Un cambio di incarico, un progetto innovativo da gestire e la prospettiva di nuovi scenari sono sicuramente allettanti e sarà capitato a chiunque di vederseli offrire dal proprio datore di lavoro. Nella maggior parte dei casi si accetta, anche con un certo entusiasmo, salvo poi scoprire che nei fatti tutto ciò si traduce spesso in carichi di lavoro ulteriori, ai quali non corrisponde un adeguamento di stipendio. Nel mondo anglosassone la chiamano ghost growth, la “crescita fantasma”. Un fenomeno che si sta diffondendo anche in Italia. Ti è mai capitato?
Cos’è la ghost growth
Secondo un recente rapporto della piattaforma professionale americana My Perfect Resume, quasi due terzi dei lavoratori negli Stati Uniti afferma di aver sperimentato la ghost growth cioè la crescita in ambito lavorativo, a cui però non segue alcun aumento di stipendio né avanzamento di carriera. Il sondaggio, condotto su un campione di 1.000 dipendenti d’Oltreoceano, indica un quadro sconfortante, soprattutto per la frustrazione che ne deriva in chi ha accettato quella che sperava fosse una possibilità di crescita. Rivelatasi, però, fantasma. Quasi la metà degli intervistati pensa, infatti, di aver raggiunto il massimo della posizione a cui possa ambire.
Ghost growth, un fenomeno in aumento
I dati indicano che il 65% dei lavoratori vive una crescita professionale fittizia e ne è consapevole; il 78% ha visto aumentare le proprie responsabilità, ma senza riconoscimento, mentre il 53% si è sentito promettere un miglioramento, poi non avvenuto. La conclusione, quindi, è che quella che doveva essere a tutti gli effetti una opportunità, si è tradotta all’atto pratico in una mera illusione: una crescita di facciata e, spesso, persino un aumento del carico di lavoro a pari retribuzione. La tendenza, però, non è solo americana.
La ghost grow anche in Italia: perché?
La tendenza è in aumento anche in Italia, come conferma Massimo Perciavalle, career coach e psicologo del lavoro: «Sta crescendo per una combinazione di fattori. Da un lato, le aziende cercano di gestire l’aumento della complessità e la carenza di talenti interni senza incrementare i costi fissi. Dall’altro, molti lavoratori accettano nuove responsabilità per evitare di apparire poco collaborativi in contesti sempre più competitivi e nella speranza di procedere più velocemente nella carriera con un’aspettativa di aumento di stipendio conseguente». Eppure i rischi sono dietro l’angolo, sia per il lavoratore che per l’azienda.
Le donne più a rischio
In un quadro già di per sé sconfortante, poi, a rimetterci maggiormente sono le donne: un po’ per il tipo di carriera, non sempre lineare a causa delleinterruzioni per maternità; un po’ per un approccio alle mansioni che spesso è ritenuto più flessibile, dunque più spendibile anche in caso di cambio di mansione. «I dati e l’esperienza sul campo indicano che le donne vivono più spesso percorsi professionali discontinui e mostrano una maggiore flessibilità nell’assumere compiti aggiuntivi, spesso senza formalizzazione del ruolo. Questa disponibilità, se non accompagnata da una pari valorizzazione, può tradursi in una “trappola della competenza”: più si dimostrano capaci, più compiti ricevono, ma senza un avanzamento reale e con una percezione maggiore di malcontento perché cala l’equilibrio tra vita lavorativa e vita privata», sottolinea Perciavalle.
Gli effetti sul lavoratore
Questo fenomeno, però, può causare effetti collaterali non da poco sui lavoratori e le lavoratrici, che vanno dall’esaurimento emotivo, alla disaffezione, fino al burn out vero e proprio. Nei confronti dell’azienda, inoltre, sorgono dubbi e diffidenza, che possono far optare per le dimissioni. «Questo equilibrio, infatti, non regge a lungo: senza riconoscimento economico o evolutivo, la motivazione cala rapidamente e il rendimento pure, anche con il rischio di problemi e aumento di conflitti nel gruppo. Si aggiunga anche il costo del lavoro ancora molto alto in termini di tassazioni e poche agevolazioni esterne per le aziende, e le conseguenze sono inevitabili», osserva ancora l’esperto.
Più diffidenza verso l’azienda
Secondo il report americano, il 68% dei lavoratori che vivono la ghost growth ha preso in considerazione l’idea di licenziarsi; il 27% è arrivato anche a lasciare il lavoro, mentre il 39% ha accettato il lavoro extra, sperando in un avanzamento di carriera o riconoscimento economico, poi non arrivato. Il 41% ha preso seriamente in esame l’idea di abbandonare il posto, pur senza arrivare a una decisione drastica, spesso per mancanza di alternative. Ma anche chi resta vive sentimenti negativi.
Più sfiducia e competitività interna coi colleghi
«La ghost growth mina sicuramente la fiducia interna e il senso di equità. Se non gestita, porta a un calo di engagement, disaffezione verso la leadership e progressiva perdita di capitale umano qualificato», spiega il career coach. Ma non solo: «In termini di performance, si traduce in turnover più alto e in una cultura aziendale difensiva, dove le persone fanno “quel che serve”, ma non più del necessario. Può nascere un maggiore clima di competitività nei confronti di quei pochi colleghi che hanno un percorso di carriera più veloce», avverte Perciavalle.
La differenza con la job rotation
Come se non bastasse, infine, il fenomeno può essere presentato come una job rotation, che però è un processo diverso: «Quest’ultimo in teoria è uno strumento positivo di sviluppo, se prevede obiettivi chiari di crescita, feedback e riconoscimento economico. La ghost growth, invece, ne è una deriva disfunzionale: il cambio di mansioni diventa un surrogato dell’avanzamento, ma senza reale apprendimento strutturato, né benefici tangibili. In pratica, la differenza è tra un’esperienza evolutiva progettata e una pseudo-promozione mascherata da opportunità, che aumenta carichi di lavoro», conclude Perciavalle.