Il consumo di cannabis da parte degli adolescenti potrebbe aumentare il rischio di disturbi psichiatrici. A dimostrarlo è uno studio americano, condotto su un campione molto ampio, che ora porta gli esperti a lanciare un allarme: la probabilità di andare incontro a disturbi come psicosi e bipolarismo, ma anche depressione e ansia, è doppio nei giovani che fanno uso di hashish e mariuana.

Lo studio sui rischi della cannabis

I dati della ricerca, condotta su oltre 463mila ragazzi e ragazze di età tra i 13 e i 17 anni, indica come gli adolescenti che consumano cannabis rischino il doppio l’insorgenza di gravi disturbi psichiatrici, classificati come AHR 2.19, e disturbi bipolari (AHR 2.01) entro i 26 anni. Aumenta anche la probabilità di andare incontro a depressione e ansia. Lo studio, pubblicato sulla rivista scientifica JAMA Health Forum dell’American Medical Association, conferma altre indicazioni analoghe emerse in precedenza e porta ad alzare i livelli di guardia tra gli esperti.

Il cervello degli adolescenti è più vulnerabile

Di fronte ai nuovi numeri, cresce la preoccupazione di chi lavora nell’ambito delle dipendenze, come gli esperti di IEuD, l’Istituto Europeo delle Dipendenze, centro di eccellenza nel trattamento delle dipendenze patologiche. «La cannabis gioca un ruolo critico nello “slatentizzare” nuclei psicotici silenti, ovvero nel far emergere patologie psichiatriche in soggetti vulnerabili che altrimenti avrebbero potuto non manifestarsi», commentano dall’Istituto. «È fondamentale considerare la vulnerabilità del cervello adolescente», precisa il Professor Emanuele Bignamini, referente scientifico dell’IEuD.

Gli effetti psicotici sono dovuti al THC

Durante la fase di sviluppo adolescenziale, infatti, il principio attivo contenuto nella cannabis – il THC – può interferire con il sistema endocannabinoide, alterando aree cerebrali cruciali per l’elaborazione emotiva e motivazionale. «Il rapporto tra cannabis e disturbi mentali in generale e psicosi in particolare è in fase di studio – chiarisce Bignamini – La cannabis contiene diverse molecole: quella conosciuta come THC dà gli effetti stupefacenti ed è correlata ai disturbi mentali. L’altra, conosciuta come CBD, presente nella cosiddetta cannabis legale, invece, produce effetti anti-psicotici. Gli studi scientifici stanno progressivamente mettendo in evidenza la correlazione tra THC e disturbi mentali».

Quali disturbi mentali e perché

Si tratta di disturbi vari, «da quelli dell’umore a quelli dell’ideazione, tra cui paranoie e sganciamento psicotico dalla realtà. Tuttavia, correlazione non vuol dire necessariamente causa perché le strade che incrociano cannabis e disturbo mentale possono essere diverse: la persona può avere in precedenza un disturbo psicotico non diagnosticato e cercare sollievo dall’angoscia usando cannabis, che invece emerge come problema; oppure può utilizzare cannabis con modalità particolari e in momenti critici che la rendono vulnerabile allo scompenso: di fatto, chiunque, in condizioni particolari di stress, può avere manifestazioni di tipo psicotico».

Ma può esistere anche un nesso di causa diretto «per l’azione che esercita sui sistemi neurobiologici. Sul piano scientifico, quindi, il nesso tra uso di cannabis e psicosi e disturbi mentali si sta dimostrando più rilevante di quanto si pensasse fino a poco tempo fa, ma è ancora da chiarire bene quali possano essere i meccanismi implicati, che probabilmente sono più di uno», spiega l’esperto.

La cannabis e gli effetti: dal piacere dall’ansia

Dagli studi condotti finora emerge che esistono sostanzialmente due categorie di consumatori, differenziate in base agli effetti che la cannabis produce su di loro: «Quelli che ricavano dalla cannabis essenzialmente effetti piacevoli e quelli che sviluppano invece stati d’ansia, umore depresso e paranoie». A influire sono anche le caratteristiche di ciascun individuo, che dunque vanno tenute in considerazione nello stabilire il tipo di approccio e cura: «È un elemento considerato rilevante per non ridurre la cura solo alla disintossicazione e alla sospensione dell’assunzione di cannabis, ma nel rivolgerla anche verso possibili condizioni di vulnerabilità personali», spiega Bignamini.

Non c’è una sola cannabis

A cambiare è anche il tipo di sostanza, nonostante si parli spesso genericamente solo di cannabis: «Oggi il termine cannabis include una serie numerosa di prodotti offerti al consumo: dalle piante tradizionali e “naturali”, alle piante ibridate e selezionate per aumentare la concentrazione di THC, alle sostanze semisintetiche o sintetiche che arrivano a concentrazioni altissime di THC. In genere ogni consumatore individua, sperimentando, il tipo di cannabis che preferisce anche in rapporto all’offerta che trova sul mercato. Naturalmente gli effetti della cannabis (del THC, in particolare) sono in relazione anche alla dose assunta».

