Un legame unico e apparentemente indissolubile unisce le cugine Teresa ed Ester, bambine nate negli anni Trenta in una realtà contadina della provincia veronese dove la vita è dura come la terra che si dissoda e la guerra irrompe, ingrata. Le due condividono il letto, la scuola, le superstizioni, la crudezza dei familiari, si consolano e si appigliano l’una all’altra fino al giorno in cui Ester lascia il paesino per la città e Teresa rimane sola a coltivare la sua rabbia e la sua infelicità.
La frattura diventerà un rancore crudele e spietato, «una forma di amore estremo che ha perso la strada» spiega Elisa Bellero, autrice del romanzo d’esordio Come sorelle (edizioni e/o).

Il rancore è un tema doloroso
Il tema sollevato dalla scrittrice è al contempo affascinante e doloroso: con gradazioni diverse, tutti nella vita abbiamo subìto o pensato di subire dei torti ai quali non abbiamo saputo porre rimedio, risentimenti che si sono sedimentati al punto da rendere un riavvicinamento inconciliabile. E molte di noi, se scavano nel passato, ritrovano una qualche cronaca familiare impastata di rancore.
«La storia di Teresa ed Ester attinge dai racconti di mia nonna, cresciuta in un borgo della provincia rurale con una cugina rimasta orfana e accolta in casa come una figlia. Anche io provengo da una famiglia matriarcale dove non si scappava dal pranzo della domenica con zie e cugine e la tavola diventava teatro di grandi litigi e di uno stare insieme vivo, carnale, che creava legami forzati e, di contro, offese grandissime» ci racconta la scrittrice.
Dentro un ergastolo emotivo
Non c’è solo l’amica che ci ha voltato le spalle in un momento di bisogno come nel romanzo di Elisa Bellero: pensiamo al partner che non ha appoggiato una nostra scelta lavorativa, al fratello con il quale abbiamo tagliato i rapporti per questioni d’eredità, ai colleghi che ci hanno ferito denigrandoci in ufficio o scavalcandoci nella promozione che pensavamo di meritare. «Sentirsi offesi, umiliati, derisi, incompresi dalle persone che amiamo e stimiamo di più può condurre a un risentimento che, prolungato nel tempo e continuamente rinforzato dalla rimuginazione, può diventare una sorta di ergastolo emotivo» spiega Roberta Milanese, psicologa e psicoterapeuta strategica, autrice dei saggi Rabbia (Ponte alle Grazie) e Perdonare se stessi e gli altri (Edizioni Messaggero Padova).
«Per provare rancore, quindi una rabbia “fredda” che perdura nel tempo in modo cronico, bisogna infatti che la ferita inferta sia stata piuttosto dolorosa. Non soffriamo a causa di un automobilista che ci ha tagliato la strada o che ci ha rubato il parcheggio, soffriamo se a colpirci è stata una persona molto significativa per noi o se la ferita è stata davvero molto profonda, come nei casi di violenza e di abusi. Ho pazienti di 80 anni che ancora non riescono a superare torti subiti quando erano giovani, alimentano il risentimento ogni giorno perché non riescono a lasciarlo andare, continuano a “rimestarci” dentro fino a farlo diventare il sottofondo della loro vita, un’ombra dalla quale non riescono a sfuggire».
Un dolore che non ci rende migliori
Per capire quanto il rancore possa condizionare un’esistenza, torniamo alle protagoniste del romanzo di Elisa Bellero: Teresa continua a vivere senza Ester portando però il peso della sua assenza: lavora, si sposa, rimane vedova, cresce una figlia, però quel sentimento continua a occupare uno spazio grandissimo dentro di lei, «è una presenza che finisce quasi per prosciugarla e consuma la sua capacità di essere felice, diventa una guerra privata, un’ossessione che non la pacificherà mai» spiega l’autrice.
«Nella letteratura vengono spesso descritti personaggi femminili forti che sono capaci di reagire e di salvarsi. A me interessava mettere in luce una verità meno luminosa: esistono dolori che non ci rendono per forza migliori, esperienze che non portano necessariamente una consapevolezza e a volte producono solo un silenzio, irrigidiscono l’anima, ti lasciano spazio per una forma di sopravvivenza che non per forza è salvifica. Teresa si è spinta troppo oltre, ha avuto delle occasioni per riconciliarsi con la cugina ma non l’ha fatto perché aveva paura che, andando a sanare quella parte della sua vita, avrebbe riaperto una ferita senza saperne poi le conseguenze».
Disinnescare il rancore si può
Disinnescare il rancore, o almeno il potere che ha di agire su di noi, è tuttavia possibile: non siamo condannati a un “fine pena mai” nel momento in cui prendiamo consapevolezza che proprio alla persona che più detestiamo stiamo concedendo di essere onnipresente nella nostra vita e di condizionarla. «E il modo per farlo è attraverso il perdono, non in senso religioso ma psicologico: è un atto di liberazione dal portarsi addosso continuamente il nemico, è un gesto d’amore non per l’altro ma per se stessi, è “smetto di avere il peso di quello che tu mi hai fatto perché non voglio più che tu sia così importante, voglio lasciarti andare”» spiega la psicoterapeuta Roberta Milanese.
«Spesso si fa confusione tra perdonare e riconciliare, ma non è necessario che i due atti coesistano: ci può essere il primo senza per forza il secondo. Ho seguito pazienti che portavano rancore per genitori assenti o violenti e che sono stati capaci di lasciare andare il risentimento nei loro ultimi anni di vita, altri che hanno deciso di dare un taglio netto alla relazione».
Il percorso di “uscita” può essere aiutato anche attraverso una narrazione scritta, perché nel rancore è come se le emozioni di rabbia rimanessero incastrate nel sistema nervoso in un eterno presente. «Ripercorrere gli eventi per iscritto aiuta invece a farli sedimentare nella memoria a lungo termine e quindi a prenderne meglio le distanze» dice la psicologa. «Ovviamente a questo esercizio deve corrispondere un cambiamento: più io parlo di quanto sono offesa con quella persona, più rinvigorisco quell’emozione e la continuo a rendere viva nel mio presente».
Uscire dal ruolo di vittime
C’è poi anche un altro aspetto che va tenuto in considerazione: a volte ci affezioniamo a un ruolo di vittima perché abbiamo subìto ferite profonde durante l’infanzia, il momento della vita in cui le difficoltà hanno maggior potere di incastrarci nel dolore, nella rabbia e nel rancore, proprio perché stiamo ancora strutturando identità e autostima. «Ma non è un’equazione esatta» conclude la psicoterapeuta. «A parità di eventi possiamo trovarci di fronte a una persona che in qualche modo si lascia andare al ruolo di vittima e un’altra che tira fuori le risorse più belle e diventa forte: dai, coraggio, siamo noi i costruttori della nostra realtà».
E se succede all’interno della coppia?
«La dinamica nella coppia segue lo stesso copione» spiega la psicologa Roberta Milanese. «Uno dei due partner commette un torto e passa anni a cercare di rimediare allo sbaglio, mentre la “vittima” non ammette la possibilità di perdono. Il fatto è che in queste relazioni si crea una sorta di complementarietà, di complicità alla vita da ergastolani». Sono coppie che non sanno lasciarsi ma nemmeno stare bene insieme e si condannano alla sofferenza reciproca.
«In terapia, porto a riflettere sull’importanza del dirsi apertamente “basta con questo gioco” per andare avanti con nuovi presupposti. Ma anche sul coraggio di ammettere che se il tradimento della fiducia è irrimediabile bisogna saper voltare pagina piuttosto che vivere condannati a un eterno risentimento».