«Ci faremo uccidere. O, peggio, espellere!». A dirlo era Hermione Granger nel primo capitolo della saga di Harry Potter, e in queste poche parole mi sono sempre rivista. Più del pericolo, più della vera trasgressione, a farmi paura è sempre stata la possibilità di perdere il titolo di “quella brava”. Non sarò certo la prima sorella maggiore ad aver ricevuto l’etichetta imposta insieme alla prima tutina da neonata, eppure credo che ogni donna in qualche misura debba rapportarsi con la bravura. Forse non tutte siamo state brave a scuola e a casa, ma non ci è mai concesso di essere veramente ribelli. E queste imposizioni ci plasmano, rendendoci lavoratrici instancabili, madri ansiose, eterne prime della classe che immancabilmente finiscono per aspettare per tutta la vita una pagella piena di 10 che non arriva mai.
Essere brave, fare le brave, e aspettarsi gratitudine
Lo vedo in ufficio quando si fanno le gare a chi scrive la prima email o ci si offre volontarie per fare qualcosa di assolutamente inutile; lo vedo con le amiche quando si cerca di fare bella figura con l’ultima ricetta imparata o lo “scatto” di carriera. Quanto ci costa dirci a vicenda che siamo brave (non lo facciamo quasi mai), quanto agogniamo tutte quante questo titolo! E, in fondo, cosa speriamo di ottenere dopo?
Sulla “piacioneria” come meccanismo sociale e politico si è interrogata Astri Matti, astrologa transfemminista che dedica appuntamenti settimanali in newsletter a riflessioni senza confini tra astrologia, vita quotidiana, emozioni. «Questa spinta a intervenire, a sistemare, a farsi utile non nasce da un eccesso di bontà. È un’abitudine sedimentata, una risposta appresa alla paura di essere di troppo o di non essere abbastanza», scrive l’autrice.
Ci viene insegnata presto: se sei gentile, ti vogliono bene; se sei accomodante, ti tengono; se non dai fastidio, resterai.
A (chi) serve fare le brave?
«Così impariamo a farci leggere come brave, anche quando dentro c’è solo fatica. Col tempo quella disponibilità diventa identità. Il risultato di un addestramento sociale che attraversa il genere, il lavoro, la cura». Auto-regolarci per essere sempre disponibili, servizievoli ed efficienti è un servizio che facciamo a un sistema che, in fondo, non fa nulla per noi.
Ma a preoccuparmi di più è il processo di identificazione, quel continuo volerci vedere come “quelle brave” (o, peggio, quelle che vorrebbero essere brave e non lo saranno mai). Perché il pericolo di riconoscersi in una categoria che non può essere universale è quello di sentirsi perse una volta che se ne esce.
Possiamo dare sempre di più, ma arriverà il giorno in cui non riusciremo. Possiamo essere sempre disponibili, ma a un certo punto non lo saremo: avremo un impegno, un’emergenza, un imprevisto. In parole povere, un giorno o anche solo per un minuto, saremo costrette a non essere brave. Se non ci è mai capitato di prendere un brutto voto, attenderemo il giorno in cui verremo bocciate a un esame o ci vedremo cestinata una proposta sul lavoro. E allora dovremo fare i conti con quelle che siamo, imperfette, fallaci. Questa imperfezione ci spaventa tanto perché siamo inserite in un sistema dove chi non punta al massimo della produttività è inutile, ma vivere (e viverci) in questo modo non porta da nessuna parte. Se non a un’eterna insoddisfazione, a una vita passata a fare i conti con picchi di stress, calmanti, e nei casi peggiori esaurimenti e frustrazioni.
Liberarsi di questo titolo-fardello
L’alternativa non è l’anarchia. Non dobbiamo certo smetterla di rispettare le regole, ma non possiamo più vederci come robot che devono passare da un obiettivo all’altro seguendo i codici di programmazione.
In antichità, i Greci avevano due termini per parlare di vita: il primo era ζωή (zoé) – ovvero la vita “animale”, passata a rispondere agli stimoli del corpo per assicurare la sopravvivenza del corpo e della specie – e poi c’era la βίος (bíos), la vita degli esseri umani, che si interrogano sul mondo, sulla vita, e cercano di evolvere. Sono stati proprio loro, poi, a decretare che noi donne non fossimo fatte che per la zoé – e noi abbiamo passato millenni a provare che si sbagliavano. Non solo possiamo fare tutto quello che fanno gli uomini ma possiamo fare ancora di più, farlo meglio, impegnandoci solo di più.
Ma questa spinta non deve diventare una prigione.
Non possiamo più privarci della bíos, la vita “bella”, quella del sapere, del benessere, della realizzazione dei sogni. A costo di perdere l’unico titolo che per centinaia d’anni ci è stato consentito di ottenere, quello di “brave”, riprendiamo a vivere. E forse quel “brava” che ora sentiamo di doverci sudare così tanto, arriverà quando meno ce lo aspettiamo. Ci sorprenderà. E forse, dopo aver detto qualche no e dato qualche delusione, stupire con la nostra bravura – quella spontanea e genuina e non quella che sentiamo imposta – ci farà pure piacere.