Il gender gap non è ancora superato, si sa, ma a complicare la vita delle donne è anche il “promotion burnout”. È un fenomeno che le lavoratrici conoscono già, ma che di recente ha trovato una definizione vera e propria, e soprattutto è stato indagato con l’obiettivo di superarlo: troppo spesso, infatti, le donne non “osano” chiedere una promozione, neppure quando sentono di meritarla o quando aspirerebbero a una crescita. Perché?
Le donne non chiedono una promozione
Il 54% delle donne non aspira a uno scatto di carriera. O meglio: pur pensandoci, alla fine non prova a ottenerlo. A certificare una condizione molto diffusa nel mondo del lavoro femminile è il risultato di una indagine condotta nel Regno Unito dall’agenzia Robert Walters, che ha condotto un sondaggio su mille donne. Il risultato è un quadro sconfortante in cui domina il cosiddetto “promotion burnout”, l’esaurimento da avanzamento di carriera.
Cos’è il “promotion burnout”
Letteralmente si tratta proprio di un “burnout” legato alla promozione sul posto di lavoro. Caratterizzato da stress, come nel burnout “semplice”, è legato alla percezione di non poter migliorare le proprie condizioni lavorative, in termini di promozione. A definirlo meglio è la ricerca inglese, secondo cui oltre 8 donne su 10 si sentono svantaggiate nei confronti dei colleghi uomini anche solo nell’immaginare di poter ottenere un riconoscimento professionale, con un nuovo incarico o ruolo, o con un aumento di stipendio. Ben il 38%, inoltre, pensa che il proprio lavoro non sia valorizzato in modo corretto o equo, proprio in quanto donna.
Termine nuovo, fenomeno antico
«Il “promotion burnout” è un termine attuale che descrive una dinamica antica: la pressione a dover essere sempre all’altezza, performanti e, in qualche modo, perfette. È una tensione che molte donne conoscono da tempo e che oggi viene finalmente nominata», conferma la sociologa Virginia Vandini, fondatrice dell’associazione Il valore del femminile. «Questa pressione – aggiunge Vandini – può portare a prendere distanza da percorsi percepiti come troppo costosi sul piano emotivo e personale». Insomma, pensare di investire in un avanzamento di carriera diventa impegnativo (più impegnativo), specie alla luce dei carichi che le donne lavoratrici devono già affrontare.
Il rischio: più responsabilità, stesso stipendio
A frenare le donne sono molti fattori, come la gestione spesso complicata della sfera privata e di quella lavorativa che, in caso di promozione, rischia di diventare ancora più difficile. «La conciliazione tra vita professionale e personale ha certamente un peso, ma non è l’unico fattore. Incide anche la consapevolezza che spesso a maggiori responsabilità non corrispondono né un adeguato riconoscimento economico, né un reale miglioramento della qualità della vita. In questo senso, non aspirare a una promozione può diventare una scelta lucida, orientata al benessere complessivo», sottolinea la sociologa.
Il gender gap mai scomparso
Per questo il “promotion burnout” va letto anche alla luce del “gender gap”, ancora esistente. Le opportunità di crescita, infatti, sono oggettivamente minori per le donne, come se risultassero più invisibili quando si tratta di assegnare nuovi compiti che implichino una maggiore leadership e responsabilità. Ancora una volta, come emerge dall’indagine, le donne si sentono costrette a dover dimostrare il loro valore, con più fatica e impegno di quanto non sia richiesto ai colleghi uomini. Anche quando si presentano occasioni di crescita o avanzamento all’interno dell’ufficio o dell’azienda, sono spesso accompagnate da un riconoscimento economico non adeguato.
Un divario ancora da colmare
A confermare una situazione che ha radici che affondano nel recente passato è anche un’altra indagine. Secondo il rapporto Women in the Workplace 2025, infatti, l’aspirazione a ruolo di maggiore prestigio e responsabilità è ancora appannaggio maschile, ma non certo per ragioni biologiche. Non si tratta, infatti, di minori capacità professionali femminili, bensì dell’idea che le donne siano “meno adatte” a ruoli dirigenziali. Uno stereotipo che stenta a morire e che ha a che fare con una certa resistenza degli uomini a “cedere” parte del loro potere o ad accettare di avere un superiore donna.
Gli uomini non amano un “capo” donna
«Dato che le prestazioni dei dirigenti e, implicitamente, la loro soddisfazione sul lavoro dipendono dalla qualità dell’interazione con chi è loro subordinato, se alcuni percepiscono le donne dirigenti come meno competenti, saranno anche meno propensi ad accettare la loro autorità e a sostenerle nel loro ruolo», chiarisce a The Guardian la dottoressa Daniela Lup, autrice di una ricerca condotta nel 2017 su un campione esteso, di 13mila dipendenti. In altre parole, le donne subirebbero ancora una forma – neppure sottile – di discriminazione.
Ridefinire il proprio valore
C’è, però, anche un’altra valutazione che merita attenzione. Non sempre le donne sono restie a chiedere una promozione: il fenomeno, infatti, si accompagna anche a quello che per gli esperti è un cambio di prospettiva: «Più che una reale ritrosia, stiamo assistendo a un cambiamento di paradigma: sempre più donne stanno smettendo di inseguire modelli di successo che non sentono più autentici. Non è mancanza di ambizione, ma una ridefinizione del valore personale, che vede nell’avanzamento di carriera solo un aspetto della propria identità. Oggi molte donne riconoscono che il loro valore sta in ciò che sono e in ciò che portano ogni giorno, non soltanto nei traguardi professionali», spiega Vandini.
Come si colma il divario uomo-donna
Ma come si supera questo ostacolo? «Più che spingere le donne ad adattarsi a modelli esistenti, è il sistema che deve evolvere. Le quote rosa sono state un punto di partenza necessario per scardinare vecchie dinamiche, ma oggi non bastano più: il rischio è che si limitino a una questione numerica senza risolvere il problema del merito e della cultura aziendale. Il vero cambiamento deve essere strutturale e culturale: servono più tempo e spazio per sé, per poter scegliere con reale libertà e non per necessità – spiega Vandini – Un esempio potente è nel film C’è ancora domani: la Cortellesi ci ricorda quanto gli stereotipi siano radicati e come la vera conquista sia l’autodeterminazione. Il punto, allora, non è solo arrivare più in alto, ma costruire spazi in cui valga davvero la pena stare».