Da sex symbol anni ’90 a esempio di accettazione di sé, anche e soprattutto col passare degli anni, ora Pamela Anderson diventa anche testimonial del coraggio di parlare delle paure che accompagnano le malattie. Nel suo caso si tratta dell’epatite C, spesso sottovalutata, ma che alla ex “bagnina” di Baywatch diagnosticarono molti anni, facendole temere per la sua stessa vita e di non poter essere presente in quella dei suoi figli. L’occasione recente per affrontare il tema è stata la Mostra del Cinema di Venezia.

Pamela Anderson e l’epatite C

Da tempo paladina del coraggio femminile di mostrarsi in pubblico struccate, a eventi scanditi invece dalla voglia di apparire evergreen, senza rughe (grazie a qualche “aiutino”) o filiformi (in questo caso spesso complici i farmaci anti-obesità) Pamela Anderson è fresca della consegna dell’Award of Courage, consegnatole durante la serata di gala amfAR. Ma quella che doveva essere una occasione mondana è diventata anche teatro di una confessione intima per l’attrice, che ha raccontato davanti al pubblico la sua esperienza con l’epatite C, diagnosticata alla fine degli anni Novanta, quando per quella malattia non erano disponibili le cure attuali.

Il timore di morire

Nel momento in cui i medici le esposero la diagnosi, ossia quella di una epatite che avrebbe potuto concederle solo una decina di anni di vita, Anderson non ha nascosto il suo dramma: «Era una condanna a morte. È quello che mi disse il mio medico: probabilmente mi restavano circa 10 anni da vivere», ha raccontato in modo accorato, aggiungendo: «Ha stravolto la mia vita». L’attrice ha spiegato che il suo primo pensiero erano stati i figli, all’epoca ancora piccoli, che lei non avrebbe potuto veder crescere e ai quali temevano di poter rimanere accanto a lungo.

Il senso di vergogna e colpa

A questi pensieri si erano aggiunti anche un senso di vergogna e di colpa per aver contratto una malattia che è associata a comportamenti scorretti: «È così, tutt’oggi è una patologia spesso accompagna da stigma sociale: vale per l’epatite come per altre malattie infettive. Si pensa che se ci si è ammalati è perché si è agito in modo non prudente o persino peggio, senza differenziare. Per esempio, l’epatite B è legata soprattutto a trasmissione per via sessuale, ma la C si può contrarre prevalentemente attraverso trasfusioni, interventi chirurgici, tatuaggi o piercing con strumenti o in ambienti non ben sterilizzati», spiega Matteo Bassetti, Direttore della Clinica di Malattie infettive dell’ospedale San Martino di Genova.

Come si contrae l’epatite C

«Come detto, mentre l’epatite B ha una trasmissione soprattutto sessuale, la C poteva essere contratta – specie in passato in Italia – a causa del contatto con strumenti non adeguatamente sterilizzati. L’epatite A, invece, è legata al cibo: si tratta di una infezione che si può avere dopo l’ingestione di alimenti o acqua contaminati dal virus – chiarisce Bassetti – Infine va chiarito che l’epatite C, sebbene causi danni al fegato, non c’entra con l’epatite alcolica, non virale ma che colpisce comunque lo stesso organo».

I numeri della malattia in Italia

La confessione di Pamela Anderson ha comunque permesso di far luce su una malattia di cui si parla troppo poco: secondo i dati dell’Istituto Superiore di Sanità, pubblicati sul portale Epicentro, alla fine del 2025 si erano registrati 51 casi di epatite C, a fronte di 631 di epatite A e 148 di B. «l fattore di rischio maggiormente riscontrato nei casi notificati nel 2025 è l’esposizione a trattamenti estetici (manicure/pedicure, piercing e tatuaggi – 31,9% dei casi), seguito da esposizione nosocomiale e sessuale, entrambi fattori riportati dal 28,6% dei casi. L’uso di droghe è stato registrato in 10 casi (21,7%), 6 dei quali erano seguiti da un Ser.D».

Una malattia di cui si parla poco

«Dell’epatite non si parla abbastanza perché, fortunatamente, in Italia negli ultimi 10 anni abbiamo avuto a disposizione farmaci talmente straordinari, potenti e attivi da permettere la guarigione – osserva Bassetti – La storia di Pamela Anderson si riferisce a 20 o 25 anni fa, quando le terapie non funzionavano così bene: i pazienti erano costretti a convivere con la malattia, che danneggiava il fegato, portando anche a cirrosi o tumore e, dunque, rischiando la morte. Oggi non è più così, ma occorre conoscere la positività per potersi curare, per questo è importante la diagnosi precoce».

L’importanza della diagnosi precoce

«Lo sforzo degli ultimi anni è stato di cercare di far emergere l’occulto: molti non sapevano di aver contratto la malattia. Sono quelli a cui ci rivolgiamo oggi, per questo un messaggio come quello di Pamela Anderson è importante, perché molti non sanno di aver contratto l’epatite, magari anche in Paesi differenti dall’Italia, dove le strutture possono presentare standard di igiene e sterilizzazione inferiori. Per questo oggi si tende, in occasione di controlli ematici, a inserire negli esami del sangue anche la ricerca degli anticorpi per l’epatite», sottolinea l’infettivologo.

Come si cura oggi

Come sottolineato da Matteo Bassetti, però, oggi si dispone di cure molto più avanzate ed efficaci rispetto al passato. «Abbiamo la possibilità di somministrare antivirali, anche sotto forma di pastiglie, dunque piuttosto semplici da prendere. Ma soprattutto, a differenza del sistema statunitense, il nostro sistema sanitario nazionale può offrire queste terapie, seppure molto costose, a tutti in modo gratuito. È un fattore importante, specie considerando che non ci sono vaccini per l’epatite C, ma solo per la B e la A», conclude Bassetti.