Per secoli la solitudine femminile è stata raccontata come una tragedia, da sussurrare sottovoce. La donna sola era quella lasciata indietro, quella “senza nessuno”, quella a cui mancava qualcosa. Un uomo solo poteva essere un esploratore, un artista, un pensatore immerso nei suoi progetti. Avete presente il quadro di Caspar David Friedrich Viandante sul mare di nebbia, un camminatore solitario che in cima a un picco osserva le cime dei monti immerse nella nebbia? Ecco, quella era la solitudine maschile: libertà di pensiero, osservazione, ispirazione e quant’altro vi venga in mente. Una donna sola, invece, diventava un enigma da spiegare.

La solitudine femminile non è una condanna

È proprio da questa crepa culturale che parte la giornalista e attivista francese Lauren Bastide nel suo libro Finalmente sola (Garzanti). E dalla domanda apparentemente semplice ma rivoluzionaria: è possibile essere sole senza sentirsi sole? La risposta è sì.

La solitudine può essere un luogo dove smettere di interpretare un ruolo e iniziare ad ascoltare la propria voce. Nel suo saggio insieme autobiografico, storico e politico, Bastide dimostra come le donne abbiano dovuto conquistare questo diritto. Non soltanto di vivere senza un uomo, ma di abitare il mondo senza essere continuamente sorvegliate, giudicate, protette, desiderate o ricondotte all’ordine.

Il tempo e lo spazio delle donne nella storia

Partendo dal 1632, anno in cui nasce Gabrielle Suchon, autrice del manifesto Il nubilato volontario, ovvero la vita senza vincoli, in cui scriveva: «Non si può dubitare che lo stato di nubilato sia più libero, più innocente e conforme alla ragione, alla natura e alla religione di tutti gli altri», fino alla filosofa americana contemporanea Bell Hooks, Bastide racconta come molte donne abbiano lottato per questa verità.

«La circolarità è sorprendente: all’alba del XVIII secolo una religiosa francese si ribella contro la privazione imposta alle donne del libero pensiero al di fuori della sorveglianza patriarcale; alla fine del XX secolo una filosofa americana denuncia la stessa costrizione. Stessi meccanismi: il tempo e lo spazio confiscati. Stesse imposizioni: essere al servizio degli altri prima che di se stesse. Stessi sospetti: una donna che si isola ha qualcosa da rimproverarsi» scrive.

E tu, come ti guardi?

Senza dimenticare come la storica del cinema Laura Mulvey abbia teorizzato il male gaze, lo sguardo maschile, ancora più perverso di quanto si creda. «È uno sguardo insidioso, clandestino. Al cinema è l’uomo che osserva attraverso il buco della serratura del bagno, la figura appostata dietro un albero che spia la ragazza nuda nel fiume.

Non solo si è imposto nella maggior parte delle opere d’arte – film, fotografie, dipinti – ma ha finito per impregnare il nostro stesso immaginario. Questo sguardo maschile è diventato lo sguardo che le donne rivolgono al proprio corpo» continua Bastide.

«Sei una donna con un uomo dentro che guarda una donna» scrive anche Margaret Atwood. Abbiamo interiorizzato la sorveglianza. Da secoli alle ragazze viene inculcata la necessità di mantenere sul proprio corpo e sul proprio comportamento un occhio vigile e fin dai primi anni dell’adolescenza si allena la loro capacità di osservarsi con uno sguardo intriso di morale patriarcale.

La solitudine può essere una scelta

Il problema è che da sempre confondiamo due parole che in inglese sembrano sorelle ma sono quasi opposte: solitude e loneliness. La prima in psicologia si identifica con una condizione serena, il piacere di stare con se stesse; la seconda è un’emozione angosciante, il dolore e il vuoto di sentirsi isolate. La prima può essere scelta, coltivata, desiderata.

È leggere un libro senza dover spiegare perché, mangiare una cena improvvisata sul divano senza trasformarla in una prova di efficienza familiare, lasciarsi andare a tutto ciò che ci passa per la testa senza doversi misurare con nessuno. O senza essere sotto lo sguardo di qualcuno. La seconda, invece, è sentirsi invisibili, escluse, senza legami significativi.

