E se la soluzione fosse la fuga? Non una fuga definitiva e finale; non l’abbandono del vecchio per la scoperta dell’ignoto. Non il rischio di finire a Chi l’ha visto?, con un impietoso primo piano in diretta nazionale («Perché avete scelto quella foto orrenda in cui dimostro il doppio dei miei anni?»), e magari di essere ritrovata da solerti telespettatori detective in un finale consolatorio solo per l’audience.

Voglia di evasione: si parte con la programmazione

Intendo una fuga innocente, qualche giorno – dai tre ai cinque – strappato ai tentacoli della quotidianità tritacarne, uno scossone entro i limiti di legge, di cui il mondo quasi non si accorga. Come ogni evasione, va preparata con cura e anticipo. Bisogna pensarci mesi prima, individuare un fazzoletto di calendario da trasformare in giardino, prenotare senza possibilità di retromarcia, preferibilmente pagare tutto subito, così l’impegno si fa giuramento. Io l’ho deciso a ottobre. Ho programmato la mia fuga per quattro mesi dopo, un orizzonte temporale insensato nella precarietà delle nostre esistenze. Vorrei essere una lupa solitaria invece amo la compagnia.

Fuggo ma non da sola

Così, per la ricerca di un partner in crime, ho sondato il terreno tra i maschi di prossimità. «Vengo io, Cla. Ce ne stiamo un po’ nel chill noi due soli» si è fatto avanti il terzogenito sedicenne che vive in uno stato di cronico stordimento e di imperturbabile rilassatezza. «E dove vorresti fuggire?» «A Marsiglia» «Marsiglia?» «Sì, è una bella situa». Abbiamo organizzato tutto: date, volo, alloggio. Ho anche comprato una guida, sempre con quattro mesi di anticipo. Il tempo passava, giorni belli, brutti, terrificanti scorrevano, affanni, accolli, guizzi, felicità. Nei momenti bui alzavo lo sguardo e la fuga era lì, paziente, ad attenderci. L’influenza K ha spazzato via le nostre vacanze di Natale: «Tanto c’è Marsiglia»; il lavoro mi toglieva il sonno: «Tra sette settimane partiamo»; l’ansia capillare e diffusa mi rosicchiava l’anima: «Manca pochissimo, resisti!». Miraggio, panacea, rifugium peccatorum, utopia, vacanza prêt-à-porter.

La fuga per ricaricare le pile

Alla fine è arrivata. Ed è stata esattamente come l’avevo sognata. Una bolla di leggerezza e oblio che si è staccata con grazia dal pantano della quotidianità per librarsi in volo e portarci via. Abbiamo camminato su e giù (avevo sottovalutato le pendenze marsigliesi) come maratoneti, abbiamo guardato il mare, ci siamo fatti portare via dal vento, ci siamo inerpicati su spettacolari scogliere e abbiamo mangiato specialità locali e arabe perché il melting pot ha un sapore irresistibile. E, a un certo punto, sdraiata su uno scoglio a prendere un sole tiepido e buono, mi sono scordata di tutto. E c’era solo quel magnifico presente, il fazzoletto di meraviglia e nient’altro, una sintesi perfetta di felicità. Per salvarsi basta poco: persone a cui volere bene, del cioccolato, un bel libro e una fuga ogni tanto per ricaricare le pile.