«Mi svegliavo e speravo fosse già sera, sognavo di ritrovarmi in fondo alle giornate lavorative senza essere costretto a viverle». Intervistato sulle origini di Scissione (Severance), la serie di punta di Apple TV+ che ha ricevuto più nomination agli Emmy 2025, il creatore e showrunner Dan Erickson ha rievocato una fase particolarmente alienante della sua carriera. Per la gioia del pubblico, ha sublimato quell’esperienza frustrante esasperando la fantasia di una cesura netta tra lavoro e vita personale con una delle serie più originali e disturbanti degli ultimi anni.

Quando staccare dal lavoro sembra fantascienza

Scissione tratteggia infatti l’incubo di un’azienda che propone ai suoi dipendenti, col sussidio di un dispositivo chirurgico, una dissociazione delle menti in due metà non comunicanti: la “innie”, la versione lavoratrice, e la “outie”, dedita esclusivamente alla vita privata. Fantascienza, certo. Ma per molti quel rapporto alienante con il lavoro fa il paio con un disagio tangibile, pungente: ce ne accorgiamo soprattutto in vacanza, nei weekend, in tutte le occasioni in cui ci troviamo a interrompere la routine lavorativa, quando deroghiamo al buon proposito di lasciarci alle spalle ansie e carichi mentali perché “l’ufficio” ci insegue, infesta i nostri pensieri.

Disconnessione difficile: perché il lavoro ci insegue anche in vacanza

Uno stato d’animo condiviso, lo confermano i dati, se ce ne fosse bisogno: secondo una recente ricerca di CamperDays, piattaforma di noleggio leader in Europa che ha condotto uno studio in collaborazione con l’istituto di ricerca Censuswide, il 68% degli italiani non è in grado di staccare davvero la spina nemmeno in vacanza e uno su cinque resta costantemente connesso. Secondo il report, quasi la metà dei millennial prova addirittura un senso di colpa quando si trova a chiedere giorni di ferie.

Il lavoro definisce chi siamo: identità e senso di colpa

Più che l’idea di un sovraccarico, sotto la lente c’è il significato che oggi attribuiamo alla sfera lavorativa: «Il punto non è più solo quanto tempo dedichiamo alle nostre attività professionali, ma quanto queste concorrano a definirci» spiega Alessio Carciofi, docente e consulente esperto di digital wellbeing. «Nessuno mi obbliga a rispondere alle mail fuori orario» ammette Chiara, 29 anni, impiegata in un’agenzia creativa, «ma la mia mente è spesso ostaggio di un circolo vizioso: l’idea che, se non rispondo subito a email e messaggi, perdo terreno tra i colleghi».

È come se il mio valore dipendesse dall’ampiezza della mia reperibilità. Per questo, anche in vacanza, appena mi sveglio mi fiondo a controllare la posta

La connessione continua come riflesso del bisogno di riconoscimento

Per Monica Bormetti, psicologa ed esperta di benessere digitale, che col progetto Smart Break promuove una cultura della disconnessione consapevole, quel riflesso corrisponde a un bisogno umano universale: «quello di sentirci riconosciuti. Quando il lavoro diventa la nostra principale fonte di identità e approvazione, la latitanza dalle scrivanie e dagli schermi rischia di essere percepita come una sorta di invisibilità. Ci rifugiamo nella connessione continua per sentirci ancora parte di qualcosa e ci ostiniamo a cercare quei segnali di validazione anche in vacanza». Se la nostra identità si alimenta soltanto di ciò che facciamo, concorda Carciofi, «ogni pausa rischia di trasformarsi in un vuoto difficile da abitare».

