridotta la capacità di mantenere l’attenzione a soli 8 secondi. Si tratta dello stesso tempo medio emerso da uno studio del 2015, che aveva paragonato la concentrazione media degli adulti a quella di un pesciolino rosso.
Smartphone, sonno e stress: chi riduce davvero la concentrazione
Tra i motivi indicati dai partecipanti al sondaggio è presente l’uso massiccio di device, ma non solo: al primo posto, infatti, risultano esserci ansia e stress (43%), seguiti dalla mancanza di un numero adeguato di ore di sonno (39%) e, solo come terza causa, smartphone e tablet e, in generale, l’essere online per molte ore al giorno. «Questo tipo di indagini viene effettuato con una metodologia differente rispetto agli studi scientifici, ma il fenomeno merita attenzione, soprattutto quando interessa i ragazzi, sia perché fanno un uso importante di device, sia perché il loro è un cervello in via di sviluppo», spiega Elena Tenconi, psicologa, psicoterapeuta che lavora in Clinica Psichiatrica presso l’Azienda-Ospedale Università di Padova, dove è anche docente.
Perché oggi fatichiamo a concentrarci?
Gli altri motivi che ridurrebbero la capacità di concentrazione sono la mancanza di interesse per ciò che si fa (da cui deriva lo stimolo continuo offerto dai social per mantenere connessi gli utenti) o, all’opposto, il multitasking: «I giovani che trascorrono molto tempo connessi sono sottoposti a un’offerta di contenuti che si sussegue cercando di mantenere vivo il loro interesse – spiega ancora l’esperta – I rischi potenziali sono un aumento dello stress e una difficoltà a mantenere l’attenzione, che invece va allenata. Il luogo ideale dove si impara questa capacità è la scuola, ma ci si dovrebbe “allenare” anche a casa, ad esempio con la tecnica del pomodoro».
Allenare la memoria con la tecnica del pomodoro
«Un recente studio australiano conferma una riduzione della capacità attentiva, già dopo pochi minuti online. Queste ricerche ci dicono che ad essere coinvolti sono processi neuroscientifici complessi: per evitare possibili effetti negativi sullo sviluppo cognitivo dei giovani, quindi, occorre un po’ di accortezza. Non significa bandire del tutto i device, ma adottare precauzioni, come il ricorso appunto alla tecnica del pomodoro: consiste nel dedicarsi a una sola attività, per esempio lo studio, per 25 minuti, per poi concedersi 5 minuti di pausa, e ricominciare. Anche il recente bando dell’uso degli smartphone a scuola va in questa direzione, ossia creare degli spazi liberi dall’uso di smartphone».
L’information overload affatica il cervello
Secondo altri studi la società moderna porta a vivere in una costante condizione di “information overload”, ossia un sovraccarico informativo: si ricevono troppi input, che costringono a un’accelerazione dei processi mentali, che a sua volta porta a iperattività, ma a scapito della capacità di analisi (e talvolta comprensione) di ciò che si legge o si fa. Uno studio, già diversi anni fa, mostrava come oggi la quantità di informazioni che una persona riceve in media in un anno è pari a quella che un uomo del Medioevo riceveva in una vita intera. Segno che tutto corre più veloce, a discapito della profondità. La neurostimolazione è tale da affaticare sia le capacità intellettive che emotive. Per questo si parla di “Information Fatigue Syndrome” e “Information Anxiety”.
Il rischio di nuova ansia (e depressione)
In entrambi i casi si crea stress, per la difficoltà nel dover fronteggiare una grande quantità di informazioni, nozioni e stimoli. Secondo Richar Saul Wurman, che per primo ha coniato il termine, l’ansia da informazione altro non è che “il prodotto del sempre più ampio divario tra ciò che capiamo o quello che pensiamo di capire. È il buco nero tra i dati e la conoscenza”. In questo quadro gli esperti inseriscono l’aumento di disagio e problemi di salute mentale, che possono portare anche a depressione.
L’eccesso di stimoli può minare la salute mentale
«Il sistema nervoso può essere sicuramente messo a dura prova, ma il tipo di risposta dipende da molti fattori, come l’età, la quantità di informazioni e tempo trascorso online, il tipo di contenuti ma anche le singole caratteristiche e abitudini di vita: alcune persone possono essere più vulnerabili, per predisposizione genetica, arrivando anche a stati di ansia o depressione. A influire possono anche essere stili di vita scorretti, tra cui una igiene del sonno non corretta», spiega Tenconi.
Stile di vita e concentrazione: il ruolo di sonno, movimento e alimentazione
Sulla capacità di contrazione influiscono anche i cosiddetti fattori ambientali, come la dieta sbilanciata, la scarsa attività fisica e un sonno non adeguato. «Un riposo non sufficiente, in quantità e qualità, può sicuramente avere un effetto negativo: occorrerebbe seguire il ritmo circadiano», conferma la psicoterapeuta.
L’importanza del sonno per la concentrazione
Che riposare sia importante per avere una migliore concentrazione è noto da tempo: va tenuto conto non solo del quantitativo di ore dormite, ma anche della qualità del sonno e della fascia oraria in cui si dorme: «Andare a letto alle 3 del mattino e restarci fino al primo pomeriggio non dà lo stesso tipo di beneficio che dormire dalle 9 o le 10 di sera fino alle 7 del mattino. Ma è importante anche il giusto movimento fisico: le aree che vi sono preposte, infatti, sono vicine a quelle attivate per l’attività cognitiva e la memoria, così come a quelle deputate alla sfera affettiva, dunque c’è un legame con il tono dell’umore», sottolinea l’esperta.
Conta anche l’alimentazione
Infine, un fattore da non trascurare è l’alimentazione: «I fabbisogni nutrizionali cambiano a seconda del tipo di attività compiuta. I carboidrati, per esempio, sono fonte di energia e il nostro cervello ha bisogno del giusto apporto di glucosio per un corretto funzionamento. Attenzione, quindi, a che i pasti siano regolari, non troppo distanziati tra loro e che non escludano i carboidrati, come invece avviene in diverse diete di moda di recente», conclude Tenconi.