«Questa è l’ultima volta che dormo nel lettone». Aveva 11 anni e la determinazione spietata dell’adolescente che sarebbe diventato presto. Avrei voluto dirgli che no, non era possibile e che mi stava spezzando il cuore. Avrei voluto supplicarlo di ripensarci perché era il mio bambino e io, la sua mamma, avevo guadagnato sul campo certi privilegi, ormai acquisiti ed eterni. Mi limitai a biascicare qualcosa di molto maturo e nobile, tipo: «Come preferisci, ma sappi che potrai sempre cambiare idea».

I figli diventano grandi ed escono dal lettone

Passai quell’ultima notte accanto a lui cercando di convincermi che si diventa grandi per affrancamento e che quella dichiarazione di indipendenza era la prova che stava andando tutto bene. In quella notte insonne fui assalita dall’atroce dubbio di aver desiderato tre figli soltanto per avere più a lungo possibile un cucciolo nuovo da accudire. Oggi che tutti e tre hanno gambe irsute, ascelle odorose, voci da baritono e, certamente, una vita sessuale più attiva della mia, ho fatto pace con l’assenza dei loro corpi bambini. Mi sono rassegnata a un’affettività ruvida ed estemporanea, alla distanza interrotta da plateali slanci. Ho imparato a leggere nei loro gesti goffi segnali di un amore diversamente espresso.

Poi tornano per il viaggio di famiglia

Poi ogni tanto il vento cambia. In vacanza tutti insieme in un luogo impervio, il figlio maggiore, ventiduenne, grande grosso e laureando, è stato male. Un’intossicazione alimentare violenta, con manifestazioni apocalittiche. Uno di quegli incidenti di viaggio, oggettivamente piuttosto frequenti, soggettivamente infernali. In ospedale lo hanno rimesso in sesto rapidamente e l’incubo si è risolto in qualche giorno.

Quando i figli ritornano hanno ancora bisogno di coccole e cure

In quel breve spazio di fragilità, lui aveva bisogno di essere accudito, rassicurato, preso per mano. Esattamente come quando era piccolo. E io, con la bieca freddezza dei cinici, ne ho approfittato. La sua regressione ci ha riportato al tempo in cui la prossimità era la regola, gli abbracci il pane quotidiano. «Stai un po’ con me?» «Sono qui apposta» rispondevo gongolando. Abbiamo ritrovato la complicità e la dolcezza dei suoi cinque anni, rispolverando un alfabeto che è sempre stato lì. Poi la natura, per fortuna, vede e provvede, in molte direzioni. Lui, grazie agli antibiotici e, mi illudo, alle mie cure, è guarito. E man mano che guariva l’insofferenza, da entrambe le parti, cresceva. «Mi porti l’acqua?» «Ce l’hai accanto» «Senti se ho la febbre?» «Sei fresco ma… da quanto tempo non ti lavi?» «Dove vai?» «A comprare il pane. Ho bisogno di aria».

Genitori e figli: si diventa grandi insieme

La verità è che si diventa grandi insieme, loro – i figli – ma anche noi genitori che recuperiamo spazio vitale e ci accomodiamo su divani più larghi. Forse oggi un bambino nel lettone non lo tollererei più, a meno che sia un nipotino ma in quel caso sarà un’altra storia.