Viviamo con l’illusione del multitasking, alle prese con un sovraccarico di pensieri che mette a dura prova il nostro cervello. Il nostro stile di vita quotidiano, infatti, non permette di pensare in modo più approfondito, bombardati come siamo da informazioni continue. Il risultato è un “boicottaggio” da parte del cervello stesso, che si difende ricorrendo a bias cognitivi, errori come l’”effetto carrozzone” o “l’illusione dello schema”. A spiegare di cosa si tratta è Francesco Russo, consulente di marketing e comunicazione per aziende italiane ed estere, esperto di economia della distrazione.
Perché viviamo sempre sotto stress mentale?
Il multitasking non esiste, ormai abbiamo imparato a capirlo. «È un’illusione del nostro cervello», spiega Russo, che parte proprio da questa considerazione nel suo libro Burattini per scelta, con un sottotitolo altrettanto chiaro: Difenditi dalla manipolazione e riempi di significato la tua vita grazie alla consapevolezza (Dario Flaccovio Editore). In qualche modo il cervello ci inganna, «stimolandoci a vivere in una condizione di “attenzione parziale continua”, per poterci ricompensare con le endorfine e con la dopamina, con la conseguenza però di riempirci di adrenalina e di cortisolo». In altre parole: stress.
Sovraccarico cognitivo: cosa succede al cervello quando riceve troppe informazioni
«Oggi sta venendo sempre più a mancare la capacità di concentrazione e attenzione. La velocità con cui si vive porta ad arrivare a fine giornata con la sensazione di aver corso tutto il giorno, senza però avere la piena consapevolezza di cosa si è fatto – spiega Russo – Il cervello, infatti, ha limiti biologici e, di fronte all’eccessiva velocità con cui la realtà ci spinge a vivere, lavora in modo rapido, ma più superficiale. Si tratta di una modalità istintiva, che apre la strada a una serie di bias, ossia “scorciatoie cognitive”, che però di fatto sono per lo più errori di valutazione».
Cosa sono i bias cognitivi?
Di fatto i bias conducono alla valutazione delle situazioni «in modo superficiale e automatico, dovuto al fatto che si sta perdendo l’allenamento a fermarsi a pensare. Per esempio, se si diffonde l’idea che a Milano ci sono gli alieni, invece che riflettere per capire se si tratta di una burla o di una trovata pubblicitaria, si tende a fuggire. È un pensiero molto istintivo sul quale, però, si può far leva per manipolare il pensiero di massa. La mole di informazioni che siamo costretti a processare ogni giorno, infatti, ci porta a vivere costantemente in uno stato di sovraccarico cognitivo, che toglie il tempo per valutare autonomamente le informazioni», sottolinea Russo.
Come i social e lo smartphone alimentano il sovraccarico cognitivo
A tutto ciò contribuiscono i social, anche se non solo gli unici responsabili: «Tutti i dispositivi digitali alimentano la condizione di sovraccarico, ma è soprattutto l’uso dello smartphone a influire maggiormente, perché condensa tutte le funzionalità degli altri device. I cellulari, con i loro stimoli visivi e uditivi, stimolano i bias che portano a comportamenti e pensieri superficiali. Questo non significa non usarli, come scrivo anche nel mio libro, ma farlo con maggiore consapevolezza e intelligenza: servirebbe quasi l’aiuto di un “patentino” per un utilizzo migliore, anche per il benessere individuale, oltre che per evitare che gli utenti diventino vittime di strategie di manipolazione».
Perché le donne rischiano di più il sovraccarico mentale e cognitivo
Tutti sono potenzialmente e concretamente esposti al rischio di bias, senza grandi distinzioni tra generazioni o età, perché ormai l’uso di smartphone e la fruizione di social coinvolge chiunque, come spiega Russo: «Tutti possiamo attraversare momenti in cui siamo analfabeti funzionali: quando il cervello è in sovraccarico cognitivo, è più manipolabile o vulnerabile. Le donne, però, sono più a rischio perché portate maggiormente (o costrette) a occuparsi di più cose contemporaneamente: non solo il lavoro, ma anche la casa e la famiglia. Qualcosa sta cambiando nella distribuzione dei carichi, ma ancora adesso sono loro le più soggette a esaurimento».
