«Ciao cara. Certo cara. Dimmi tesoro». Mi ero salvata da questa iattura nella vita di coppia, dai picci qui e picci là, dai tesorino e amorino, e ora me la ritrovo nei saluti della mail e nelle telefonate, nelle conversazioni di lavoro, allo sportello della Asl, al banco del panettiere. Dal benzinaio. Mi suona un po’ come le voci in falsetto che propiniamo ai bambini piccoli, così fasulle e stereotipate. Un modo di dire che, fino a poco tempo fa, usavano forse solo le nonne, antiquato e molto informale. Oggi, un insostenibile zucchero non richiesto. Tanto più fastidioso quanto più la situazione è formale.

«Ciao cara» lo senti dappertutto

Facci caso, ormai lo senti dappertutto: al supermercato quando al banco ti domandano: «Altro cara?»; nei negozi, col commesso che saluta «Buongiorno cara»; al distributore di benzina, con l’addetto che domanda «L’acqua, l’olio, tutto a posto, cara?». Sembrano tutti appena usciti da un corso intensivo di marketing dove gli hanno raccomandato di rivolgersi al cliente con questo appiccicoso appellativo. Ma non sarebbe meglio se il salumiere, il commesso e il benzinaio dicessero «Altro?», «Buongiorno» e «L’acqua, l’olio, tutto a posto?» senza quell’aggettivo che cerca di creare una relazione di confidenzialità dove non c’è? Se non ti conosco, non vedo perché ti sarei così cara.

Rispunta il darling delle commedie americane

Mi chiedo che bisogno ci sia di squittire con tutti questi «Cara» di qui e «Tesoro» di là, perché infilare questo miele non necessario, perché riesumare i darling che abbondavano nelle commedie americane degli anni Cinquanta e che, per fortuna, da noi non avevano attecchito. Ma che ora ritornano in una nuova, e molto più amplificata e massiva, versione.

Il «Ciao cara» nei luoghi di lavoro

Il «cara» stereotipato vola così come una vera epidemia tra i tanti dialoghi, dentro al web (dove stona ancora di più, soprattutto quando ci si insulta e allora diventa sarcastico) e fuori, nella vita di ogni giorno. Ormai questo modo di dire è diventato una moda: si è allargato invadendo la maggior parte dei saluti e delle richieste di qualsiasi tipo, proprio là dove il miele viene usato come impianto dell’apparenza per nascondere un retroscena di convenienze.

In ogni luogo, questa profusione di carineria non richiesta e non necessaria emana solo insincerità e opportunismo. Inevitabile chiedersi che cosa nasconda. Senti dire «Ciao cara» da persone che non hai mai visto o frequenti solo tramite e mail o WhatsApp e pensi: ma perché le sarei così cara? Ha bisogno di me e quindi mi liscia il pelo? Non le piaccio, ma non può dirmelo, e di conseguenza si mette una maschera? Deve dirmi una cosa sgradevole e allora la addolcisce con un calmante? O forse vuole tenermi buona perché le potrei servire?

donna guarda perplessa una persona che le dice Ciao cara in ufficio
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Troppo zucchero toglie verità

L’espressione stona ancora di più se l’altro si ricorda bene il tuo nome. E se, con quell’altro, tu ci lavori. Quindi mi stai tenendo buona, vuoi chiedere un favore scomodo o mi stai dicendo un No addolcito. Allora dimmelo direttamente. È forse una captatio benevolentiae?

Si sa, i rapporti di lavoro sono sempre basati sul do ut des. Se non fosse così, non esisterebbero i salari, i compensi, i contratti. Visto che tutti lo sappiamo e ci regoliamo di conseguenza, sarebbe meglio che chi abusa del «Ciao cara, dimmi tesoro» dismettesse la messinscena e diventasse più trasparente. Anche perché lavarsi via tutto quello zucchero ridarebbe ai rapporti la loro verità.

«Ciao cara» presuppone affetto anche quando non c’è

Ma mettiamo pure che l’altro non abbia l’intenzione di chiedere un favore o di introdurre un argomento scomodo. Allora perché usare «Ciao cara» se non ci sono affetto, amicizia o amore che legano le due persone? Se tutto questo non c’è, l’aggettivo caro si svuota del suo significato, si banalizza e diventa un goffo tentativo di mostrarsi gentili ed educati. Oppure di elevare il proprio linguaggio, finendo per risultare ridicoli. L’effetto del contadino in città.

Usiamolo come la panna montata

Ancora peggio coi bambini, quando usare «caro» e «cara» significa tramandare la tecnica dell’accerchiamento mellifluo, quella che da adulti rischia di trasformarsi in manipolazione. Allora usiamo questi «cara» o «caro» come la panna montata: che va bene, sì, ma solo ogni tanto, non su tutto. E in dosi minime.

L’insofferenza data dall’età

Mi viene in mente Il diario di Jane Somers, dove Doris Lessing assegna questa insofferenza per le carinerie d’ufficio a uno dei personaggi. Si tratta di un’anziana paziente di una casa di cura, Mrs Flora Medway, che vuole essere chiamata solo con il cognome. Quando arriva un’infermiera nuova e le si rivolge chiamandola «cara, carina, tesoro», o «Flora», lei le dice subito: «Non mi tratti come una neonata, sono abbastanza vecchia da essere la sua bisnonna».