«Attesa. È il termine che sento più adeguato per questo periodo della mia vita» ci racconta Laura. «Ho 45 anni, un tumore “grande”, ma non avanzato. Questo è positivo, mi hanno detto. Perché non ci sono metastasi. Ma devo fare diversi cicli di chemioterapia ancora prima dell’intervento chirurgico, per ridurne le dimensioni, sempre che il mio tumore risponda. E sto male. Per i disturbi della chemio ma anche per l’ansia dell’attesa che si mangia le notti e i giorni».

Tumore al seno e chemioterapia neoadiuvante

Laura ha un tumore al seno classificato HER2-negativo con recettori ormonali positivi. È la forma più comune, che riguarda circa 7 malate su 10. Quando il cancro si presenta in uno stadio localmente avanzato, le linee guida prevedono più cicli di chemioterapia neoadiuvante. Un termine, questo, che indica la terapia con chemioterapici da somministrare nei mesi precedenti all’intervento, con l’obiettivo di ridimensionare la massa e favorire operazioni meno invasive. Dalle ricerche però è emerso che per ridurre il volume del tumore in alcune pazienti ci potrebbe essere una strada piu efficace e più “soft”.

Lo studio VIOLET e il ruolo della Fondazione Veronesi

E da qui, ha preso forma VIOLET (acronimo di Validation of Individualized Oncotype DX in Early Breast Cancer Treatment), uno studio che Fondazione Veronesi finanzia e coordina grazie a una piattaforma di ricerca innovativa, per capire se subito dopo la diagnosi sarà necessaria o meno la chemioterapia pre-operatoria. Con un fine ultimo: migliorare concretamente le prospettive di cura delle donne colpite dal tumore al seno. Da più di vent’anni Fondazione Veronesi finanzia la ricerca scientifica sui tumori femminili, e fino a oggi ha sostenuto oltre 650 eccellenti ricercatori e ricercatrici impegnati quotidianamente su questo fronte, più di 30 progetti di ricerca pluriennali con l’obiettivo di trovare strategie innovative, nuovi farmaci e nuove combinazioni terapeutiche per aumentare la percentuale di sopravvivenza e migliorare la qualità di vita delle pazienti.

Ma quali sono le peculiarità di questo studio? Per saperlo, abbiamo intervistato due grandi esperti: Paolo Veronesi, presidente di Fondazione Umberto Veronesi ETS e direttore del Programma di Senologia dell’Istituto Europeo di Oncologia di Milano, e Valentina Gambino, coordinatrice piattaforme di ricerca e cura di Fondazione Umberto Veronesi ETS.

Professor Veronesi, in cosa consiste lo studio VIOLET?

«Si parla molto di terapie ritagliate su misura del paziente. In molti casi questo è già possibile, ma dopo l’intervento chirurgico. Grazie alla ricerca, ora abbiamo gli strumenti necessari per concentrarci sulla fase pre-intervento e applicare i concetti della medicina personalizzata che abbiamo imparato a conoscere. Mi spiego meglio. Ora, in base alle linee guida, se il tumore al seno ha determinate caratteristiche, è necessaria la chemioterapia neoadiuvante, che ha un carico di effetti collaterali importanti ben noti, come nausea, vomito, caduta dei capelli, fatigue, cioè stanchezza esagerata. Con lo studio VIOLET, l’obiettivo è raggiungere gli stessi risultati, cioè la riduzione della massa tumorale, ma con altre strategie già utilizzate nel post operatorio, che non comprendono i trattamenti chemioterapici. E questo, per migliorare innanzitutto la qualità della vita delle pazienti, che in questo momento non è buona. Laura nella sua testimonianza lo ha sottolineato bene».

Dottoressa Gambino, in che modo lo studio VIOLET identificherà le pazienti che potranno sostituire la chemio con trattamenti farmacologici meno invasivi?

«Il primo step prevede l’esecuzione di un test genomico che verrà effettuato su un piccolo campione di tessuto tumorale, prelevato durante la biopsia diagnostica. Sappiamo che non tutti i tumori rispondono allo stesso modo alla chemio e questo perché la biologia di ogni tumore è diversa. Sulla base dei risultati del test genomico, integrati con altre informazioni cliniche come l’età della donna e lo stato menopausale (pre o post menopausa), sarà possibile identificare le pazienti che possono trarre beneficio dalla chemioterapia e quelle per le quali tale trattamento potrebbe non essere realmente vantaggioso. A queste ultime verrà proposta una terapia non chemioterapica».

Dottoressa Gambino, ha parlato di farmaci diversi dai chemioterapici: cosa cambia?

«La possibilità di fare a meno della chemioterapia consente di evitare molti effetti collaterali importanti. In alternativa ai chemioterapici, lo studio VIOLET testerà, in base all’informazione genomica delle pazienti, l’utilizzo in neoadiuvante di farmaci noti perché vengono già impiegati dopo l’intervento chirurgico: l’ormonoterapia e una molecola di nuova generazione che funziona inibendo le proteine CDK 4 e CDK6».

Professor Veronesi, non abbiamo chiarito l’identikit delle donne candidate. Lo ricordiamo?

«Come è stato sottolineato prima, le pazienti devono avere un tumore al seno del sottotipo classificato HER2-negativo con recettori ormonali positivi, indicato nei referti con la sigla ER+/HER2-. In questi casi, la proliferazione delle cellule tumorali è legata agli ormoni femminili e non è presente il recettore (HER2 per l’appunto) che rende il tumore molto più aggressivo. Inoltre deve essere nello stadio 2 oppure 3B. Significa in parole semplici che è una massa tumorale voluminosa, ma non metastatica perché le cellule tumorali non si sono estese ad altre parti del corpo. Le donne con queste caratteristiche possono essere candidate allo studio ed eseguire il test genomico, come abbiamo spiegato prima. Lo studio coinvolge i Centri senologici italiani più noti e saranno gli oncologi stessi a identificare le pazienti idonee».

Professor Veronesi, il test utilizzato nello studio è una novità?

«Il test genomico è già nella pratica per le donne dopo l’intervento chirurgico. Si utilizza sempre per la forma ER+/HER2, ma il tumore deve essere in fase iniziale. In questo caso la terapia prevede l’intervento chirurgico per l’asportazione del nodulo, l’analisi del linfonodo sentinella e, per ridurre il rischio di recidiva, la terapia ormonale associata o meno alla chemioterapia. Quando c’è incertezza sulla cura più indicata, entra in gioco il test genomico, che viene eseguito su un campione di tessuto tumorale prelevato durante l’operazione. Il test indica in quello specifico tumore se il rischio di recidiva a nove anni di distanza dalla diagnosi è basso. E se i benefici aggiuntivi della chemioterapia sarebbero assenti».

Un aiuto dall’intelligenza artificiale

La mammografia è l’esame basilare per il controllo del seno. Viene letta separatamente da due radiologi, per ridurre al minimo il rischio di errori nell’interpretazione delle immagini. E già in molti centri, la doppia lettura è affidata a un esperto e all’intelligenza artificiale. Ma i progressi avanzano. «In collaborazione con un partner tecnologico, stiamo co-sviluppando internamente un tool di intelligenza artificiale progettato e addestrato direttamente sui dati delle pazienti che si sottopongono alla mammografia in IEO anziché, come avviene solitamente, su modelli sviluppati altrove» sottolinea il professor Veronesi. «Questa modalità di sviluppo all’interno di un ospedale è unica in Europa. E punta a garantire maggiore accuratezza ed equità nei risultati delle mammografie nella pratica senologica nazionale».