Lo chiamano comfortable silence ed è un quarto magia e tre quarti superpotere. Prende forma quando si sta vicini senza sentire il bisogno di dire nulla né di fare qualcosa insieme. Serenamente, ognuno resta immerso nel suo: un libro, il telefono, un pisolino. Il relax è totale, il vuoto di parole e azioni non provoca disagio ma, anzi, rigenera e accorcia le distanze. Le persone con cui, nella vita, riusciamo a condividere questo lusso – che siano fidanzati o amici – sono poche. Possiamo anche smettere di frequentarle, ma dimenticarle è impossibile. «Riuscire a godere del comfortable silence è indice di grande intimità: dimostra che tra noi e l’altra persona si è creata una connessione profonda fatta di empatia e fiducia reciproca» spiega Maria Gabriella Scuderi, psicologa e psicoterapeuta sistemico relazionale a Messina.
Per capirsi basta un’occhiata, per rasserenarsi basta la presenza
Nonostante l’assenza di parole, quando il silenzio è “comfortable” percepiamo con chiarezza ciò che prova chi sta al nostro fianco. «Sappiamo, per esempio, che non è in imbarazzo e non si sente trascurato né offeso, e questo ci permette di allentare ogni tensione» chiarisce la dottoressa Scuderi. «Capita anche che l’altra persona ci sia grata (almeno quanto noi siamo grati a lui o lei) perché spesso parlare è stressante – specie dopo una giornata intensa, passata in mezzo alla gente – oltre a non essere sempre necessario». Soprattutto con il passare degli anni. «Alle coppie di lungo corso, che funzionano, basta davvero un’occhiata per capirsi: il comfortable silence diventa una forma di comunicazione e di presenza, un modo per dirsi “va tutto bene, sto facendo altro ma sono qui per te, se hai bisogno”». E infatti, nel silenzio, è facile accorgersi quando la persona al nostro fianco non sta bene o è preoccupata. La prossima volta che ti capita, facci caso: è come se si percepisse una sottile variazione di temperatura.
Quando il silenzio diventa segnale di disinteresse
Ovviamente il lato “bello e buono” del silenzio presuppone una certa familiarità. «È difficile che chi si conosce da poco riesca a trascorrere del tempo così insieme senza sentirsi a disagio, almeno un po’» osserva Scuderi. «All’inizio delle relazioni ci si aspetta dall’altro domande e chiacchiere perché prevale la voglia di conoscere e di farsi conoscere. La mancanza di parole viene vissuta come un segnale di disattenzione, chiusura e disinteresse». E succede rapidamente: secondo uno studio realizzato dalla piattaforma per l’apprendimento di lingue online Preply, durante una conversazione, può essere sufficiente una “pausa” di appena 6,2 secondi per percepire disagio. Ci si chiede cosa starà pensando l’altro, ci si sente giudicati. E la vicinanza fisica tende ad acuire l’inquietudine.
In ascensore, alla disperata ricerca di qualcosa da dire
È successo senz’altro anche a te, durante un percorso in macchina in compagnia di una persona con cui non sei in confidenza, di sentire la pesantezza del silenzio, insieme all’esigenza di trovare rapidamente un modo di riempire quel vuoto. La stessa cosa capita quando ti ritrovi in ascensore insieme a vicini semisconosciuti. «Il disagio legato al silenzio si somma al fastidio provocato dagli spazi angusti, che rendono inevitabile stare vicini, violando la distanza minima di sicurezza, che ognuno di noi percepisce come accettabile» suggerisce la dottoressa Scuderi. La fatica di scovare un argomento di conversazione rischia di farsi paralizzante. In genere si finisce per ripiegare sulle previsioni meteorologiche e/o si evita il contatto visivo, ci si finge indaffarati (rovistare nella borsa è un grande classico), ci si “schiaccia” agli angoli opposti della cabina.
Comfortable silence: chi sta bene da solo parte avvantaggiato
Ma torniamo all’inebriante comfortable silence. Ci sono partner e amici che lo conquistano dopo un certo periodo trascorso insieme e altri a cui viene spontaneo fin dall’inizio della frequentazione. «In questi casi, piuttosto rari, scatta una specie di colpo di fulmine tra individui che, solitamente, hanno una visione della vita e delle relazioni sovrapponibile, idee in comune e un’indole simile, che li porta a sviluppare un ottimo rapporto personale con la solitudine» precisa la psicologa. «Generalmente riesce a stare in comfortable silence con l’altro chi sta bene con se stesso e vive lo stare da solo come un’opportunità per ricaricarsi ma anche per mettere ordine tra i propri pensieri».
In un mondo gonfio di stimoli e rumori, è una rivoluzione
E cosa suggerire alle coppie che il silenzio condiviso non lo sopportano proprio? «Chi tende a riempire ogni spazio con parole, attività ed esperienze, tra cene con gli amici e uscite serali, forse sta cercando di nascondere – molte volte anche a se stesso – che l’intesa è in crisi: sceglie di stare in mezzo al baccano e ad altra gente per evitare di affrontare i problemi» afferma la dottoressa Scuderi. Per tutti gli altri, il suggerimento è superare l’eventuale imbarazzo iniziale e provare a stare zitti un po’ più spesso. In questo mondo iperconnesso, dove siamo tutti costantemente esposti a stimoli, parole e rumore di fondo, è una piccola-grande rivoluzione: uno spazio fertile dove si rinsalda l’intesa, si stimola la creatività e l’introspezione. Un’esperienza da provare.