La prima casella che riempio è sempre la più facile. Il numero si impone da solo, appena guardo la riga. Lo segno comunque con una certa cura, come se il gesto avesse un peso specifico. In fondo è l’inizio di un patto: io mi fido delle regole, la griglia mi dà una soluzione. Niente di personale, niente di negoziabile. Che sollievo, sapere che esiste un posto unico per ogni cosa. Un po’ come quelle stanghette dritte e rigorose che tagliavano le frasi nell’analisi logica al liceo, o un problema di geometria che esce giusto. Quella certezza che se segui le regole fino in fondo, il senso alla fine c’è. Il 3 va qui. Sicuro. E allora il 7 non può che stare qua.

Ho cominciato a fare sudoku in Riviera romagnola: l’edicola, la noia, la voglia di tenere le mani occupate senza “performare”. Ho capito che mi stava prendendo quando ho iniziato a dispiacermi del fatto che la Settimana Enigmistica ne contenesse uno solo. La mia matita veniva attirata lì prima ancora delle parole crociate con Cillian Murphy in copertina. Gravissimo. Poi ci sono tornata ogni sera, dopo che tutto si era calmato. Anche nelle sere d’inverno in cui mettersi a scrivere numeri in una griglia è la reincarnazione della tranquillità estiva, depurata però dal caldo asfissiante.

Fare sudoku è il mio modo di pensare senza pensare. Non che io abbia bisogno di nuovi pensieri. So già far valere benissimo da sola la mia cintura nera di overthinking, con una fedele tendenza a tornare sulle stesse cose finché non le ho consumate del tutto. Del sudoku adoro il fatto che non chieda creatività. Non devo inventare niente, non devo farmi venire idee geniali (non so voi, ma io ormai soffro di brainstorming-resistenza), non devo essere ispirata. Devo solo vedere quello che c’è: una forma di attenzione quasi chirurgica, e a me piace essere chirurgica! Se mi distraggo, perdo il filo e ricomincio da capo. Ho fiducia nei miei ingranaggi mentali: se sanno immaginare film degni di Christopher Nolan, sapranno anche contare fino a nove. Intanto il telefono si zittisce per un po’. E la lista delle cose da fare il giorno dopo si dissolve come zucchero nell’acqua calda. Rimane solo la griglia, il numero che manca, io e la mia matita rosa pastello.

Dalla meditazione scappo a gambe levate: crea troppo vuoto nella mia testa, e il vuoto per una che pensa troppo funziona come una tela bianca per un artista. Le passeggiate senza musica diventano presto un monologo interiore sulle mail in sospeso, sui piani che non hanno ancora una forma e sulle cose che aspettano ancora una risposta. Il sudoku riesce dove gli altri metodi falliscono perché mi occupa abbastanza da tenermi ferma, ma non abbastanza da stancarmi. La dose giusta di problema.

Anche se le regole del sudoku sono, oggettivamente, di una semplicità quasi ridicola. Rispetto ai rebus, a cui invece sono un po’ allergica, ha una “soglia di avvio” piuttosto bassa. Il primo numero, come dicevo, è gentile. Ognuno poi, dall’uno al nove, appare una sola volta per riga, una sola volta per colonna, una sola volta per quadrato. Nessuna clausola nascosta, nessun asterisco in fondo alla pagina. Ho invidiato questa chiarezza e riconoscerlo adesso mi sembra piuttosto rivelatorio di come stia andando la mia vita adulta. Fuori dalla griglia le regole hanno sempre qualche complicazione in più. Le relazioni hanno il loro piccolo vocabolario di eccezioni, tipo l’amicizia che va ridisegnata da capo senza più la prossimità a tenerla in piedi da sola. Il lavoro ha delle condizioni non scritte che si imparano collezionando figuracce e ascoltando i consigli su come “fare gavetta” da chi in azienda ci è entrato grazie al cognome. E poi c’è tutto il resto: le variabili che si moltiplicano più in fretta della capacità di tenerle a bada. Il 4 può stare qui. Ma anche qui. E pure qui, cavolo.

Il futuro che ami e odi, che vuoi e non vuoi, come quell’attore famoso che più lo guardi e più ti innervosisce per quanto è bello e insieme impossibile

I più intrepidi tra noi “sudokisti” (fa rima con masochisti, comunque), avranno forse sfidato il Mega Sudoku: numeri dall’uno al sedici, griglie 16×16, blocchi 4×4. Una versione da pro, insomma. Si chiama anche sudoku esadecimale, un nome terrificante quasi quanto l’annuncio di un bilocale in affitto in città. O la sensazione di essere chiamata “signora” dai quindicenni. O il bollettino meteo di quest’estate, sotto la grandine a braccetto con la mia ecoansia. Com’è che sono entrata in una stanza dove le regole sono le stesse ma la scala è cambiata completamente, e nessuno mi ha avvisata? Dentro il sudoku classico, almeno, una sola volta per riga vuol dire davvero una sola volta per riga. E questo è enormemente riposante. Penso, ed egoisticamente spero, di non essere la sola con questo bisogno. Ho come la sensazione che tanti coetanei abbiano smesso di aspettare che le cose si stabilizzino. Il lavoro, la casa, il “posto nel mondo”. E abbiano cominciato a costruirsi piccoli angoli di certezza fai da te. Il sudoku è uno di questi: economico, tascabile, risolvibile in dieci minuti. Un problema con la sua soluzione, “una e una sola”, come nelle equazioni.

