Epifania, tempo di bilanci e ripartenze, con i buoni propositi. Per molti l’obiettivo è ripartire soft, anche perché pranzi, cene e abbuffate di parenti e amici non sempre permettono di godersi un po’ di meritato relax. Il rischio è di tornare alla routine più stanchi di prima di Natale, frastornati da chiacchiere, luci e confusione. È proprio in questo momento, allora, che diventano preziosi i consigli di Richard Romagnoli, speaker, coach e autore best seller nel campo della crescita personale e della spiritualità, che con il suo “Il silenzio che guarisce” (Sonda) indica il potere “terapeutico” proprio del silenzio.

Il necessario detox

Chiediamoci chi è riuscita davvero a staccare durante le feste, a disintossicarsi, non solo dal lavoro, ma da quello stile di vita scandito da tanti impegni, ritmi troppo spesso numerosi (persino in vacanza), socializzazioni più o meno forzate e naturalmente social. Viviamo immersi in una società scandita da notifiche continue, che ci raggiungono anche sulle piste da sci o alle cene di famiglia. Così, anche quando ci si trova in seggiovia o in spiaggia, la tentazione di scrollare, di controllare messaggi, account o persino email, è tale da non permettere il detox, che invece sarebbe necessario, almeno in vacanza.

Ripartire con ritmi nuovi

Ne è ben consapevole Richard Romagnoli che, pur dall’India dove si trova, ci restituisce una riflessione che va ben oltre i giorni off dal lavoro: il mondo intorno a noi non smette mai di “far rumore”, persino quando si è soli. I pensieri ci inseguono, le emozioni si accavallano, i ricordi riaffiorano e la conseguenza è che non si riesce a tenere a bada il senso di stress che tutto questo porta con sé. Ma è sempre in questa condizione che entra in gioco il potere “guaritore” del silenzio, che può spaventare, ma che è anche un toccasana per ripartire con ritmi nuovi, più sostenibili.

Perché riscoprire il silenzio

In una società così “rumorosa” come quella in cui viviamo, dunque, è fondamentale recuperare la dimensione del silenzio: «È essenziale perché significa restituire al cervello e al sistema nervoso il diritto di tornare a casa. La maggior parte di noi non sa più cosa voglia dire stare davvero nel silenzio, perché siamo immersi in un rumore continuo che non è solo esterno, ma soprattutto interno fatto di notifiche, stimoli, pensieri, urgenze che si accavallano senza sosta. È un rumore invisibile, ma profondamente logorante», spiega Romagnoli, che non demonizza i social e, anzi, ha una nutrita community su Instagram e Facebook.

Viviamo in condizione di allerta continua

«In questa condizione – prosegue Romagnoli – il sistema nervoso rimane costantemente in modalità di allerta e perde la capacità per cui è biologicamente programmato: rigenerarsi, ripararsi, riequilibrarsi. Il silenzio, allora, non è una fuga dal mondo né una forma di isolamento, ma uno spazio vitale. È un terreno fertile in cui la mente rallenta, le emozioni si riordinano e l’energia, invece di disperdersi, torna a fluire. Quando entriamo nel silenzio non stiamo “facendo meno”, stiamo facendo qualcosa di essenziale: permettiamo a noi stessi di ascoltarci di nuovo. Ed è proprio da questo ascolto profondo che nasce una connessione più autentica con ciò che siamo, prima dei ruoli, delle aspettative e del rumore».

Cervello stanco anche nel tempo libero

Purtroppo anche nel tempo libero si è spesso portati a non fermarsi mai, complici i social che tengono incollati con video brevi e velocissimi. Ma il cervello si affatica, spiega Romagnoli: «Il cervello è oggi uno degli organi più sovraccaricati. È vero, anche nel tempo libero non riposiamo davvero: passiamo da una stimolazione all’altra, spesso attraverso i social, senza pause reali. Questo mantiene il sistema nervoso in quella condizione che dicevo di allerta costante, con conseguenze che vanno dalla difficoltà di concentrazione all’insonnia, fino a forme di ansia e stanchezza profonda. Non è la quantità di impegni a stancarci, ma l’assenza di spazi di decompressione», sottolinea il coach.

