A Milano sono stati accertati otto casi di tubercolosi all’interno dell’Istituto di Medicina Legale della città. La malattia ha colpito medici specializzandi e operatori sanitari della struttura. Nessuno tra loro è ricoverato in ospedale e tutti sono in isolamento domiciliare, sottoposti alle cure adeguate.

Sulla fonte del contagio sono in corso ancora alcune indagini e Ats Milano ha riferito al Corriere della Sera che altre sette persone sono risultate positive ai test senza aver sviluppato la malattia. Tra i corridoi e le sala anatomiche si fa strada l’ipotesi principale: il “paziente zero” potrebbe essere un cadavere sottoposto a autopsia dal quale si sarebbe generato il contagio tra i medici presenti.

Tubercolosi: nessun rischio epidemia

Basta però pronunciare la parola focolaio per far scattare subito la paura e spingere qualcuno a
evocare persino lo spettro di un’emergenza nazionale. Eppure sul piano della salute pubblica
l’ipotesi di una diffusione a larga scala va smentita con fermezza.
A differenza di quanto accaduto col Covid «Non c’è nessun rischio di epidemia» ci dice il dottor Giuseppe Liberti, primario di malattie infettive all’ospedale Cannizzaro di Catania – né su scala regionale né tantomeno nazionale.

La situazione è sotto controllo perché i malati e i positivi sono stati individuati ed è stato subito attivato un accurato screening di tutti i contatti, con un idoneo tracciamento. Si tratta di un piccolo cluster in ambito lavorativo che non deve spaventare nessuno, né generare inutili allarmismi». Né tantomeno scatenare una pretestuosa caccia allo straniero.

Come si contrae la tubercolosi

La tubercolosi è causata da un batterio (noto comunemente come bacillo di Koch) e si trasmette
attraverso piccole particelle immesse nell’aria, ad esempio con un colpo di tosse
. Molte persone
pur entrando in contatto col batterio lo mantengono silente all’interno dell’organismo senza sviluppare la malattia. Si tratta di un’infezione curabile che necessita però di una terapia lunga, con tre o quattro antibiotici combinati, da eseguire per circa un anno.

Non c’entra l’igiene

«È un errore considerare la tubercolosi una malattia del passato – precisa l’infettivologo – , esiste
ancora, ma non ha a che fare con la mancanza di igiene.
A volte la riscontriamo in cittadini
stranieri solo perché purtroppo queste persone non riescono a ricevere diagnosi tempestive.
Nell’epoca preantibiotica era una malattia spesso fatale. Oggi no, la cura c’è ed è efficace
rapidamente.
Dopo quindici-venti giorni dall’inizio della terapia il paziente in genere si negativizza
– afferma il dottor Liberti – e smette di essere a rischio contagio per gli altri. Il che non significa
guarito perché il percorso terapeutico è lungo e impegnativo».

L’ambiente chiuso ha facilitato il contagio?

Sulle modalità di gestione dell’autopsia sono scoppiate alcune polemiche. L’Associazione Liberi
Specializzandi ha espresso forti dubbi sulla correttezza delle procedure,
ipotizzando una mancata
valutazione del rischio biologico. L’associazione ha così chiesto chiarimenti formali all’Ateneo.
Sull’aspetto della prevenzione specifica negli ambienti medico-legali Liberti sottolinea quanto
delicati siano questi esami: «Le autopsie devono essere eseguite in presenza di cappe di
aspirazione adeguate. Un ambiente chiuso, privo di dispositivi di protezione individuale e di
adeguati sistemi di aerazione rappresenta un contesto a rischio per chi esegue l’esame
autoptico».

Si può essere positivi e non ammalarsi

Un ultimo aspetto fondamentale riguarda i soggetti risultati positivi ai test di tracciamento, ma privi di sintomi. Il batterio della tubercolosi potenzialmente può colpire chiunque entri in contatto con esso, ma questo non significa che la malattia si sviluppi automaticamente in tutti i soggetti. Molte persone non svilupperanno mai la malattia, altre invece possono ammalarsi molti anni dopo, in presenza di grandi stress e deficit immunitari.

Il vaccino vale solo per alcune categorie

L’Istituto Superiore di Sanità afferma che “il vaccino attualmente autorizzato offre una protezione parziale contro le forme gravi infantili della malattia, ma non protegge in modo efficace gli adolescenti e gli adulti”. La vaccinazione contro la tubercolosi in Italia infatti non è obbligatoria per tutta la popolazione, ma solo per specifiche categorie considerate a rischio. Tra queste ci sono i neonati e bambini sotto i 5 anni che convivono o hanno contatti stretti con persone contagiose e il personale sanitario, compresi allievi infermieri e medici specializzandi, con test negativo, che operano in ambienti ad alto rischio e non possono essere sottoposte a terapie per alcune personali controindicazioni a farmaci specifici.