Nonostante aumentino gli uomini che si occupano anche di faccende domestiche o della cura della famiglia, queste sono ancora oggi gestite soprattutto dalle donne. Il problema, però, è che di fronte a una maggiore consapevolezza dell’esigenza di ridistribuire i carichi, alcuni partner si trincerano dietro una loro presunta “incompetenza”.
Un esempio? La spesa: molti eludono l’incombenza dicendo di aver paura di sbagliare nella scelta dei prodotti. C’è da cucinare? Si tirano indietro, spiegando di “non essere altrettanti bravi”. Lo stesso vale per le pulizie o l’avvio di una lavatrice. È quella che si chiama weaponized incompetence, ossia una presunta mancanza di competenza e abilità, che viene usata come arma (weapon), per non occuparsene. Ma che sta spingendo molte donne a scegliere per la separazione o il divorzio.
Cos’è la weaponized incompetence maschile
Il fenomeno non è sconosciuto né frutto dei tempi moderni, ma è proprio ora che sta rendendo più difficili i rapporti di coppia: oggi, infatti, cresce in qualche caso la collaborazione tra partner all’interno delle mura domestiche, eppure c’è chi fa ricorso alla sua presunta mancanza di “competenze” per non occuparsi di alcune mansioni. Il più classico e frequente dei casi è il fare la spesa: «Non so come fare e cosa comprare», rispondono in molti, nonostante siano stati forniti di lista dei prodotti da acquistare. Stesso copione per l’uso di aspirapolvere, lavatrice e altri elettrodomestici, nonostante siano molto bravi con trapano o martello, o nell’occuparsi di automobili e altri mezzi.
Una strategia pianificata o un retaggio culturale?
«Non sempre è una strategia pianificata: spesso è una dinamica appresa nel tempo. Dichiararsi incapaci o svolgere male un compito può portare l’altra persona a prenderlo in carico e questo meccanismo si rinforza proprio perché produce un risultato: liberarsi da una responsabilità», osserva Virginia Vandini, sociologa e presidente dell’Associazione Valore del Femminile. «Non è un fenomeno nuovo. Per lungo tempo la divisione dei ruoli nelle famiglie ha attribuito alle donne la gestione della casa e delle relazioni, mentre agli uomini altri ambiti. La novità è che oggi questi equilibri vengono sempre più messi in discussione».
Quando la weaponized incompetence diventa un problema di coppia
Come ricorda Business Insider, il termine weaponized incompetence è stato coniato per la prima volta a inizio 2000, ma è solo di recente che sta diventando un problema per molte coppie. Il non occuparsi di alcuni compiti da parte degli uomini può portare a frustrazione, stress e risentimento tra le donne. Ciononostante alcune accettano questa condizione e si adoperano per risolvere la situazione, sobbarcandosi più lavoro, e, talvolta, provando persino gratificazione nel sentirsi importanti, se non “indispensabili” («Se non lo faccio, chi si ne occupa?», è il ragionamento più diffuso).
Se lei non accetta l’incompetenza
Il problema si pone, invece, quando le donne non sono più disposte ad accettare scuse e chiedono di redistribuire i compiti. Se dall’altra parte trovano mariti e compagni pronti a farlo, l’empasse si supera ma, se prevale la rigidità, ecco che qualche donna inizia a mettere in discussione la relazione stessa. È per questo, secondo Business Insider, che stanno anche aumentando le separazioni e i divorzi su iniziativa femminile. Pur senza arrivare a questo tipo di decisioni drastiche, in ogni caso gli “alibi” minano il rapporto di coppia.
La stanchezza relazionale delle donne
Quando il sovraccarico per le donne diventa eccessivo, ecco che scatta la volontà di mettere fine a un rapporto non equilibrato. «Può certamente contribuire. Più che il singolo gesto, pesa l’accumulo nel tempo di un carico domestico ed emotivo non condiviso. Quando una persona sente di dover gestire tutto (dall’organizzazione della casa alle relazioni familiari), può sviluppare una forte stanchezza relazionale – osserva la sociologa – Molte separazioni oggi non nascono da grandi conflitti, ma da una progressiva percezione di solitudine dentro la relazione, dalla sensazione di portare da soli il peso della vita quotidiana».
Quanto incide l’individualismo
C’è poi anche un altro elemento che può spiegare perché oggi aumenti la weaponized incompetence: «Viviamo in un’epoca segnata da un forte ripiegamento individualistico: si parte giustamente da sé, dal proprio benessere e dai propri bisogni, ma spesso si finisce per chiudersi in una dimensione centrata solo su questo. In questo clima le relazioni rischiano di diventare meno collaborative e più sbilanciate. Inoltre, l’uso dell’“incompetenza” permette di evitare di esprimere apertamente il proprio disinteresse o la propria difficoltà e fa aggirare il problema dichiarandosi incapaci o sottraendosi indirettamente», dice Vandini.
Perché è frutto di uno stereotipo (maschile)
«A entrare in gioco, comunque, sono soprattutto gli stereotipi culturali. Per decenni la socializzazione ha insegnato agli uomini alcune competenze considerate “tecniche” e alle donne quelle legate alla cura e alla gestione domestica. Non si tratta quindi di capacità naturali, ma di apprendimenti. Se una persona sa riparare un motore, ma sostiene di non saper fare una lavatrice, chiaramente non è un problema di abilità reale, ma di aspettative interiorizzate su cosa “spetti” a ciascuno», sottolinea Vandini. Per questo l’atteggiamento di presunta non competenza riguarda soprattutto gli uomini.
Quando accade al lavoro tra colleghi
Il rischio, però, è che possa accadere anche al lavoro. «Dinamiche simili possono emergere anche nei contesti lavorativi. A volte alcune persone evitano responsabilità dichiarandosi meno competenti o meno coinvolte, lasciando che altri si facciano carico di compiti e decisioni – conferma la sociologa – In questi casi non si tratta tanto di un problema di genere quanto di cultura organizzativa: quando i ruoli e le responsabilità non sono chiari, si creano facilmente squilibri e qualcuno finisce per sostenere più peso degli altri».
Come si neutralizza l’incompetenza armata
«Il primo passo è rendere visibile la dinamica, perché spesso questi meccanismi funzionano proprio restando impliciti – consiglia Vandini – Il secondo è sviluppare una comunicazione più assertiva, cioè la capacità di esprimere in modo chiaro bisogni, limiti e aspettative senza assumersi automaticamente anche il compito dell’altro. Infine, è necessario passare dall’idea di “aiutare” a quella di condividere responsabilità: nelle relazioni paritarie non si tratta di dare una mano, ma di sentirsi entrambi responsabili della gestione della vita comune».