Ho un foglio Excel dove segno ogni spesa, comprese quelle da due euro che non cambierebbero niente se le dimenticassi. Si aggiorna più spesso del mio umore. Sulla carta è contabilità, mentre nei fatti assomiglia più a un diario. Non lo apro per sapere quanto ho speso perché quello, più o meno, lo so già, a forza di tenere comunque il conto anche a mente. Aggiungere una riga mi dà l’illusione di avere in mano qualcosa. Il problema è che nessuna colonna, per quanto piena, e nessun grafico a torta, per quanto bello e colorato, mi ha mai fatto sentire più capace di gestire quello che ci leggo dentro. Diciamo che mi sembra di annaffiare una pianta di plastica, dove il gesto è perfetto ma il risultato resta sempre lo stesso. Un nuovo studio dice che non sono l’unica a vivere questo scollamento.

Controlliamo tutto, pianifichiamo quasi niente

L’Osservatorio University Network, realizzato con Ipsos Doxa su 600 studenti universitari italiani, mette in fila numeri interessanti. Innanzitutto, l’85% degli intervistati controlla le proprie uscite almeno una volta al mese; il 35% lo fa ogni settimana e il 18% ogni giorno. È un gesto che il report definisce ormai «una pratica ordinaria», quasi una forma di auto-sorveglianza economica diventata routine.

Il salto verso la pianificazione vera, però, non tiene lo stesso passo. Solo il 21% degli studenti fa un budget con regolarità mensile; la metà lo fa solo occasionalmente e quasi uno su tre non lo fa mai. Anche gli strumenti restano rudimentali: il 19% usa app o fogli di calcolo con regolarità, il 34% occasionalmente e il 47% non ne usa mai, affidandosi a metodi personali e, più spesso, a conti tenuti a mente.

Risparmiamo, eppure non ci fidiamo

Eppure, sul piano del risparmio, non siamo proprio negligenti: il 34% degli studenti riesce a mettere via tra l’11% e il 20% del proprio reddito mensile, il 19% tra il 21 e il 30%. I ricercatori aggiungono però una precisazione fondamentale: la capacità di risparmiare non dipende solo da quanto si è disciplinati, ma anche da quanto supporto economico si ha alle spalle, dal costo della vita, dal grado di autonomia già raggiunto. Risparmiare, insomma, non è solo una virtù personale: è anche (e oserei dire soprattutto) una questione di partenza.

Eppure, il dato che mi ha colpita di più è che, nonostante tutto questo controllo, nonostante budget e risparmi, solo il 48% degli studenti si sente molto o abbastanza preparato sui temi finanziari. La maggioranza, il 52%, ammette di sentirsi poco o per niente all’altezza. La sintesi dei ricercatori, alla fine del report, sostiene che non manchi l’attenzione al denaro ma la fiducia nel saperlo gestire.

Una rete che si ferma proprio prima dei soldi

Mi sono chiesta da dove venga questa insicurezza e il report mi ha dato un indizio. Per quasi ogni acquisto, oggi, esiste una rete fittissima pronta ad aiutarci e orientarci: motori di ricerca, recensioni, social, persino l’intelligenza artificiale per confrontare i prezzi. Quando si tratta di un paio di scarpe o di un nuovo telefono c’è sempre qualcuno – un creator, una community, un algoritmo – pronto a dirci se stiamo scegliendo bene. Per i soldi, invece, quella rete si interrompe quasi subito, come una strada che finisce nel bel mezzo di un bosco scuro.

Dal 2024 l’educazione finanziaria è entrata formalmente nelle scuole italiane. Non ha però un monte ore autonomo: rientra nelle almeno 33 ore annuali previste per l’educazione civica, insieme a numerosi altri temi, dall’educazione stradale a quella ambientale. Il risultato, sul campo, resta a macchia di leopardo: secondo la prima indagine del Comitato Edufin, il 71,3% dei dirigenti scolastici intervistati riferisce che nella propria scuola sono stati attivati percorsi di educazione finanziaria negli ultimi tre anni. I temi assicurativi e previdenziali risultano tra quelli meno affrontati. Si dà così per scontato che si impari a maneggiare i soldi guardando i genitori o gli amici, per tentativi, magari sbagliando a proprie spese.

