C’era una volta il quiet quitting, con un boom di dimissioni volontarie che si è registrato dopo la pandemia Covid, da parte di chi cercava o cerca un miglior equilibrio tra vita e lavoro. Oggi, invece, è tempo di quiet vacation, letteralmente “vacanze silenziose”. Sono quelle non annunciate, né chieste al datore di lavoro, ma di fatto “godute” portandosi tablet o smartphone in spiaggia e continuando a lavorare sotto l’ombrellone. Non solo o non tanto un modo per godersi il relax all’insaputa del capo, ma una modalità ibrida di lavoro, che di fatto non permette mai di staccare totalmente la spina.

Cos’è la quiet vacation

Metti di non essere un lavoratore dipendente che deve timbrare il cartellino tutto i giorni, ma di rientrare nella categoria di coloro che possono (o sono stati costretti) al lavoro da remoto. Metti che questo periodo dell’anno è particolarmente pesante per chi resta in città, alle prese con temperature soffocanti e asfalto rovente. Perché non prendere, allora, il proprio portatile, tablet e smartphone e “fuggire” in spiaggia? Connessione permettendo, si potrà continuare a portare a termine i propri compiti senza che nessuno se ne accorga, men che meno il capo. Ecco, è un po’ questo il concetto di quiet vacation che si sta affermando.

Lavorare sotto l’ombrellone

Si tratta di una tendenza che fa breccia tra i più giovani, la Gen Z, più abituata a essere nomade digitale, ma che non risparmia neppure Millennials e Gen X. A dire il vero questi ultimi mostrano qualche resistenza, ma di fronte all’idea di potersi concedere una modalità di lavoro meno pesante stanno iniziando ad abbracciare la quiet vacation. Se non altro è un modo per non dover chiedere espressamente le ferie. Ecco spiegato perché, secondo un sondaggio di Harris Poll, il 28% dei lavoratori, pur temendo di apparire pigro o non professionale, si fa tentare dall’idea di trasferirsi sotto l’ombrellone.

Perché cresce la quiet vacation

«La quiet vacation è un fenomeno diffuso, ma è preoccupante che sia nascosta. Il fatto che una persona senta il bisogno di lavorare dalla spiaggia “all’insaputa del capo” ci racconta di un modello di lavoro basato ancora sul controllo e sulla presenza percepita, non sui risultati», spiega Irene Bosi, career coach. «Il remote working, se fatto bene, è invece un modo per responsabilizzare il lavoro e dare autonomia. Se ho un ruolo chiaro, obiettivi condivisi e un team che lavora bene insieme, che problema c’è se oggi rispondo alle mail guardando il mare? – si chiede Bosi – Il punto è che se devo nasconderlo, allora il patto di fiducia si è rotto».

Una tendenza che non ha età

Nell’articolo che il magazine americano Fortune dedica a questo tema, si parla di Millennials, ma la tendenza è trasversale: «Personalmente trovo che il lavoro da remoto sia una grande conquista: ti permette di scegliere il posto più adatto in base al tipo di attività che devi svolgere e soprattutto di trovare un equilibrio migliore tra vita privata e professionale. Per esempio, giugno per me è un mese lavorativamente più tranquillo, e avere la possibilità di raggiungere la mia famiglia al mare e magari lavorare qualche ora dalla spiaggia è un grande vantaggio».

I vantaggi del lavoro dalla spiaggia

«Tra i pro, oltre alla flessibilità, c’è sicuramente il benessere personale: poter stare vicino alle persone care o in un ambiente rilassante può aumentare la motivazione e anche la produttività. Ma è fondamentale essere responsabili: il fatto che il tuo datore di lavoro ti permetta questa libertà si basa su un rapporto di fiducia, che va rispettato – sottolinea la career coach – Serve una buona organizzazione, rispetto delle scadenze, disponibilità nei confronti del team e trasparenza. Non è una vacanza, è semplicemente un altro modo di lavorare. Il rischio, se non si è attenti, è di essere meno presenti o distratti, e questo ovviamente va evitato. Come in tutte le cose, serve equilibrio».

Attenzione alle distrazioni

«Detto ciò, ci sono anche dei contro, come la maggior difficoltà di concentrazione: ambienti come questi possono essere pieni di distrazioni, come il rumore delle persone intorno, la difficoltà di trovare un angolo tranquillo e il fatto che magari stai lavorando mentre la tua famiglia o gli amici sono lì per rilassarsi. Poi c’è l’aspetto tecnico: connessione internet non sempre stabile, poca batteria, mancanza di una postazione ergonomica. Tutte cose che alla lunga possono diventare un ostacolo, soprattutto se hai riunioni, scadenze o lavori che richiedono continuità e precisione», osserva ancora l’esperta.

Troppa paura di chiedere ferie

A volte è la paura di chiedere ferie (quando se ne ha diritto) a portare alla quiet vacation. «Invece dovremmo sentirci liberi di chiedere pause vere perché il riposo è una necessità funzionale anche a poter lavorare meglio. Occorre staccare del tutto dal lavoro. Se resti sempre connesso, sempre reperibile, anche quando sei teoricamente in vacanza, rischi di non ricaricarti mai, con un impatto cumulativo: meno riposo, più fatica, più stress cronico che a lungo andare può sfociare in burnout, disaffezione e anche nel classico quiet quitting. È un ciclo tossico che si alimenta da solo – insiste Bosi – Se non riposi, performi peggio, ti senti in colpa, recuperi nei weekend o in ferie lavorate… e il loop continua».

Normalizzare il riposo

«Io penso che serva una normalizzazione culturale del riposo. Non è un premio, non è una concessione, è una componente strutturale del lavoro sano. Bisogna potersi prendere tempo senza doversi giustificare, e soprattutto vivere quel tempo senza colpa, senza “solo un attimo, rispondo a questa cosa”», spiega l’esperta. C’è anche un rischio di sovrapposizione tra tempo di lavoro e tempo libero: lavorare in un luogo di vacanza può far perdere un po’ i confini tra i due ambiti e senza una buona disciplina si rischia di non staccare mai davvero o, al contrario, di lavorare in modo più frammentato e poco efficace.

Lavoro sempre più “liquido”

È per questo che parlare di quiet vacation porta anche a riflettere sul cosiddetto “lavoro liquido”, che interessa soprattutto chi lavora da remoto. «Come si fa a distinguere davvero tra tempo di lavoro e tempo di vita quando tutto si svolge negli stessi luoghi, sugli stessi dispositivi, spesso con gli stessi ritmi? La verità è che non basta più parlare di work-life balance come se si trattasse di due blocchi separati da un confine netto. Quella distinzione oggi non regge più. Serve invece parlare di work-life synergy: una relazione tra vita e lavoro che non diventi invasione, ma che funzioni in armonia».

Serve una work-life synergy

«Il rischio del lavoro da remoto – o meglio, del lavoro mal gestito da remoto – è proprio quello di non staccare mai. Di essere sempre “mezzo connessi”: mentre cucini o sei in fila al supermercato o sei con i tuoi figli o il tuo compagno. Alla lunga questo logora, ti svuota, ti rende inefficace in entrambe le sfere. È qui che entra in gioco la disciplina. Perché la flessibilità non è libertà assoluta: richiede consapevolezza, richiede regole interne. Bisogna imparare a staccare sul serio, a difendere con fermezza i propri spazi, a riservare tempo ed energia alla vita privata senza sentirsi in colpa. Il lavoro liquido ha senso solo se sappiamo contenerlo. E contenerlo non vuol dire reprimerlo, ma scegliere quando esserci e quando lasciare spazio al resto della vita», conclude Bosi.