Secondo le ricerche psicologiche, la solitudine volontaria può essere associata a creatività, autonomia e benessere, mentre l’isolamento non desiderato può avere effetti negativi sulla salute mentale. In Italia, secondo i dati Istat più recenti, nel biennio 2024-2025 chi vive solo rappresenta il 16,9% della popolazione: 9,7 milioni di persone, di cui 5,3 donne. Dietro questi numeri ci sono storie diversissime: giovani che scelgono l’indipendenza, persone che hanno chiuso relazioni, anziani rimasti vedovi, donne che hanno deciso di non costruire la propria identità attorno al matrimonio o alla maternità.

La solitudine come libertà di scegliere se stesse

Ma quante sono le donne che soffrono davvero la solitudine? La risposta non è semplice, perché questo sentimento non si misura. Ci sono solitudini femminili spesso invisibili. C’è quella della madre che passa la giornata circondata da persone, ma nessuno le chiede come sta davvero. Quella della professionista che ha raggiunto obiettivi importanti, ma continua a sentirsi obbligata a dimostrare di non essere “troppo indipendente”.

Quella della donna anziana, che spesso perde reti sociali dopo una vita trascorsa a prendersi cura degli altri. E poi c’è una solitudine nuova: quella scelta. Quella della donna che non aspetta più di essere completata. Che non considera una relazione un certificato di esistenza. Che non misura il proprio valore in base al numero di persone sedute a tavola la domenica.

Imparare a stare da sola ti rende libera

La cultura ci ha insegnato per molto tempo che la donna felice è quella “scelta” da qualcuno. Prima dal padre, poi dal marito, poi dai figli, poi dal mondo intero. Ma forse il passaggio più importante è imparare a scegliere se stesse. Non significa rifiutare l’amore, l’amicizia o la comunità.

Al contrario: spesso, scrive Bastide,«chi sa stare bene da sola costruisce relazioni più libere, perché non cerca qualcuno che riempia un vuoto, non cerca la famosa giusta metà che restituisca finalmente l’unità, come diceva Platone». Vuole qualcuno con cui condividere uno spazio già abitato dal proprio io. La solitudine femminile, allora, smette di essere una stanza vuota e diventa «una stanza tutta per sé», come già predicava Virginia Woolf. Una forma di riappropriazione: non l’abbandono degli altri, ma la possibilità di tornare a essere una persona distinta dagli altri.

5 autrici e l’elogio della solitudine

Natalia Ginzburg, Le piccole virtù (1962)

Ginzburg ha raccontato spesso donne alle prese con il rapporto tra affetti, famiglia e identità. Nella sua scrittura la solitudine non è mai semplicemente tristezza: è anche un luogo di lucida osservazione del mondo. La solitudine può essere quotidiana, domestica, fatta di pensieri mentre gli altri dormono.

Doris Lessing, Il taccuino d’oro (1962)

Lessing mostra una donna che cerca di ricomporre la propria identità fuori dai ruoli tradizionali. La separazione, la solitudine e il confronto con se stessa diventano passaggi necessari per una nuova consapevolezza. È un testo affine alla domanda di Lauren Bastide: cosa succede quando una donna smette di definire la propria vita attraverso gli altri?

Adrienne Rich, Of Woman Born (1976)

Rich ha scritto pagine fondamentali sulla maternità e sulla tensione tra cura degli altri e perdita di sé. La sua riflessione è molto vicina alla “solitudine invisibile” delle madri: donne circondate da persone eppure private di uno spazio personale. La sua idea potente è che recuperare tempo e solitudine non sia egoismo, ma una forma di sopravvivenza e di integrità.

Anneli Rufus, Party of One: The Loners’ Manifesto (2003)

È una delle autrici che più ha difeso il valore dello stare soli. Pur non essendo un testo solo femminile, ribalta il pregiudizio secondo cui chi ama la solitudine avrebbe un problema. La sua tesi: la solitudine scelta può essere una forma di ricchezza, non una condanna.

Maggie Nelson, Bluets (2009)

Nelson usa la solitudine come spazio di trasformazione dopo il dolore. È una scrittura intima, frammentaria, dove stare con se stessi è un modo per attraversare la perdita e ritrovare un linguaggio personale.