Se la maternità è ancora oggi penalizzante sul lavoro, sempre più spesso viene denunciata anche la cosiddetta “child-free penalty” o “non motherhood penalty”: donne dalle quali ci si aspettano turni extra o straordinari, proprio per il fatto di non avere prole a casa che le aspetta.

La non motherhood penalty

In un periodo di “inverno demografico”, nel quale si fanno sempre meno figli, proprio la scelta se mettere o non mettere su famiglia può risultare penalizzante, qualsiasi sia la decisione finale. Se la motherhood penalty comporta quasi sempre meno promozioni, più interruzioni nel percorso professionale e più richiesta (necessaria) di part-time, anche la rinuncia più o meno volontaria ad avere figli comporta non poche conseguenze per le donne: nel migliore dei casi, infatti, ci si aspetta più disponibilità oraria e di impegno in ufficio.

“Tanto non ha famiglia”

Il luogo comune più ricorrente per una “non madre”, infatti, è che “tanto non ha famiglia”, quindi può fermarsi di più in ufficio, essere più disponibile e sempre pronta a trasferte, o ricoprire incarichi extra, non sempre voluti. Il problema non è solo l’aspettativa maggiore nei confronti di una donna-non madre, ma il fatto che il suo percorso professionale non sia mai valutato in base alle reali competenze, bensì solo secondo il criterio della sua eventuale maternità o non maternità: insomma, il rischio per le donne è quello di una doppia penalizzazione.

La “motherhood preventiva”

Di fatto la genitorialità diventa un boomerang, da qualsiasi punto di vista la si guardi. Come se non bastasse, la maternità può essere considerata un “rischio” anche nelle donne che non hanno figli, per il semplice fatto che se sono in età fertile potrebbero cambiare idea e diventare madri. «La potenzialità riproduttiva stessa della donna, a prescindere dalla sua volontà, è un fattore discriminante», osserva Maria Ilaria Dondi, giornalista, esperta in gender studies, TEDx Speaker, autrice del saggio Libere. Di scegliere se e come avere figli (Einaudi).

La doppia penalizzazione

Non stupisce, quindi, che «a parità di curricula le aziende preferiscono un candidato maschio. Lo confermano vari studi che, a dirla tutta, mostrano anche la tendenza a preferire un candidato meno profilato a una candidata molto competente», aggiunge Dondi, che nella sua newsletter Rompere le uova, affronta da tempo il tema dei diritti riproduttivi e non riproduttivi. È proprio lei a ricordare che, invece, l’art. 27 del d.lgs. n.198/2006 (il noto Codice delle Pari Opportunità) prevederebbe ben altro.

Il tempo libero delle donne vale meno

Di fatto, quindi, il tempo libero delle donne non viene mai contemplato oppure vale meno di quello maschile. È ancora Dondi a ricordare come «la sociologa Amy Blackstone abbia sottolineato che “le aziende, i superiori e i colleghi stessi, uomini o donne che siano, si aspettano che una lavoratrice senza figli sia più disponibile a restare fino a tardi al lavoro, ad accollarsi i turni nel weekend, ad adeguarsi alle esigenze delle colleghe vincolate dalle esigenze dei figli”. Se non hai figli spesso accade l’opposto ma con lo stesso esito: ti si attribuisce una disponibilità illimitata, si dà per scontato che il tuo tempo “valga meno” e che tu debba tappare i buchi di chi ha carichi di cura (sei la persona che “deve” fare i turni a Natale o nei giorni festivi, o fermarti più a lungo la sera, o avere gli orari più scomodi)», spiega Dondi.

Il paradosso del “fatherhood bonus”

⁠Il paradosso si tocca con il cosiddetto “fatherhood bonus”: «Gli uomini che diventano padri ricevono avanzamenti di carriera, aumenti, perché percepiti più stabili e affidabili dei loro colleghi senza figli. Per le aziende, invece, la potenzialità riproduttiva delle donne viene sempre trattata come un “rischio”. Anche quando la lavoratrice è senza figli. Questa discriminazione si supera solo smettendo di gestire la maternità come eccezione e costruendo politiche neutre rispetto al genere, prima ancora che allo stato riproduttivo: flessibilità, smart working, permessi e congedi strutturati per tutte e tutti, senza stigma né “premi” riservati a una categoria», dice Dondi.

