Tutte noi abbiamo un piccolo grande trauma che ci ha segnato per sempre. Il mio ha un nome: Carletto. Carletto era il fratello più piccolo di un amico di mio fratello. Abitavano in un grande attico vicino casa nostra, e ogni volta che i suoi ci invitavano a passare un pomeriggio da loro era una gioia, perché erano simpatici, ricchi e pieni di giocattoli. L’unico rischio era Carletto, che a spregio di quel diminutivo all’apparenza innocuo, era una peste. Con lui, poteva succedere di tutto.
Un trauma indelebile
Accadde infatti un giorno che, portando con me una Barbie nuova di zecca e dimenticandola incautamente in soggiorno, me la vidi restituire a fine merenda brutalizzata dal maledetto: capelli tagliati alla maschietta, viso scarabocchiato con pennarello indelebile, braccio rotto. Tragedia. Benché la reazione, tra grida e singhiozzi, chiamasse vendetta, non ebbi in cambio del torto subito alcun risarcimento, nessuno sforzo consolatorio da parte di sua madre, nessun indennizzo morale e materiale. E men che meno l’onore delle scuse. La cosa in definitiva passò, con l’avvallo dei miei, come una bricconata su cui chiudere un occhio, e tanti saluti.
Chiedere scusa è una questione di genere?
Solo con gli anni ho capito che per le ingiustizie – e molte altre cose – vigono due pesi e due misure. E che le scuse sono roba da femmine. Un mantra a cui siamo ammaestrate fin da piccole, per pura questione di genere. «Chiedi scusa», ci intimava la mamma quando al parchetto spingevamo un’amica che ci rubava l’altalena. «Chiedi scusa», ci sgridava il papà se rispondevamo in modo sgarbato o non portavamo rispetto. «Chiedi scusa», ci ammonivano a scuola le volte che provavamo ad alzare la cresta. Le ragioni per chiedere ammenda erano arbitrarie e pressoché infinite. Sia che fossimo maleducate e un po’ monelle sia che fossimo brave o saputelle, ché anche fare i fenomeni non stava bene. Zitte, e al vostro posto.
Perché ci scusiamo anche quando non abbiamo fatto nulla?
Talmente abbiamo incamerato il marchio della colpa e l’istanza d’indulgenza, che abbiamo finito per credere di essere davvero sempre in difetto. Anche quando non abbiamo fatto niente. Mi è capitato di chiedere scusa al tizio che sull’autobus mi pestava un piede (oddio sono spiacente, mi faccio più in là), al capo a cui chiedevo un legittimo aumento (se non è troppo, per carità), al fidanzato possessivo che finalmente riuscivo a lasciare (niente di personale, eh).
Un libro ci insegna come scusarci di meno
Quest’abitudine a piegare la testa, che una collega in gambissima esternava con un inchino vero e proprio e un fare remissivo tutte le volte che andava dall’AD (come se fosse una stagista e non l’eccellente professionista che era), è una lesione all’autostima, una minaccia alla dignità. Così invasiva che riguarda tutte, senza distinzione di censo o d’età, d’istruzione o d’origine, come se ce l’avessero somministrata nell’aria. E solo nella nostra metà del cielo. Ma ora basta. Se non sapete come imparare a scusarvi di meno, cioè solo quando è davvero necessario, c’è un utile libro che lo spiega: Scusa, ma non chiedo scusa (Giunti) di Tara-Louise Wittwer.
Con l’estate si apre la fiera della maleducazione
Intanto, però, potete mettere a frutto la vostra esperienza in materia per insegnare a chiedere scusa a chi normalmente non lo fa. L’estate è la stagione ideale per esercitarsi, perché allenta molti freni inibitori ringalluzzendo eserciti di maleducati. I vicini d’ombrellone che si piazzano nella nostra fetta d’ombra quando si mettono al sole, i compagni di viaggio, sul treno o sulla metro, che ascoltano video e vocali a tutto volume, i furbetti che saltano la fila all’autogrill, i fidanzati che spariscono… Hai voglia quanto c’è da ri-educare in un mondo in cui vincono l’inciviltà e la prepotenza. E dove, se vuoi qualcosa, non la chiedi, la prendi. Che sia una bibita, una ragazza, una striscia di terra o un’intera nazione. Il problema è farsi ascoltare. Ma questo richiede un’altra lezione.