I bias cognitivi più comuni che influenzano le tue decisioni
Il bias di conferma
Tra i bias più frequenti c’è quello cosiddetto “di conferma”: «È un meccanismo mentale che ci porta a cercare, selezionare e interpretare le informazioni in modo da confermare le nostre convinzioni preesistenti, ignorando o sottovalutando ciò che le contraddice – chiarisce Russo – Più siamo convinti di conoscere un argomento, più tendiamo a filtrare i dati disponibili per rafforzare le nostre idee, alimentando stereotipi e pregiudizi. Anche quando leggiamo o guardiamo un contenuto, ad esempio, rischiamo di vederci solo ciò che vogliamo vedere, piegandolo alle nostre credenze».
L’illusione dello schema
«Avviene quando siamo portati a riconoscere schemi anche in sequenze di eventi completamente casuali. Il nostro cervello è evolutivamente programmato per individuare connessioni e pattern al fine di sopravvivere. Vediamo, quindi, relazioni e regolarità anche quando non esistono, come nel caso dei numeri “ritardatari” del lotto, o quando attribuiamo significati a forme casuali, come un volto scolpito nella corteccia di un albero. Per superarlo – consiglia l’esperto – serve allenare la mente a distinguere tra correlazione e causalità, evitando conclusioni affrettate».
Il bias dell’influenza
Anche in questo caso a venir meno è la razionalità, a vantaggio invece delle emozioni, che spingono a comportarsi in base alle proprie preferenze: ad esempio, dopo aver acquistato un’auto, iniziamo a notarla ovunque. Un altro esempio tipico è l’“ancoraggio”: confrontiamo ogni nuova informazione con quella precedente, anche se il confronto non è del tutto logico o oggettivo. Questo meccanismo viene spesso sfruttato nel marketing e nei social network per manipolare le percezioni e guidare le scelte», spiega Russo.
L’effetto carrozzone o “bandwagon effect”
«In questo caso si è portati ad avere opinioni o prendere decisioni semplicemente perché lo fanno anche gli altri. Alla base c’è il nostro bisogno profondo di appartenenza: sentirsi parte di un gruppo ci fa sentire più sicuri, accettati e “nel giusto”. Ecco perché seguiamo le mode, votiamo come la maggioranza o acquistiamo ciò che è di tendenza. Le classifiche, i bestseller, i sondaggi, ma anche le recensioni online sono strumenti che rinforzano questo effetto. Si crea così un circolo vizioso: più persone fanno una scelta, più quella scelta sembra giusta e viene replicata», spiega Russo, che da esperto di economia della distrazione spiega anche come ridurre la dipendenza dal mondo digital e trovare un equilibrio nella vita frenetica di tutti giorni.
Strategie pratiche per ridurre il sovraccarico cognitivo e vivere meglio
La parola d’ordine è «rallentare, abbandonare l’idea del multitasking. Spesso durante le mie lezioni mostro come occuparsi di una cosa alla volta, ma bene, implichi meno tempo rispetto al tentativo di farne tante insieme. In concreto può aiutare il fatto di tenere il cellulare in modalità silenziosa o “non disturbare” mentre si è impegnati in un’attività. Come ripeto spesso, a meno di non essere un medico che deve salvare vite umane, non è necessario controllare il cellulare di continuo: lo si può fare ogni due ore o in momenti predefiniti», sottolinea Russo.
La mente vagante: perché è importante prendersi pause senza stimoli
È anche importante avere dei momenti di pausa, non solo fisica, ma soprattutto mentale: «Fare una corsa nel parco a fine giornata o una camminata in pausa pranzo possono essere utili, purché non si finisca con il tenere il cellulare in mano, controllandolo o rispondendo a messaggi e chiamate. Devono essere momenti di wondering mind, di “mente vagante”, senza pensieri, in modo da aprirsi alla creatività, rigenerarsi e smaltire le informazioni in eccesso che si sono accumulate».
Come rigenerare il cervello e ritrovare la concentrazione
«Certo, se l’attività in questione piace, come quella sportiva o artistica, sarà un’ottima occasione per ricaricare le energie positive del cervello, che poi diventano il nostro sistema immunitario rispetto a uno stile di vita che non è a misura d’uomo – conclude l’esperto – In altre parole, va sfatato il mito di dover far tutto e sempre, rivalutando anche il riposo, compreso quello notturno: non è un caso che sia in aumento il consumo di prodotti che aiutano a dormire meglio. Purtroppo i disturbi del sonno sono aumentati e sono un segnale di malessere. Il cervello ha bisogno di dormire, non solo nella giusta quantità, ma anche bene».