Non la vuoi, non la cerchi, eppure ogni tanto la senti montare: che vergogna l’invidia. Eccola quando l’amica pubblica le foto delle vacanze in barca a vela mentre tu sei sul balcone (torrido) a combattere con le zanzare. Quando il collega viene promosso. Quando la vicina sembra avere il compagno perfetto, il lavoro perfetto, pure la piantina di basilico perfetta. L’invidia è probabilmente l’emozione più democratica che esista: la provano tutti, ma nessuno lo ammette perché, diciamolo, è il pane degli sfigati. «Ci si vergogna dell’invidia perché viene considerata un’emozione ipocrita», spiega la psicologa e psicoterapeuta Valentina Tarantino (www.curalamente.com). «Chi invidia prova risentimento per il successo o per le qualità dell’altro, ma non può manifestarlo apertamente perché non è socialmente accettabile».

Così l’invidia cambia maschera. C’è quella che si traveste da critica: “Sì, certo, però…”. Quella che minimizza ogni successo altrui: “Una botta di culo”. E poi c’è la versione più raffinata: il tifo talmente esagerato da risultare sospetto, sai quel sorriso tiratissimo che sa di ipocrisia? «Spesso la persona invidiosa manifesta una falsa partecipazione o un finto entusiasmo. Quel “Bravissima! Te lo meriti! Sono felicissima per te!” che suona quasi too much. È un modo per mascherare il proprio risentimento», avverte Tarantino. Insomma: l’invidia raramente entra dalla porta principale. Preferisce infiltrarsi dalle finestre.

Gelosia e invidia: parenti da vergogna

Le confondiamo spesso, ma parlano due lingue diverse. «L’invidia nasce dal paragone e dalla competizione: riguarda ciò che l’altro possiede o rappresenta. La gelosia, invece, riguarda le relazioni e la paura di perdere un legame affettivo». Tradotto: invidio la carriera della mia collega. Sono gelosa del mio compagno o della mia amica del cuore. Due emozioni diverse, insomma, ma entrambe capaci di farci perdere il sonno. La buona notizia è che l’invidia non è condannata a restare veleno: può diventare carburante. «L’obiettivo è trasformare il rancore in voglia di riscatto. Guardare l’altro non per demolirlo, ma per capire quali comportamenti possono essere uno spunto anche per noi».

Quel faticoso esercizio chiamato umiltà

Facile? Per niente. Perché richiede un esercizio che l’essere umano pratica con entusiasmo più o meno pari a quello con cui fa la dichiarazione dei redditi: l’umiltà. «Bisogna prima individuare cosa realmente invidiamo. Poi costruire un piano realistico per raggiungere i nostri obiettivi, basandoci sulle nostre caratteristiche, non su quelle degli altri». E magari fare una cosa intollerabile ai più: chiedere consiglio. «Invece di invidiare chi ha raggiunto un obiettivo, possiamo domandargli come ci è arrivato». Una follia, nell’epoca in cui è più rassicurante immaginare che il successo altrui sia caduto direttamente dal cielo.

Invidia, vergogna e il grande inganno dei traguardi

Per Tarantino, infatti, l’errore più frequente è uno solo: guardiamo il finale del film senza aver visto le prime due ore, sappiamo la trama a spanne. «Vediamo il risultato raggiunto, ma non conosciamo il processo. Non sappiamo quanti sacrifici, quante difficoltà o quanti fallimenti quella persona abbia attraversato». La manager affermata? Magari ha collezionato anni di stage sottopagati. L’amica felicemente sposata? Forse ha attraversato relazioni disastrose prima di incontrare la persona giusta. «Noi guardiamo il traguardo, non la strada». Ed è una prospettiva tremendamente ingiusta. Per loro, ma anche per noi.

Quando a farci rosicare è la nostra migliore amica

Qui la faccenda si complica. Perché una cosa è invidiare uno sconosciuto. Un’altra è sentire quella puntura fastidiosa nei confronti di qualcuno a cui vogliamo bene. L’amica compra casa. Oppure resta incinta. O ancora, parte per un viaggio da sogno. E noi, invece di essere affettuosamente felici, scopriamo una piccola voce che borbotta. Succede. «In fondo l’invidia e l’ammirazione sono due facce della stessa medaglia», osserva Tarantino. «Entrambe nascono dal confronto con qualcuno che possiede qualcosa che desideriamo». La differenza è tutta nella direzione. «L’invidia ci paralizza. L’ammirazione ci ispira». E il primo passo è smettere di raccontarci favole. «Ammettere a noi stessi di essere invidiosi è già un grande cambiamento, ci permette di attribuire all’altro i suoi meriti senza svalutarlo». Perché sì, forse è stata anche fortunata. Ma altri risultati se li è proprio guadagnati.

Dietro la vergogna dell’invidia c’è una bassa autostima

C’è un motivo se alcune persone sembrano immuni dall’invidia, mentre altre vivono costantemente misurandosi con chiunque. «Chi ha una buona autostima sente di poter intervenire sugli eventi. Pensa che le cose accadano anche perché si mette in gioco, non solo per fortuna», spiega Tarantino. Al contrario, chi si sente poco performante tende a leggere il successo degli altri come una prova della propria inadeguatezza. «L’invidia viene spesso utilizzata da chi ha una bassa autostima per evitare il confronto sociale». È molto meno doloroso convincersi che l’altro sia semplicemente più fortunato che rischiare di cambiare qualcosa di sé.

L’invidia positiva esiste davvero?

La psicologa allarga le braccia: «L’invidia positiva non è altro che ammirazione», sentenzia. È quel pensiero che riesce a formulare, placido: “Beato te”. E subito dopo aggiunge: “Se ce l’hai fatta tu, forse posso farcela anch’io”. Niente rimuginare. Niente veleno. Nessuna guerra silenziosa. Solo un’energia che cambia direzione. In fondo, conclude Tarantino, «siamo tutti umani. Provare invidia è normale. Non ci rende cattive persone». La vera differenza non sta nell’emozione che proviamo. Sta in quello che decidiamo di farne. Possiamo usarla per consumarci guardando la vita degli altri. Oppure adoperarla come una freccia che, finalmente, indica la nostra.