Anche da adulti tutti abbiamo un ricordo delle lunghe (e calde) estati a far poco o nulla, riducendosi all’ultimo a cercare di terminare i compiti delle vacanze. Col risultato che una volta tornata a suonare nuovamente la campanella a settembre, si viveva il “trauma” di dover riaprire – davvero – i libri, con la sensazione netta di aver dimenticato quasi tutto quello che si era studiato e imparato durante l’anno. Ecco, oggi quel fenomeno ha un nome: Summer Learning Loss, o Summer slide. E si ripete esattamente allo stesso modo.

Cos’è la Summer Learning Loss o summer slide

Come spiegano gli esperti, la Summer Learning Loss è la perdita di conoscenze e competenze didattiche che vivono gli studenti durante il lungo periodo di sospensione delle lezioni, in estate. È chiamata anche summer slide e diventa evidente quando si torna sui banchi di scuola e sembra di aver azzerato quanto appreso durante un intero anno scolastico terminato a giugno. È un fenomeno che non riguarda solo i ragazzi italiani: molto studiato in particolare negli Stati Uniti, dove pure la pausa estiva è più ridotta (si torna in classe già da fine a metà agosto), nel nostro Paese sta emergendo con forza, complice il fatto che si arriva a ben 13 settimane di stop delle attività didattiche.

Gli effetti della summer slide

Si tratta di un fenomeno noto, che si verifica anche in Paesi dove la sospensione delle attività didattiche è più breve: appena 46 giorni in Germania, 56 in Francia e 84 in Spagna. Secondo un’indagine condotta lo scorso anno dall’Investment Institute di UniCredit, si stima che la perdita di conoscenze durante il periodo estivo si attesti intorno al 25/30%. Gli effetti, anche a livello empirico, sono evidenti, specie in alcune materie come la matematica e la lettura. «La verità è che alcune competenze richiedono esercizio costante e tendono oggettivamente a indebolirsi», conferma Patrizia Di Flaviano, esperta dell’Associazione Nazionale degli Orientatori, tutor dell’apprendimento presso LeTueLezioni.

Matematica e lettura “a picco”

I dati mostrano le carenze maggiori in matematica e lettura «perché sono abilità che si consolidano attraverso la pratica – chiarisce Di Flaviano – Spesso i compiti estivi vengono vissuti come una punizione o un obbligo da rimandare agli ultimi giorni di agosto, o peggio ancora ai primi di settembre. Prendersi una pausa dopo la chiusura della scuola è giusto, sono dell’idea che i compiti non debbano essere portati sulla spiaggia, ma – dopo quei 7/14 giorni – bisogna cercare di creare nell’arco della giornata dei momenti dedicati alla lettura di qualche pagina o alla risoluzione di uno o due esercizi di matematica. Non servono ore ed ore tutti i giorni, non bisogna riempire l’estate di compiti, basta poco per arrivare a settembre “allenati”».

La “teoria del rubinetto”: cos’è e quanto incide

Se il fenomeno riguarda tutti, però, non sempre le conseguenze sono uguali. è qui che entra in gioco, infatti, anche un fattore sociale o socio-economico. La cosiddetta Faucet Theory” o “teoria del rubinetto”, mostra infatti come chi vive in una condizione di maggiore disagio sociale ha anche più difficoltà nel colmare la perdita di apprendimento estiva. Il concetto si basa proprio sulla similitudine con l’acqua che esce da un rubinetto: più è costante, più se ne trarranno benefici. Ed è quello che accade ai giovani che possono contare su stimoli e opportunità alternativi, anche in estate, come vacanze studio, campus, ecc. Viceversa, per chi non può permettersi servizi privati, il vuoto da colmare a settembre – e nel percorso formativo – sarà maggiore.

Una questione di opportunità

«Sicuramente la componente socio-economica ha un impatto importante: alcuni ragazzi, anche fuori dalla scuola, hanno accesso a libri, corsi, esperienze culturali, viaggi, attività sportive ed educative e adulti che possono dedicare loro tempo e risorse. Altri, invece, hanno meno opportunità di stimolo e supporto. Da questo punto di vista, il rischio è che l’estate finisca per ampliare le disuguaglianze educative già esistenti. Sarebbe sicuramente utile investire in opportunità accessibili, diffuse sul territorio e non riservate solo a chi può permettersi servizi privati».

No a una “seconda scuola”

Ma se i cambiamenti e le politiche sociali richiedono tempi lunghi e molti investimento, che ruolo hanno i genitori? Cosa possono fare, concretamente? «Il primo consiglio è non trasformare l’estate in una seconda scuola, né in una lunga vacanza completamente priva di stimoli. Bisogna trovare un equilibrio. Può essere utile creare una mini routine: dedicare qualche momento alla lettura, organizzare i compiti in piccoli obiettivi, favorire esperienze che stimolino curiosità e autonomia», consigli la tutor. Ma la capacità di organizzare il tempo non si limita alla didattica.

Gli altri luoghi di apprendimento

Se la scuola chiude, dunque, la famiglia entra in gioco facendo spesso la differenza. Non significa che una madre o un padre debba sedersi alla scrivania per una o due ore accanto ai figli, seguendoli nei compiti o nei ripassi. Magari può però coinvolgerli in attività organizzate dalla comunità, che si tratti di biblioteche pubbliche, iniziative civiche, giochi condivisi, persino nella visione di documentari o nell’ascolto di podcast stimolanti, che possano diventare strumenti di apprendimento diffuso e spontaneo. L’obiettivo è anche quello di arricchire un percorso di crescita non necessariamente sui banchi di scuola.

Stimolare il senso di responsabilità

Uno degli effetti della summer learning loss a settembre, infatti, è anche «la necessità di dedicare le prime settimane di scuola al recupero e al riallineamento, sottraendo tempo ai nuovi programmi. In alcuni studenti la lunga pausa incide anche sul metodo di studio: perdono l’abitudine a organizzare il tempo. Anche coinvolgere i figli nella gestione del proprio tempo, dunque, è importante: li aiuta a mantenere attive le competenze organizzative e il senso di responsabilità. Più che puntare sulla quantità di esercizi, è utile coltivare abitudini che permettano di rientrare a settembre senza la sensazione di dover ricominciare da zero», sottolinea Di Flaviano.

Ricreare le connessioni

Si tratta di un’idea condivisa anche da altri esperti, come Claudio Mencacci, che dalle pagine del Corriere della Sera di qualche tempo fa chiariva: «La scuola non è solo trasmissione di conoscenze, ma anche un contesto relazionale in cui si sviluppano abilità sociali, empatia, senso di responsabilità e autonomia». Per questo «un minimo di pianificazione settimanale condivisa tra genitori e figli può fare la differenza. Non serve trasformarsi in cerberi pronti a controllare ogni mossa, ma accompagnare i ragazzi nella ripresa del ritmo può essere un’occasione per rafforzare il senso di responsabilità personale e l’autonomia nello studio».