Compriamo quaderni di meditazione, seguiamo account Instagram di slow life, prendiamo integratori per rilassarci dando la colpa dell’insonnia alla menopausa o al capufficio. Poi, però, rispondiamo a una mail a mezzanotte perché “era urgente” e ci svegliamo alle 3 pensando alla lista di impegni della giornata: la spesa, il cane, i figli, il progetto che va consegnato a breve, le ferie da organizzare, l’aperitivo con le amiche che rimbalziamo da un anno. Siamo così abili ad applicare i concetti di multitasking e di overthinking da averne fatto uno stile di vita, una ruota che gira sulla modalità “perennemente online”. Esserci per tutti da una parte ci prosciuga, alzando l’ormone dello stress, dall’altra ci gratifica con scariche di dopamina, la “pillola” della felicità: ecco perché staccare, allontanandosi dalle abitudini nevrotiche contemporanee, è sempre più complicato.

Disconnessione in vacanza: perché è così difficile

Se è vero che sblocchiamo il cellulare in media 200 volte al giorno, altrettanto vero è che viviamo in una cultura in cui ci sembra di non fare mai abbastanza. Persino in vacanza. «Ci sono due attitudini molto femminili che portano alla difficoltà di staccare: la prima è l’ambizione al perfezionismo, quindi a voler essere sempre impeccabili al lavoro, a casa, nelle relazioni, il che crea sovraccarico» spiega Monica Bormetti, psicologa del benessere digitale e mindfulness trainer. «A ciò si aggiunge la tendenza ad avere alte aspettative nei propri confronti, a tollerarsi poco nei difetti. Per tutti poi, uomini e donne, è difficile cambiare. Quando siamo in un sistema di abitudini, di routine e di pressioni sociali che ci porta ad andare in una direzione, alzare bandiera bianca e dire “no, aspetta, io mi fermo un attimo, stacco, rallento” costa molto, perché richiede una fatica che non è solo pratica e riorganizzativa ma identitaria: devo imparare a non essere più la Wonder Woman o il Superman che arriva dappertutto. Devo dirmi che forse ho un pezzo di vulnerabilità, che è anche preziosa ma che non voglio ascoltare».

Staccare per breve tempo serve a poco

La sociologa americana Brené Brown l’ha ben descritto nel libro La forza della fragilità (Vallardi): facciamo fatica a confrontarci con la nostra parte più debole, vogliamo performare, eccellere, invece le connessioni più profonde, le esperienze più significative della nostra vita accadono quando noi quella vulnerabilità la viviamo e la attraversiamo. «Abbiamo costruito una società in cui tiriamo la corda per tutto l’anno e pensiamo che due, tre settimane di vacanza d’estate ci ricarichino» aggiunge Monica Bormetti. «Invece, come dimostrato nel documentario Le zone blu, i segreti della longevità (su Netflix, ndr) sui luoghi nel mondo dove c’è una maggiore concentrazione di ultracentenari sani, per vivere bene e a lungo bisogna avere un’attività costante ma non eccessiva. Lavorare quattro ore al giorno, anche oltre l’età pensionabile, fa meglio che dare il massimo in alcune fasce dell’anno e poi collassare sul lettino, al mare, per poche settimane. Non solo non ci ricarichiamo: in quel momento il nostro sistema immunitario va in uno stato di sovraccarico e non è strano che saltino fuori malanni che magari non ci siamo permessi di avere prima».

I continui stimoli anche in vacanza

La grande sfida è capire come inserire nella quotidianità dei momenti di ricarica, «ma soprattutto di riconnessione con noi stessi» nota Alessio Carciofi, docente universitario, consulente per aziende, autore di libri e podcast sul benessere digitale. «Il nostro cervello non è progettato per avere stimoli digitali continui e, quando sono troppi, va in affanno. A noi piace rispondere alle call, alle mail, ai messaggi subito ma, se abbiamo iniziato a processare tutto come urgente, cosa è veramente importante e cosa può aspettare? Viviamo in una modalità di reazione perenne anche in vacanza: per la prima volta dopo mesi ci ritroviamo con noi stessi e questo incontro può non essere molto piacevole, perché non siamo più capaci di guardarci e di andare in profondità. Così, ecco che torniamo nella ruota del criceto a controllare se qualcuno ci ha scritto o a cercare l’annullamento con i video dei gattini». Quali strategie, allora, potremmo adottare per limitare i danni e provare davvero a fare un detox dalle nostre cattive abitudini?

Buone pratiche di disconnessione da praticare tutto l’anno

Per Monica Bormetti bastano pochi micromomenti «in cui faccio un’attività in modo un po’ più rilassato, come una passeggiata o leggere un libro: ci sono ricerche che ci dicono che stare 20 minuti in un parco, anche cittadino, siano sufficienti per ricaricarsi». Un’indicazione condivisa da Alessio Carciofi: «Provate a stare nella natura senza misuratori di camminate, a tornare proprietari di una stanza che è dentro di voi. In termini neuroscientifici si chiama default mode network: avete presente quando siete sotto la doccia e vi viene un’idea geniale? Nel momento in cui riduciamo gli stimoli esterni abbiamo accesso alla creatività, alla gestione del problem solving. Per ridurre le distrazioni usate anche dei piccoli trucchetti come mettere le app che usate di più nella seconda schermata ed evitare di scrollare i social almeno per i primi e ultimi 14 minuti della giornata. Ma il vostro più grande viaggio nella riconnessione potrebbe iniziare stasera andando a buttare la spazzatura senza il cellulare, per creare un “effetto separazione”. In tanti mi dicono: “Ma lo sai che appena ho chiuso la porta dietro di me stavo davvero meglio?”».