Un tempo ero tutta d’un pezzo. Conoscevo la strada e la forza delle mie gambe. Non mi sporgevo da vertiginose altezze e non mi addentravo nelle profondità dei pozzi. Un tempo sapevo chi ero e quale fosse il mio posto nel mondo. Avevo la situazione sotto controllo e, se perdevo pezzi per strada, trovavo subito quelli di ricambio. Ultimamente invece l’ottovolante è diventato la mia cifra caratteriale e stilistica. Forse è colpa dei cambiamenti ormonali (Maledetta menopausa. Ciao estrogeni! Ciao progesterone! Stavamo bene insieme. Perché all’improvviso siete andati via?), forse è colpa dei figli che sono abitati da forze centrifughe che centrifugano anche me, forse è colpa del marito che non è più nemmeno lui uno sgarzolino, forse è colpa dell’incertezza che regna sovrana sulla mia vita.
Ormoni e sbalzi d’umore: una giornata tipo in menopausa
Alle sette del mattino il mondo è ancora in ordine è il titolo di un romanzo di Eric Malpass che lessi da ragazzina e ricordo delizioso. Peccato che non sia vero. Alle sette del mattino, dal mio ottovolante il mondo è inaffrontabile. Alle sette del mattino io vorrei piangere e liquefarmi sul materasso. Un’ora dopo però saranno gli zuccheri della prima colazione o una potente forza di inerzia – è uscito il sole, indipendentemente dal meteo. In corrispondenza del caffè delle dieci sono colta da euforia molesta ed energia dirompente: la produttività schizza alle stelle. Alle 11 mi prende un amore sfrenato per il prossimo e invio messaggi a contatti a caso in rubrica per riversare loro addosso estemporanee dichiarazioni di stima e imperituro affetto. L’umore dei venti minuti dopo dipende dal tenore delle loro risposte.
Intorno all’ora di pranzo mi spengo, perdo fiducia nelle sorti umane. Sono tentata dal ritiro sociale che sublimo con una lezione di yoga in streaming. La pratica mi galvanizza e mi mette fame. Mangio troppo, mi sento in colpa. Per tirarmi su ho bisogno di cioccolato. Mi sento ancora più in colpa.
Famiglia, figli e lavoro: il caos emotivo quotidiano
Chiusa in camera a lavorare sono sola e abbandonata. Molesto mio marito che è in videocall con un collega giapponese. Mi ignora. Importuno il terzogenito. «Non puoi giocare alla Play a quest’ora» «Cla, non vedi che sono nel chill?». Mi accorgo che il medio non è a casa e nessuno sa che fine abbia fatto. Prima di mandargli un messaggio prefiguro tragedie inenarrabili, per il gusto di farmi del male. Gli scrivo nel panico, mi risponde dal bagno.
Per il sollievo torno a lavorare. Ho una riunione su Zoom: i miei interlocutori mi sembrano molto più risolti e sani di me che ho le occhiaie e farnetico. A cena mi sento una chef stellata. Produco elaborati manicaretti che i figli sbranano in pochi secondi. Il primogenito ha ancora fame e si fa una pasta. Mi deprimo. Propongo al marito la visione di Emily in Paris. «Piuttosto le televendite». Sono colta da insensata euforia e Emily in Paris me la guardo da sola. Domani è un altro ottovolante, ops, giorno.