Lo scontro tra lavoratrici madri e non

Il problema non è solo italiano: negli USA è diventato persino motivo di scontro tra colleghi. Un caso esemplare, infatti, risale al 2022, quando il New York Times ha pubblicato un articolo intitolato Parents Got More Time Off, riferito a una vera battaglia tra dipendenti di alcune big tech californiane, che avevano adottato misure speciali come permessi di lavoro e più tempo libero per i propri lavoratori e lavoratrici genitori. Immediata la protesta dei compagni di scrivania child-free. Secondo l’ex capo delle risorse umane di Google, Laszlo Bock, si trattava di un comportamento non empatico e rispettoso dei diritti dei dipendenti con figli. Ma c’è chi arriva a ritenere che la rivendicazione del diritto a godere del proprio “tempo vuoto” da parte delle non madri – perché riguarda soprattutto le donne – sia una forma di egoismo.

Childless = egoismo?

Che si tratti di uno stereotipo è chiaro a tutti, eppure si fatica a stare dalla parte di una donna che rivendica il diritto ad avere il proprio tempo libero e a non essere considerata sempre a disposizione, solo perché è senza figli. «Se protesti, arriva lo stigma dell’egoista/cinica/carrierista. In entrambi i casi, la trappola è la stessa: il tempo e la vita delle donne vengono gerarchizzati», conferma l’esperta. È difficile, infatti, anche allontanare il pensiero che, non avendo famiglia, il proprio unico obiettivo sia la carriera, come se non le lavoratrici child-free non avessero impegni extra lavoro, passioni, hobby o semplicemente il diritto di godere del proprio “tempo vuoto” rispetto alle ore trascorse in ufficio.

Lo stereotipo del carrierismo

La conferma arriva anche dalle rappresentazioni cinematografiche, tv o delle serie, con donne senza figli «acide o party harder, ma sempre carrieriste, votate alla realizzazione professionale e maschilizzate, nel loro essere disposte a tutto, per tentare la scalata al successo. La morale di queste narrazioni, del resto, è quasi sempre educativa: la donna egoista e carrierista si rende conto della frivolezza e dell’inutilità della sua vita e, quando le va bene, ha il tempo per riscoprire i “valori che contano” e ripensarsi madre», osserva Dondi. «Se non lo fa, tanto vale che passi la vita lavorando, tappando i buchi delle colleghe madri che, al contrario, subiscono lo stigma di donne prive di ambizioni», aggiunge la scrittrice.

Donne senza figli, destinate ad aumentare

Il problema, comunque, non è da poco anche considerando che le donne senza figli sono aumentate e, secondo le previsioni, potrebbero crescere ulteriormente nei prossimi anni. Sono, quindi, destinata ad essere anche più “sfruttate” nel mondo del lavoro? Per Dondi è indispensabile rivedere il modello di lavoro attuale, da sostituire con uno che «rifiuti il performativismo capitalistico, che ha in orrore la scelta e il diritto di diventare (o meno) madri – spiega Ilaria Maria Dondi – Il modello dominante dà per scontato un lavoratore “neutro”: sempre disponibile, misurabile in ore e presenza, quindi libero da vincoli di cura».

Resta il lavoro di cura femminile

Ma il lavoro di cura a casa rimane, anche per chi non ha figli ma magari genitori anziani ai quali fornire assistenza, e a occuparsene sono sempre prevalentemente le donne. «Non a caso Arlie Hochschild parla di “second shift”: dopo il lavoro pagato, molte donne affrontano un secondo turno non retribuito di cura e gestione familiare, con un forte carico mentale e meno spazio per riposo e autorealizzazione. Così il modello attuale regge su una diseguaglianza strutturale e sul sacrificio femminile», sottolinea Dondi, senza escludere le discriminazioni per le donne senza figli.

Cosa serve, davvero

Se «chi riesce a restare nel mercato dopo la nascita dei figli spesso lo fa solo “facendo quadrare l’impossibile”, dentro il mito tossico della superdonna multitasking, per tutte le resta l’esigenza di cambiare: in altre parole, non dobbiamo solo chiedere alle donne di dimostrare che non saranno un problema, o dare incentivi e tutele per la maternità, ma cambiare l’organizzazione del lavoro che tratta la cura come fatto privato e femminile. Non vogliamo farlo? Allora smettiamo di scaricare sulle donne la “colpa” della crisi demografica, perché è una colpa politica e sociale, non femminile», conclude Dondi.