Sorvegliare e gestire non sono la stessa cosa

Così, senza una guida, abbiamo imparato a parlare ai nostri soldi nell’unico modo che conoscevamo: controllandoli. Gestire entrate e uscite, però, non comprende chiaramente il solo “sorvegliare”. Gestire vuol dire saper confrontare un tasso fisso e uno variabile prima di firmare un finanziamento, capire quanto rende davvero un conto deposito al netto dell’inflazione (si studia l’inflazione a scuola?), sapere quando ha senso spostare parte dei risparmi su un investimento invece di lasciarli fermi, valutare se un fondo pensione integrativo faccia bene alla propria situazione oppure no, saper leggere una busta paga e capire dove finisce la differenza tra lordo e netto. E l’elenco potrebbe continuare all’infinito… Chi ce le spiega, tutte queste cose?

Il controllo che facciamo ogni giorno, che sia con un foglio di calcolo o con l’app della banca, assomiglia più a un rosario laico che a una strategia: si scrive, si somma, si riguarda, per calmare l’ansia finanziaria (comunque più che giustificata). Ed è un cerchio, però, che si chiude su se stesso: più controllo delle spese, senza una maggiore comprensione degli strumenti finanziari, non significa necessariamente più sicurezza. Perché una riga di Excel può dirti quanto hai speso, sì, ma non può insegnarti cosa significhi, tanto per cominciare, far fruttare quello che ti resta, anche fossero trenta euro.

Il costo di restare fermi

Chi non si sente sicuro tende a scegliere il porto più familiare, anche quando non è il più conveniente: meglio un conto fermo, che almeno si conosce, piuttosto che un investimento che si fatica a capire fino in fondo e che quindi un po’ spaventa. Il report lo conferma: il 64% degli studenti ha un solo conto corrente, il 23% ne ha più di uno e il 13% non ne ha nessuno. È un quadro che il report interpreta come indicatore di una crescente autonomia economica, ma anche di una possibile distanza dagli strumenti finanziari di base. E sappiamo benissimo che rimandare, quando si parla di risparmio, è un costo che non si vede subito: a parità di condizioni, chi comincia prima può beneficiare di più tempo per la capitalizzazione composta. Con buona pace per tutte le new entry del mercato del lavoro a cui nessuno ha mai spiegato nitidamente dove mettere il Trattamento di Fine Rapporto.

Il vuoto che riempie un video da trenta secondi

Uno spazio lasciato scoperto, prima o poi, qualcuno lo occupa. E non è detto che sia la persona giusta. Se per un paio di sneaker ci fidiamo volentieri del consiglio di uno youtuber, cosa ci impedirà di fare lo stesso, un giorno, per un conto di trading o una polizza, in assenza di alternative più solide? Un consulente finanziario indipendente esiste, in teoria, proprio per questo, ma resta una figura che per molti giovani può apparire lontana dalla propria quotidianità.

Il report registra che circa un terzo degli studenti dice che creator e community influenzano le proprie scelte d’acquisto. Non è difficile immaginare lo stesso meccanismo applicato ai soldi, con margini di errore ben più profondi. Secondo una recente ricerca di BrokerListings.com su 150 video TikTok dedicati alla finanza, tutti con almeno 100mila visualizzazioni, il 74% dei video non indicava chiaramente qualifiche professionali finanziarie degli autori. Il 53% dei contenuti promozionali analizzati non presentava inoltre informative chiare e ben visibili. Anche qui, un circolo vizioso: meno so, più mi affido a strumenti (apparentemente) semplici e immediati come i video social. Questi contenuti, però, non sono sempre affidabili né tantomeno imparziali, e quindi io continuo a non sapere. O, peggio, a sapere “male” o parzialmente.

Un ritardo che comincia (e non finisce) a scuola

L’Italia poi, dal canto suo, parte già indietro: secondo l’indagine OCSE-PISA 2022 sull’alfabetizzazione finanziaria dei quindicenni, i risultati italiani restano sotto la media OCSE. Da anni esiste un Comitato per la programmazione e il coordinamento delle attività di educazione finanziaria, che promuove il “Mese dell’educazione finanziaria” (quest’anno dal 1° al 30 novembre) e e iniziative di sensibilizzazione su risparmio, investimenti, previdenza e assicurazioni.

Nel frattempo, tra un percorso e l’altro, i bambini diventano comunque ragazzi e i ragazzi diventano comunque giovani adulti. Si cresce lo stesso e le scelte da prendere arrivano tutte insieme: si apre un conto corrente, si firma un primo contratto di lavoro senza sapere bene cosa sia il TFR o dove destinarlo, si valuta un fondo pensione integrativo di cui non si capiscono le sigle, si firma un finanziamento per l’auto o, più avanti, magari un mutuo per la prima, sudatissima casa. Non tutti arrivano a queste scelte avendo ricevuto una formazione sufficiente per affrontarle. Capite bene allora perché il foglio di calcolo, in confronto, è la parte facile.