Il silenzio è un po’ come il dentifricio

Occhi celesti, lunga barba bianca, con i suoi video su YouTube cattura anche molti giovani, mentre le sue metafore sono molto efficaci, come quella del silenzio paragonato a un dentifricio, che lava via i pensieri superflui o stressanti. «Così come sentiamo il bisogno di depurare il corpo, oggi è indispensabile depurare la mente. Il detox mentale non significa spegnere tutto ma scegliere consapevolmente cosa far entrare e cosa no. Ridurre gli stimoli inutili, creare micro-momenti di silenzio, dedicarsi a pratiche di benessere come la respirazione consapevole e l’ascolto interiore permette al cervello di recuperare lucidità e creatività. È una forma di autodifesa evolutiva in un mondo iperconnesso», sottolinea Romagnoli.

Chi è più a rischio crash

Secondo Romagnoli, oggi sono in molti ad aver bisogno di ritrovare il silenzio e ritmi sostenibili, soprattutto «chi vive costantemente “in spinta”, senza mai concedersi uno spazio di rallentamento reale. Non sono solo i manager, gli imprenditori o i professionisti sotto pressione. Sempre più spesso vedo giovani adulti e adolescenti mentalmente saturi, iperstimolati, con pochissimi momenti di vuoto, di noia creativa, di ascolto. Il loro sistema nervoso cresce senza mai imparare a riposare. Anche molte donne si trovano a sostenere un carico invisibile fatto di ruoli, responsabilità emotive, cura degli altri e aspettative interiorizzate, spesso senza riconoscersi il diritto di fermarsi. Il rischio di “crash” aumenta in tutte quelle persone che non si concedono pause, che misurano il proprio valore sulla produttività, sull’efficienza o sulla capacità di essere sempre presenti e performanti. Ma soprattutto in chi ha paura del silenzio, perché lo associa all’inattività o, peggio, al sentirsi inutili».

Come ripartire con piccoli rituali

Cambiare stile di vita, però, è possibile, «senza sensi di colpa. Il primo passo è non aggiungere pressione alla pressione. Sembra paradossale, ma oggi ci stressiamo perché ci sentiamo in dovere di praticare yoga e meditazione senza però a trarne i benefici sperati e questo francamente non è un approccio corretto alle pratiche millenarie. Suggerisco di iniziare con gesti molto semplici: cinque minuti di silenzio al mattino prima di guardare il telefono, una camminata senza cuffie, un respiro consapevole prima di dormire. Non serve rivoluzionare la vita, ma introdurre piccoli rituali di silenzio quotidiano. È la costanza, non l’intensità, che genera il cambiamento. È più importante la qualità che la quantità e per comprenderlo dobbiamo imparare a rivolgerci in maniera più amorevole e sostenibile nei confronti di noi stessi e del nostro corpo», suggerisce Romagnoli.

Cos’è l’Happygenetica

Ideatore del Metodo Happygenetica, il coach spiega come il benessere fisico non può prescindere da quello mentale, ma soprattutto che ritrovare un equilibrio è possibile: «L’Happygenetica è un metodo che integra pratiche di consapevolezza come la respirazione, la terapia della risata, la meditazione e il silenzio con le più recenti scoperte delle neuroscienze e dell’epigenetica – chiarisce Romagnoli – Il punto di partenza è chiaro: non siamo determinati in modo rigido dal nostro patrimonio genetico, ma possiamo influenzarne l’espressione attraverso le scelte quotidiane, i nostri stati emotivi e il modo in cui il sistema nervoso risponde agli stimoli della vita».

Cambiare stile di vita

L’Happygenetica, quindi, può aiutare a «creare le condizioni interiori affinché il corpo possa tornare a fare ciò per cui è programmato, ovvero autoregolarsi e rigenerarsi. Per questo può essere considerato uno stile di vita – conclude il coach – Non propone tecniche isolate da applicare sporadicamente, ma un modo diverso di vivere il tempo», che non significa «fuggire dal mondo o eliminare le difficoltà, ma trasformare lo stato interiore con cui le attraversiamo. L’Happygenetica è una via concreta, scientificamente fondata e profondamente umana per sviluppare lucidità, centratura e una felicità che non dipende dalle circostanze, ma dalla qualità della nostra presenza. Per questo spesso ripeto che la felicità è una scelta e chi sceglie siamo noi».