Quando anche il tempo libero diventa produttivo: il mito della performance

Giulia, 34 anni, è consulente freelance per un’amministrazione pubblica. Da quasi due anni trova nelle sessioni quotidiane di yoga una valvola di sfogo dallo stress. «Quando, appena sveglia, riesco a praticarlo sono più lucida, centrata». Eppure cede spesso alla tentazione dell’autosabotaggio: «Certe mattine, sopraffatta dalla lista di cose da fare, anziché srotolare il tappetino, accendo il computer. Vivo quegli appuntamenti mancati come piccoli tradimenti». Molti professionisti, anche di grande esperienza, osserva il professor Carciofi, sono ostaggio di una routine talmente orientata alla performance da non riuscire più a distinguere il tempo libero dalla latenza produttiva. «Ho colleghi che rispondono alle mail anche alle 23, pure in agosto, e mi sento obbligato a fare lo stesso, anche se so che sto sbagliando» riconosce Lucas, 42 anni, dirigente. È un riflesso alimentato da una cultura, precisa Bormetti, «che individua nella produttività il parametro del valore individuale».

Il digitale ha azzerato i confini tra l’urgenza reale e le false emergenze. Tutto è diventato “codice rosso”

Disconnessione e relazioni: come il lavoro impatta sulla nostra vita privata

È un malessere che compromette anche la qualità delle relazioni: «Ero in paradiso: spiaggia bianchissima, acqua turchese» ricorda Davide, 51 anni, manager nel settore logistico. «Eppure non riuscivo a staccare gli occhi dal cellulare. Mio figlio ha alzato lo sguardo e mi ha chiesto: “Papà, ma lavori anche in costume?”. È stato come un ceffone in piena faccia: ero lì con lui, ma solo fisicamente». «Esauriti dal presenzialismo» puntualizza la dottoressa Bormetti «non abbiamo più tempo né energie per una chiacchierata tra amici o un weekend lento con la famiglia: così il nostro tessuto relazionale s’impoverisce, ci rende più chiusi e meno creativi». Ma è soltanto abitando senza distrazioni il tempo condiviso che riusciamo a coltivare relazioni autentiche «e non solo i rapporti funzionali» precisa Carciofi.

Accade quando ci dedichiamo ad attività “significative”, come stare con chi amiamo, imparare qualcosa di nuovo, fare ciò che ci appassiona. È in quei momenti densi di senso che si ricaricano le energie mentali

Ritrovare il senso: perché servono pause significative

Ma non è come pigiare un interruttore: la capacità di liberare la mente dall’ossessione del lavoro è un’arte che va allenata, una pratica quotidiana da costruire con ostinazione. Conta il contesto: è importante dare l’esempio «e sostenere chi, intorno a noi, ha il coraggio di rivendicare l’inviolabilità del tempo libero» aggiunge Bormetti. A farlo sono spesso i più giovani: «Figli di genitori assenti e stressati» ricorda l’esperto «i ragazzi della Generazione Z hanno messo il freno a mano alla mitizzazione del lavoro: più che al contratto a tempo indeterminato guardano al work-life balance».

Allenare la disconnessione: l’arte di dire stop al momento giusto

E gli altri? Soprattutto in caso di ferie, consiglia Carciofi, «è utile prepararsi prima della partenza, allenare la consapevolezza. Se non impariamo a disconnetterci per tempo, trascorreremo le vacanze in allerta. È come nella Formula 1: vince chi fa buon uso dei pit stop». La coerenza conta più dell’intensità, suggerisce la psicologa. «Basta cominciare con un gesto sostenibile. L’importante è non pretendere troppo da sé: lasciar andare anche il miraggio di una vacanza impeccabile. Perdonare l’imperfezione è un altro modo di stare bene».

Digital detox in vacanza: 5 consigli pratici per disconnettersi davvero

Prepara la disconnessione. Serve un allenamento. Inizia prima della partenza a ridurre le notifiche e a organizzare le risposte.
Rispetta l’Out of Office. Attivalo e poi stai offline davvero: «Metterlo e poi rispondere» sostiene l’esperto «è come chiudere la porta e lasciare la finestra aperta».
Definisci tempi e spazi per lavorare. Se devi, fallo con misura: 30 minuti al giorno, sempre nello stesso orario e luogo.
Stabilisci limiti realistici. Non puntare alla disconnessione perfetta. Anche poco, ma ogni giorno, è tanto.
Dai il buon esempio. I colleghi imparano dai comportamenti, non dalle dichiarazioni di principio: spegni per primo e sostieni chi lo fa.