Ti è mai capitato di rispondere «Ma certo, figurati, nessun problema» mentre dentro di te tutto urlava il contrario? Di rimuginare ore su un messaggio visualizzato per il quale non hai ricevuto risposta? Di tornare a casa dal lavoro esausta, per lo sforzo di essere sempre disponibile, sempre gentile, sempre “sul pezzo”? Se la risposta è sì, non sei sola. Si chiama fawning – dal verbo inglese to fawn (adulare, scodinzolare) – ed è la tendenza cronica a compiacere gli altri, a scapito dei tuoi bisogni.
Pensi sia gentilezza? Non lo è: è una strategia di sopravvivenza imparata da bambine, quando essere “brave” significava sentirsi al sicuro, ma ora, da adulte, diventa una prigione fatta di rancore e della sensazione di non sapere più chi siamo davvero. Meg Josephson, psicoterapeuta e autrice del bestseller Non devi piacere a tutti (Corbaccio), è la prima ad aver portato questo tema all’attenzione del pubblico. Nel libro racconta dei suoi pazienti e di aver anche vissuto il fawning sulla sua pelle. L’abbiamo intervistata.
Intervista a Meg Josephson, il fawning è una pratica diffusa
Cosa ha scoperto lavorando su questo tema come terapeuta?
«La cosa più impressionante è stata rendersi conto quanto è diffuso questo problema. Non mi ero mai resa conto di quante persone si chiedano costantemente se l’altro sia arrabbiato con loro, finché non sono diventata terapeuta. La seconda cosa che mi è stata chiara è che molte di noi hanno imparato fin da piccole che c’è qualcosa di profondamente “sbagliato” in loro. La vera guarigione però è imparare ad accogliere, non a correggere, quelle parti di noi che sono state ferite».
Ma come si distingue il fawning dalla semplice gentilezza? Quando prendersi cura degli altri smette di essere una virtù e diventa autodistruzione?
«L’elemento chiave è la disconnessione da se stesse: il nostro stato d’animo non corrisponde al nostro comportamento. Sorridiamo e diciamo sì, mentre dentro ribolliamo di risentimento. Mi piace chiedere alle mie pazienti: “Siete davvero gentili, se vi sentite infastidite dall’atto di gentilezza che state compiendo?”. Il risentimento è il segnale più onesto che stiamo adulando, che ci comportiamo in modo gentile solo per essere percepite come tali».
Perché sono soprattutto le donne a cadere in questa trappola? Quanto pesa il mandato culturale della “brava ragazza”?
«Tanto. Fin da piccole veniamo lodate quando siamo tranquille, accondiscendenti, remissive e questo si riversa nell’età adulta. Il problema è che, tra le quattro risposte alla minaccia – fight (lotta), flight (fuga), freeze (paralisi) e fawn (compiacimento) – l’ultima è l’unica per cui veniamo premiate socialmente. E così diventa la nostra reazione predefinita (con tanto di ricompensa esterna) a qualsiasi conflitto o disagio».
Occhio ai campanelli d’allarme
Quali segnali devono farci accendere un campanello d’allarme nella vita quotidiana?
«Fate attenzione se evitate i conflitti e mettete a tacere le vostre opinioni solo per compiacere. Se rimuginate sulle piccole interazioni sociali per paura di essere viste come “cattive”. Se dite sempre sì, ma poi vi sentite esauste e piene di risentimento, con voglia di isolarvi. Quella stanchezza non è debolezza: è il sistema nervoso che manda un messaggio preciso».
Il collega che interrompe in riunione, l’amica che chiede di badare al cane per il quarto weekend di fila, il fratello che chiama alle tre di notte per chiedere soldi. Come si impara a mettere dei confini senza sentirsi in colpa?
«Quel senso di colpa fa parte del processo di guarigione: cerca di proteggerci dal deludere qualcuno. Vale la pena chiedersi: mi sento in colpa perché sto facendo qualcosa di sbagliato o perché sto facendo qualcosa di nuovo? Siamo predisposte a temere le novità, quindi spesso quel disagio è solo il segnale che stiamo, finalmente, scegliendo noi stesse».
Fawning: i segnali “fisici”
Lei scrive che il corpo sa prima di noi: reflusso gastrico, capelli che cadono, insonnia cronica… Quanto spesso le sue pazienti arrivano in studio con un problema “fisico” perché è il fisico che dice le parole che loro non riescono a dire?
«Molto spesso. Il fawning ci disconnette da noi stesse, al punto che molte non hanno le parole per descrivere ciò che sentono. Le emozioni represse e i traumi non elaborati comunicano quasi sempre attraverso il corpo. L’ho visto in me prima ancora che nelle mie pazienti».
Un consiglio del libro è rispondere “grazie” quando qualcuno si scusa, invece del classico “ma figurati, non è niente!”. Quali altri micro-cambiamenti quotidiani possono fare davvero la differenza?
«Il consiglio più importante è fare una pausa. Prima di dire “sì”, rispondere “ci penso e ti faccio sapere”. Invece di richiamare subito qualcuno, finire quello che stavamo facendo. È una pausa che ci dà lo spazio per agire in modo onesto, non reattivo. E poi: smettete di inventare scuse. Se non potete partecipare a un evento perché siete stanche, ditelo. La scusa ci sembra più gentile, ma è un altro modo per non stare nella verità».
Con i social, il fawning peggiora
Il termine fawning è stato coniato dallo psicoterapeuta Pete Walker nel 2013 per descrivere la quarta risposta del sistema nervoso al pericolo. Dopo attacca, fuggi e resta immobile, ora c’è compiaci! Una risposta molto contemporanea, amplificata da quello che i social stanno facendo al nostro cervello: ci allenano ogni giorno a cercare approvazione, a misurare il nostro valore in like e reazioni come a temere il giudizio altrui.
Un bestseller ricco di consigli