La parte del sudoku che non avevo previsto riguarda gli errori. Se sbagli un numero, e prima o poi succede, con quella matita che ti sembrava certezza e invece era solo ottimismo, te ne accorgi sempre tardi. Nel frattempo, hai costruito sopra quell’errore come fossero fondamenta solide, hai riempito altre caselle, hai preso decisioni su decisioni. Poi la griglia smette di tornare. Aspetta. Come due 8 nella stessa colonna? Capisci che il problema stava tre mosse fa, nascosto sotto tutto il resto. Come quando scopri che quel “canone gratuito il primo anno” era una bugia bianca, e ora paghi 3 euro al mese per un conto che ti serve solo a farti sentire adulta. Devi andare a ritroso, trovare il punto esatto in cui hai preso la direzione sbagliata, cancellare. Odio quando resta il segno della matita dopo aver cancellato. Rimane lì, l’ex numero. Come per qualcuno l’ex fidanzato, l’ex lavoro, l’ex amica: una traccia che non hai voluto ma che la carta ha deciso di tenere per conto suo. Di solito non calco troppo, proprio per questo: voglio il bianco immacolato degli inizi.

Ma non sempre è possibile e imparare a convivere con le impronte di quello che c’era prima è, forse, la parte più difficile. Nella griglia come altrove

La vita è un controllo incrociato. Ci sono 1, 2, 3, 4, 6, 7, 9. Mancano solo il 5 e l’8. Guardo la prima casella vuota in alto: incrocia una riga che ha già un 5. Allora in quella casella il 5 non può andare. Ci metto l’8. Fai incontrare righe e colonne, pensieri e conseguenze. Quello che vuoi con quello che puoi, quello che ti è capitato da piccola con quello che puoi guarire da grande. Almeno mi conforta l’idea che qui ogni errore abbia un’origine precisa e rintracciabile. Che il disordine, il dolore, non sia mai davvero casuale ma abbia sempre una radice, un trauma, se hai la pazienza di cercarlo. Certo, dopo averlo trovato, il tema è gestirlo. Ma questa è un’altra storia, che assomiglia più ai rebus che al sudoku. E io vi ho già detto che non amo particolarmente i rebus…

L’ultimo numero è sempre sproporzionato. Resta solo un 9 qui, nell’angolo. Non cambia niente, in senso stretto: il risultato era già scritto nelle precedenti ottanta caselle. Eppure, quando segno l’ultimo numero mi sento soddisfatta. La griglia è piena. Ogni cosa al suo posto. Niente da aggiungere, niente che manca. Una perfezione minuscola e autoimposta, anche un po’ idiota, che dura il tempo di guardare la pagina e poi tradirla con la successiva, dove stanno le parole crociate crittografate. Nella vita ordinaria i finali raramente arrivano così netti. I progetti sfumano, le conversazioni si interrompono a metà, le giornate scivolano le une nelle altre senza un confine riconoscibile. Abbiamo diritto a dei finali, mi dico ogni volta. A dei punti fermi.

Rileggendomi, mi accorgo di aver reso il sudoku più drammatico di quanto meriti. In fondo è solo una griglia di numeri, mica una seduta di terapia da 80 euro l’ora. Ma vi prego di concedermi questa licenza poetica: se avessi dovuto scrivere un pezzo lucido e proporzionato sulle mie ansie da Gen Z, probabilmente lo avreste letto a Natale. Altro che Ferragosto.

Murdoku: un giallo a quadretti

Murdoku

Se il sudoku classico comincia a starti stretto, l’ideatore di rompicapi canadese Manuel Garand ha ciò che fa per te. Il suo Murdoku (Magazzini Salani, 14,90 euro), già bestseller dell’estate, è il primo libro che fonde la logica della griglia 9×9 con il brivido dell’indagine poliziesca. Il titolo, infatti, è un gioco di parole tra murder, “omicidio”, e sudoku. Attraverso 80 scenari diversi, che ti porteranno a ispezionare banche, casinò e persino teatri dell’Opera, non dovrai posizionare numeri ma personaggi, oggetti e indizi. Il meccanismo è quello che conosci: ogni elemento può apparire una sola volta per riga e per colonna. Ma ecco il colpo di scena: una volta completata correttamente la griglia, avrai risolto il caso. L’assassino, infatti, è l’unica persona che si trova nella stessa stanza della vittima. Elementare, Watson!