Esiste un consumo “sicuro” di cannabis?

Come chiarisce l’esperto, «maggiore è la concentrazione di THC nel prodotto, maggiore è di conseguenza la quantità assunta e maggiori sono gli effetti, inclusi quelli indesiderati e negativi. Di fatto, l’assunzione di prodotti ad alta o altissima concentrazione di THC è da considerare pericolosa e va assolutamente sconsigliata a chiunque, dato che una dose alta può superare le difese anche di soggetti senza particolari vulnerabilità individuali e determinare scompensi psichici». Si tratta di un aspetto da non sottovalutare, dal momento che «i produttori e i venditori di cannabis seguono ordinarie strategie di marketing e quindi cercano di distinguere il loro prodotto vantandone la potenza».

La cannabis non è più una “droga leggera”

Per questo gli esperti diffidano dalla definizione di “droga leggera”: «La rincorsa a prodotti sempre più potenti fa sì che la cannabis non possa più essere considerata una droga “leggera” (ammesso che abbia senso parlare di leggerezza riferendosi a una droga), ma a tutti gli effetti va considerata una potente sostanza psicotropa; la “leggerezza” (o la “pesantezza”) non sta nel tipo di droga, ma nella quantità e nella modalità di assunzione del principio attivo», sottolinea il responsabile scientifico dell’IEuD.

Come ridurre i rischi

Il nesso tra assunzione di cannabis e possibile insorgenza di disturbi psicotici ha innalzato ancora di più il livello di guardia tra chi si occupa di dipendenze, soprattutto per mettere in atto strategie di riduzione dei rischi. «Fondamentale dal punto di vista preventivo è l’educazione. Non solo e non tanto una educazione specifica riguardo l’uso di droghe, ma un’educazione che sviluppi fattori protettivi, come il senso critico e autocritico per non farsi trasportare dalle famose “cattive compagnie”: l’uso di cannabis è diffusissimo al punto da sembrare “normale” e chi non ne vuol fare uso deve saper andare controcorrente».

La legge non basta

Centrale è anche la capacità di autocontrollo, «per riuscire a discernere ciò che è pericoloso e sapersi fermare anche di fronte a situazioni allettanti – ricorda Bignamini – Questo richiederebbe una ri-educazione di tutto il contesto sociale», da cui invece spesso arrivano messaggi di scarsa capacità di logica e di autocritica anche in personaggi e in situazioni pubbliche. Purtroppo, l’educazione non può essere trasmessa e imposta per legge, ma sarebbero molto utili leggi che favoriscano gli investimenti in ambito educativo e sostengano in modo strutturale gli interventi preventivi. Le leggi repressive, che peraltro sono già attive, potrebbero avere una maggiore utilità se collocate in un contesto sociale virtuoso dal punto di vista educativo».

Quali terapie di disintossicazione

Se la sola disintossicazione a volte non basta, le terapie possono prevedere interventi differenti: «Psicoterapia e psicoeducazione, farmacoterapia sia ambulatoriale sia in ricovero, neurofeedback, yoga e terapie a mediazione corporea, tecniche riabilitative, stimolazione magnetica transcranica sono alcuni esempi. Per noi è fondamentale che ci sia una corretta regia che introduca, nel percorso di cura, ciò che serve nel momento in cui può sviluppare la massima efficacia». Ma anche la tecnologia può aiutare.

Quando la tecnologia aiuta: l’app Closer

Esistono, infatti, anche strumenti innovativi, come l’app Closer, per il supporto costante del paziente. «Le App utilizzate in medicina di solito servono al paziente per gestire autonomamente un programma di cura. Closer, invece, è stata pensata nell’IEuD per rafforzare sia la relazione tra paziente e il team di terapeuti, sia la collaborazione e lo scambio tra i curanti», spiega Bignamini. Nell’ultima versione, inoltre, favorisce il coinvolgimento dei familiari del paziente. Concretamente Closer invia promemoria e supporto per la terapia, fornisce informazioni sulla situazione del paziente e le terapie che segue, consente di registrare e trasmettere ai terapeuti dati, per esempio anche su stati d’animo, ricadute o successi del paziente, a cui arriva un feedback dal team curante.

Un aggiornamento costante della situazione

Il tutto «con facilità e senza vincoli di luogo e di orario. I terapeuti hanno così un quadro dinamico che segue passo passo l’andamento del paziente senza doversi limitare solo a quanto riferito e rilevato nelle visite periodiche. Allo stesso tempo il paziente viene costantemente stimolato a ricordarsi gli obiettivi di cura, a confrontarsi con i suoi successi e le sue difficoltà. Infatti sente il team curante sempre presente, potenzia la sua motivazione e può sviluppare una relazione di alleanza significativa. Ciò che avviene nella App confluisce in un back-end condiviso da tutti i terapeuti impegnati con il paziente», conclude l’esperto.