La salita più impegnativa del mondo: ancora oggi, Tommy Caldwell (altro mostro sacro) e Lynn sono le uniche due persone a essere riuscite a salire in giornata quella parete ritenuta impossibile. Lynn l’ha fatto a 31 anni: 900 metri di roccia in 23 ore. Quando la chiamo è nella sua casa in Colorado. Mi saluta in italiano perché, mi dice, è stata molte volte in Italia. Anche ultimamente, ai primi di luglio, al Nuovi Mondi Festival, un piccolo festival di montagna a Valloriate (Cn) dove in quei giorni ha anche scalato. «Ora sto preparando un pranzo che ho imparato a cucinare in Francia da Nina Caprez, che sono andata a trovare proprio in questi giorni» mi spiega. Nina Caprez è un’altra grande scalatrice con la quale Lynn Hill ha di nuovo scalato The Nose nel 2018, per celebrare il 25esimo anniversario della sua grande impresa.

«Arrampicarsi è una specie di meditazione». Non l’avevo mai intesa in questa forma, l’ho scoperto parlando con Lynn Hill, 62 anni, una leggenda nel mondo del climbing: è stata la prima a salire in libera (in americano è il free climbing, dove si scala la parete con le mani e i piedi, e gli unici appigli sono quelli della roccia) The Nose, la salita più impegnativa di El Capitan, una montagna di 2.307 metri nel Parco nazionale di Yosemite, in California.

Lynn Hill e la salita più impegnativa del mondo

Lynn Hill: una vita in cima

«Ho sempre cercato di minimizzare il rischio e poi, quando ho avuto un figlio (ora ha 20 anni, ndr) ho fatto un’assicurazione speciale sulla vita. Anche perché in montagna può capitare che ci sia altra gente che sta scalando e che qualcosa cada. Può sempre andare storto qualcosa, la roccia che decide di rompersi: alla roccia non importa nulla di te. The rock is the rock, la roccia è la roccia. Non do mai nulla per scontato».

Non ha mai avuto paura?

«Quando dico che la roccia è la roccia intendo che devi essere consapevole di quello che succede in natura e ascoltare il tuo intuito, ascoltare il tuo essere in quel posto, concentrarti. Se non vuoi prendere rischi non li avrai. Ci sono invece persone che pensano di superare i limiti, lo fanno per dimostrare qualcosa agli altri. Questo è pericoloso. La gente muore. Qui ci sono arrampicatori molto forti che fanno free (quella forma di arrampicata in solitaria senza protezioni dove uno sbaglio può essere fatale) solo per rompere ogni record, cercano di arrampicarsi il più velocemente possibile. Ma se sei veloce non riesci a stare attento. Io invece se non trovo una strada a volte ricomincio daccapo, da terra, per tentare un’altra via. Sono sempre consapevole quando mi trovo in una situazione pericolosa».

Lei usa delle protezioni.

«Sì, io faccio arrampicata libera. Mi arrampico con le mani e i piedi, ma ho una corda che mi sostiene nel caso di caduta. Senza ti puoi fare molto male o addirittura morire».

Per arrampicarsi su The Nose, la sua celebre impresa, lei ha impiegato 23 ore, com’è stato?

«Mi sono fermata per riposare perché faceva molto caldo e ho aspettato che il sole calasse. È stato il solo stop che ho fatto. Il mio obiettivo era non cadere e quindi l’ho presa lentamente».

In parete come si fa a riposare?

«Noi scalatori abbiamo il portaledge: una specie di tenda che si attacca alla parete. Oppure si può riposare in qualche rientranza della roccia. Ti puoi anche portare l’attrezzatura per fare il caffè. Di solito si mangia cibo essiccato, ma io preferisco cibo fresco. Comunque se sei fuori per un paio di giorni bastano anche cose che ti danno energia. L’ultima volta che sono stata in parete però sono stata sulla montagna per una settimana. Ecco lì è stato un po’ più duro».

Ma cosa significa stare a un passo dal cielo?

«Ti concentri su dove sei. Io mi focalizzo su quello che sto facendo, non mi fermo a guardare o a pensare a quanto sono in alto. Sono in un ambiente completamente diverso. È una cosa a cui ci si abitua. Guardare giù è come guardare una foto, sai che giù della gente ti sta guardando. A volte sento i miei amici che mi incoraggiano quando c’è una sessione difficile. Ci vuole pazienza durante il percorso per arrivare dove vuoi. Non c’è uno scopo, ma solo la voglia di salire la parete. È una prospettiva differente».

Perché ha deciso proprio di diventare una scalatrice?

«Mi è sempre piaciuto arrampicarmi fin da piccola. Salivo sugli alberi, salivo su un muro di granito vicino a casa. La gente diceva: “C’è quella pazza di Lynnie di nuovo lassù”. Quando ho iniziato non sapevo nulla dell’arrampicata e non era uno sport. La cultura della montagna era molto diversa da quella che c’è oggi. Ora l’arrampicata è diventata una disciplina olimpionica. Quando ho iniziato era una novità e anche io ero una novità: una donna in un ambiente dominato dagli uomini. Il luogo comune era che le donne non avessero un corpo abbastanza forte per arrampicarsi come gli uomini».

E lei ha dimostrato che non è così.

«Mi è venuto naturale. Ho sempre messo in dubbio quello che mi dicevano e questo mi ha aiutato. Io ho sempre creduto in me stessa e in quello che sono in grado di fare e credo in generale che le donne possono essere più dure e consapevoli in quello che fanno. Non credo che dovremmo porci dei limiti e anzi accettarci per quello che siamo».

Qual è stata la reazione degli uomini quando ha scalato per prima la difficilissima parete The Nose? «Hanno detto che ci ero riuscita perché avevo le dita piccole. Ma forse anche perché quando ero ragazza stavo con uno scalatore abbastanza noto che mi diceva sempre che avevo le dita piccole e che con quelle sarei riuscita a scalare The Nose… Questo era il pregiudizio. Per altri invece è stata la dimostrazione di quello che le donne sono in grado di fare».

Ha mai avuto un incidente?

«Oh sì. E uno anche famoso nel 1989. Mi sono distratta con il mio compagno di cordata mentre mi preparavo a salire e non avevo fissato bene il nodo all’imbragatura. Ho fatto un volo di 22 metri che però è stato attutito da un albero che mi ha salvato. È stata una grande lezione: lì abbiamo tutti capito che bisogna fare un controllo incrociato, non farsi distrarre durante le manovre, e guardare sempre il compagno».

Cosa le ha insegnato l’arrampicata?

«A controllare le emozioni, i miei pensieri, a non distrarmi. Ad ascoltare il processo interiore che mi porta a certe decisioni, i miei stati d’animo, a rispettare l’ambiente in cui mi trovo. È un processo sia esteriore che interiore. Pratico ashtanga yoga e un po’ di meditazione ma credo che l’arrampicata sia una specie di meditazione in movimento: bisogna focalizzarsi su quello che si fa, avere pazienza, aspettare il momento giusto per fare un movimento, e quando lo si fa  crederci al 100%».