Cambia il mondo del lavoro, ma cambiano anche le tendenze e soprattutto le sfide. Oggi la principale è rappresentata dall’intelligenza artificiale e, soprattutto per gli over 40 e 50, cresce la paura di non sentirsi al passo coi tempi. In altre parole, aumenta la FOBO, la Fear of Becoming Obsolete. La senti anche tu?

Cos’è la FOBO, Fear of Becoming Obsolete

Se la pandemia Covid aveva portato con sé soprattutto la great resignation, la voglia di abbandonare il posto di lavoro fisso e in ufficio a vantaggio invece dello smart working, oggi la tecnologia impone nuove sfide. Tra il quiet quitting, le “dimissioni silenziose” più psicologiche che reali, e il job hopping, ossia quella tendenza al cambiamento frequente di lavoro, si fa largo un nuovo timore: quello di non riuscire a stare al passo coi tempi, di essere “obsoleti”. Una paura che riguarda soprattutto gli over 40 e 50.

Chi ha paura di essere obsoleto

Le aziende, di fronte all’avanzare di innovazioni tecnologiche e soprattutto alla maggior presenza dell’AI, stanno ripensando i propri modelli organizzativi. Questo ricade in modo diretto sui lavoratori e, soprattutto, su chi non è nato, professionalmente parlando, con strumenti così nuovi come l’intelligenza artificiale. Per intendersi, chi è entrato nel mondo del lavoro negli Anni ’90 e all’inizio dei 2000 ha fatto in tempo a usare ancora i floppy disk o a iniziare a prendere confidenza con internet, posta elettronica e, man mano, un ricorso sempre maggiore a piattaforme social e di comunicazione. Tutto questo comporta un continuo aggiornamento delle proprie competenze e abilità, che costa fatica e, oggi più che mai, comporta qualche timore.

Riuscirò a stare al passo coi tempi?

La domanda madre è proprio questa: «Riuscirò a stare al passo coi tempi?». La sfida non è da poco, perché comporta un rimettersi in discussione continuo, un costringersi a imparare a usare nuove tecnologie, a parlare un linguaggio “giovane”, spesso mutuato dall’inglese (altro scoglio per molti non proprio giovanissimi) e un adeguamento perenne, che possono portare a frustrazione e anche burnout. La parola d’ordine, quindi, è upskilling, ossia l’acquisizione di nuove conoscenze per adattarsi ai cambiamenti del mercato o alle esigenze aziendali, pena il rimanere tagliati fuori o l’essere sostituiti da personale più giovane o macchine.

La FOBO protagonista del 2026

Secondo gli addetti ai lavori, la FOBO è proprio la tendenza del 2026: «Lo osserviamo continuamente sia lato aziende che candidati: la sensazione di instabilità e precarietà continua a crescere, tanto che si parla soprattutto di FOBO (Fear of Becoming Obsolete), ovvero la paura di diventare rapidamente irrilevanti in un mercato del lavoro segnato da accelerazione tecnologica e trasformazioni continue», conferma Pietro Novelli, CEO e founder di Sparq, società di headhunting e HR advisory.

Cresce l’ansia tecnologica

Per Novelli «Si tratta di una versione adulta dell’ansia tecnologica. La crescita repentina e la diffusione pervasiva degli strumenti di intelligenza artificiale stanno alimentando un senso diffuso di inadeguatezza», che porta a reazioni differenti, a seconda di chi la prova. «Se da un lato, infatti, la FOBO spinge alcune persone ad adottare un atteggiamento difensivo, cioè a restare nella propria zona di comfort in attesa di tempi migliori, dall’altro lato la stessa paura può trasformarsi in una spinta positiva verso formazione, upskilling e sperimentazione di nuovi modelli di lavoro». Ma basta rincorrere l’adeguamento continuo? E quanta fatica comporta?

L’upskilling da solo non basta

Il problema ruota proprio attorno all’upskilling, ossia il costante aggiornamento delle proprie competenze. «Se l’apprendimento continuo può essere una soluzione, il rischio è che diventi un nuovo requisito essenziale, creando quindi un ulteriore gap tra chi può accedere a queste risorse e chi ne rimane escluso: non possiamo considerare l’upskilling solo in relazione alle competenze tecniche: contro l’AI avremmo già perso in partenza», sottolinea Novelli, che spiega: «Contano invece l’elasticità cognitiva, senso critico e la capacità di risolvere problemi sempre più complessi».

L’AI come alleato e non nemico

In altre parole, bisognerebbe riuscire a trasformare ciò che oggi viene visto, specie dalla Gen X come nemico, in un alleato: «È importante imparare a utilizzare l’AI come un collaboratore in grado di aiutarci ad apprendere rapidamente, senza perdere l’attitudine a sperimentare, misurare e correggere». Uno sforzo, però, deve venire anche dalle aziende: «Guardando al 2026, le aziende davvero attrattive saranno quelle che useranno l’AI non solo per aumentare l’efficienza, ma per restituire tempo e valore alle persone».

Più tempo lavorativo di qualità

L’obiettivo, quindi, dovrebbe essere di poter sfruttare i vantaggi della tecnologia per risparmiare tempo, ma «reinvestendolo in crescita, competenze, innovazione e collaborazione. In pratica, vinceranno le organizzazioni capaci di sfruttare il potenziale dell’AI per offrire un lavoro migliore e più significativo, sostenuto da una leadership in grado di creare spazio per decisioni di qualità e costruire un equilibrio tra performance e benessere. Nel 2026, il magnete dei talenti saranno le aziende che dimostreranno di saper progettare contesti in cui la tecnologia aumenta davvero la qualità del lavoro e della vita».

Una paura che non risparmia la Gen Z

Eppure i cambiamenti tecnologici sempre più veloci spaventano anche i giovani della Gen Z che «si chiedono se perderanno il lavoro o se il loro valore sarà ancora spendibile», sottolinea l’esperto, che aggiunge: «La FOBO non riguarda una sola fascia d’età. È un fenomeno trasversale: tocca i profili senior ma anche chi è all’inizio del percorso professionale. Questa paura attraversa più generazioni, perché l’accelerazione tecnologica mette tutti davanti alla stessa domanda di fondo, ovvero “il mio valore resterà spendibile?”». In realtà non si tratta neppure di un fenomeno di per sé nuovo, ma «quello che è nuovo, oggi, è la velocità con cui questa sensazione si diffonde e si intensifica. La diffusione dell’AI ha reso il rischio percepito più immediato e più pervasivo», conclude Novelli.

Come cambiare approccio

Per evitare, però, che la paura diventi paralizzante, occorre sapersi rimettere in gioco, che non significa solo pensare ad aggiornarsi da un punto di vista meramente tecnico e pratico: insomma, i soli corsi di formazione possono non bastare. «Questa paura si supera con un approccio molto pratico: apprendimento continuo, certo, insieme a sperimentazione e uso dell’AI come alleato e non come minaccia astratta. Però non basta accumulare competenze tecniche. Oggi fanno la differenza l’elasticità cognitiva, il senso critico e la capacità di risolvere problemi complessi», suggerisce Novelli.