Sono in due e la somma delle loro età non raggiunge i 10 anni. Hanno trascorso a casa nostra una giornata intera, dalle 9 del mattino alle 6 di sera di un mercoledì lavorativo. Hanno giocato con i camion, i puzzle, le spade laser, le pistole ad acqua. Hanno fatto scorribande corsare seminudi nel soggiorno, emettendo squittii a una frequenza impercettibile agli umani. Avevo dimenticato cosa significhi trascorrere un tempo così lungo con due quattrenni.
La fatica della cura
Avevo dimenticato le guance di gommapiuma, i piedi come panzerotti, gli ossessivi perché, i litigi, i capricci, la noia, i fuochi d’artificio, le raccomandazioni («Bevi un altro po’ d’acqua!»), le domande intrusive («Ti scappa la pipì? La cacca?»), gli imperativi («Lavati le mani!»), lo sfinimento («Non vuoi dormire un po’?»). Avevo dimenticato la fatica, l’impegno e l’intensità della cura. Fortunatamente quei due minorenni non erano sotto la mia giurisdizione, nondimeno, quando sono andati via, ho tirato un sospiro di sollievo. I miei figli fanno i baby sitter e capita che i loro micro-clienti occupino militarmente i nostri territori domestici ormai estranei all’infanzia.
Quando i figli sono grandi, ma tu continui a sentirti molto mamma
Non mi manca il tempo tenero e feroce della maternità intensiva. È ancora troppo vicino per avere languori nostalgici o proiezioni nonnesche. Mi sento ancora molto mamma dei miei figli perché altre creature, consanguinee e non, possano smuovere in me istinti sopiti. Provo ancora molto forte, nei confronti dei miei tre virgulti tra i 16 e i 23 anni, un istinto protettivo e accudente, un dovere di presenza, oltre che di mantenimento (perché, ahimè, il baby sitting non basta all’indipendenza economica).
Ma a che età finisce? A che età ci si può dire assolti, come figli e come genitori? Io vorrei non assolvermi mai. Mio marito, invece, è convinto che il nostro compito sia concluso. Crede che oggi i nostri figli siano persone compiute e che i doveri nei loro confronti siano stati espletati. Certo, li manterremo agli studi, continueremo ad amarli e a sostenerli ma, dice, «ormai sono grandi». E questo lo legittima a pensarsi altro da loro. A immaginarsi in un altrove lontano, a costruire nuove vite, nuovi mondi in cui la paternità è solo accessoria, come i capelli ricci e il mal di schiena, ma mai più sostanziale e identitaria.
Il momento in cui realizzi che devi lasciar andare i tuoi figli
Io non so chi di noi abbia ragione. Forse io, aggrappata con le unghie e con i denti alla mia maternità cronica, nella convinzione che, no, non si affrancheranno mai e per questo io sarò sempre qui. O magari lui, adulto e autonomo, pronto ad abbandonarsi a una vitale forza centrifuga a me ignota. Certo, bisogna lasciarli andare. Fa parte del nostro mestiere di genitori. Ma è davvero necessario andarcene anche noi? Non si può restare ad aspettare un pit-stop, il passaggio dal “Via” come nel Monopoli, un approdo temporaneo? Nel dubbio, conservo camion, puzzle, spade laser e pistole ad acqua per rigurgiti o transiti di infanzia.