Fuori casa sei adulta, autonoma, responsabile. Paghi le bollette, prendi decisioni, magari dirigi un ufficio, cresci figli, affronti riunioni e problemi complessi. Poi fai un salto dai tuoi, magari per qualche giorno di vacanza insieme e può bastare un «Hai mangiato abbastanza?» per riportarti dritta all’età dell’infanzia. Ti crescono pure le treccine. Insomma una vera e propria regressione. Secondo Giuseppe Iannone, psicologo, psicoterapeuta e sessuologo, il punto è che «non entriamo semplicemente in una casa: entriamo in una storia».

Ruoli e aspettative su di te

E dentro quella storia ci sono ruoli, aspettative, abitudini e vecchi copioni che conosciamo alla perfezione. Li abbiamo imparati da bambini e, appena torniamo nel contesto familiare, possono riaccendersi quasi automaticamente. Così succede l’assurdo: fuori siamo persone perfettamente funzionanti, dentro casa basta un «Lascia stare, faccio io» e rieccoti trasformata nella figlia incapace di apparecchiare senza supervisione. «Quel contesto risveglia automaticamente modalità relazionali molto antiche», spiega Iannone. E non importa quanto sia cambiata la tua vita nel frattempo. «È il potere che hanno i contesti emotivamente significativi di riattivare schemi profondamente radicati».

È regressione sentirsi ragazzine a casa dei genitori?

La famiglia, del resto, non è soltanto il luogo dove siamo cresciuti. È il luogo dove abbiamo imparato chi essere. «Da piccoli impariamo chi dobbiamo essere per mantenere il legame con le persone che ci accudiscono», dice Iannone. Abbiamo la nostra parte in commedia, il nostro ruolo, e così c’è chi interpreta il figlio responsabile, chi il ribelle, chi il mediatore. Ciascuno col suo bel costume.

Il problema è che quei ruoli possono avere una vita molto più lunga della loro utilità. Una donna di quarant’anni può continuare a sentirsi «la bambina che deve dimostrare di essere all’altezza». Un uomo di cinquanta può essere ancora, dentro quelle quattro mura, il fratello «che non ne fa una giusta», sorride lo psicologo. Anche se nel frattempo è amministratore delegato, padre di tre figli o semplicemente una persona capace di cavarsela da sola. È come se la famiglia avesse conservato una vecchia fotografia e continuasse a guardarci attraverso quella.

Mamma ci vede bambini. E noi la aiutiamo

La responsabilità, però, non è soltanto dei genitori. «I genitori tendono a conservare un’immagine dei figli che cambia molto più lentamente della realtà», osserva Iannone. Ma anche noi, entrando in quella casa, possiamo tornare inconsapevolmente a guardarci attraverso i loro occhi. Il nostro cervello, insomma, riconosce il territorio e pensa: qui so come funziona, conosco le regole. E così ricominciamo a parlare, reagire e perfino pensare come molti anni prima». E quando parte il refrain «sei sempre in ritardo», la nostra reazione potrebbe avere poco a che fare con il ritardo di oggi e molto con tutti quelli di ieri. «Quella frase entra in risonanza con decine, forse centinaia, di esperienze simili vissute nel passato», spiega lo psicologo. Ecco perché possiamo essere adulti, avere una vita indipendente e una discreta padronanza delle nostre emozioni eppure andare in tilt per una frase che, pronunciata da chiunque altro, ci lascerebbe quasi indifferenti.

Lasciar correre coi genitori: saggezza o resa?

Dobbiamo rassegnarci? Mettere da parte l’orgoglio, sorridere e sopravvivere per qualche giorno alla regressione in figli adolescenti? Iannone invita a non confondere la maturità con la sottomissione: «Non tutte le battaglie meritano di essere combattute», avverte. A volte lasciar correre è semplicemente un gesto di maturità. Ma c’è un confine da non superare: quello in cui, per mantenere la pace familiare, cominciamo sistematicamente a sacrificare noi stessi. «Se ogni visita ai genitori significa sentirsi costantemente sminuiti, infantilizzati o colpevolizzati, allora forse non stiamo preservando il rapporto: stiamo sacrificando il nostro benessere in nome di quel rapporto».

Insomma, il pranzo della domenica non dovrebbe trasformarsi in una seduta permanente di demolizione dell’autostima. La domanda da farsi è piuttosto semplice: quello che è successo ha ferito il nostro orgoglio o il nostro rispetto? Se è soltanto fastidioso, si può anche lasciar perdere. Se invece ci sentiamo «sistematicamente umiliati, svalutati o trattati come bambini incapaci», allora mettere un limite può diventare un atto di cura verso noi stessi.

Il bisogno, enorme, di essere riconosciuti

C’è poi un punto più profondo, e forse più scomodo da riconoscere: anche da adulti abbiamo bisogno che i nostri genitori riconoscano chi siamo diventati, una parte di noi continua a desiderare che proprio loro, quelli che ci hanno visto nascere, riescano finalmente a guardarci e dire: sì, ti vedo. Vedo la persona che sei diventata. «È un desiderio profondamente umano», dice Iannone. Il rischio, però, è affidare la nostra serenità a un riconoscimento che potrebbe non arrivare mai. Per questo una parte della maturità consiste nel costruire «un’identità sufficientemente solida da non dipendere esclusivamente dallo sguardo dei propri genitori».

Non è regressione, ma necessità di essere ancora figli per i nostri genitori

Però, scuotiti di dosso le rigidità: non dobbiamo per forza difenderci da ogni tentativo di coccola come se fosse un attentato alla nostra adultità. Perché tornare figli, qualche volta, può essere persino bello. «Lasciarsi preparare il piatto preferito, chiedere un consiglio, farsi coccolare o semplicemente concedersi di non dover essere sempre forti può essere un’esperienza nutriente». La differenza sta tutta in una parola: scegliere. Possiamo essere figli perché ci va, non perché ci viene imposto, lasciarci coccolare senza sentirci infantilizzati. Possiamo accettare un consiglio senza consegnare il volante della nostra vita. «C’è una grande differenza tra scegliere di essere figli e ritrovarsi intrappolati nel ruolo del bambino». E quella differenza la fai tu.