Anche la seconda perizia psichiatrica su Alessia Pifferi, condannata all’ergastolo per omicidio volontario a maggio del 2024 per aver lasciato morire di stenti la figlia Diana di 18 mesi, ha stabilito che la donna è capace di intendere e di volere. In quei sei giorni del luglio del 2022 in cui lasciò la piccola da sola nella sua cameretta di Ponte Lambro, sapeva quindi perfettamente cosa stesse facendo.

Alessia Pifferi: la perizia in Appello

La perizia era stata chiesta dalla difesa durante il processo d’appello ma, come quella del processo di primo grado, anche questa ha stabilito che la mamma della piccola Diana non ha disturbi mentali tali da minare le sue capacità cognitive. La perizia sarà illustrata a settembre alla prossima udienza in cui i periti e i consulenti di parte ne discuteranno gli esiti, per poi procedere con un’udienza successiva che chiuderà il processo d’appello.

Alessia Pifferi: «La colpa è di mia mamma e mia sorella»

Il risultato era scontato secondo l’avvocato Emanuele De Mitri, il difensore dalla mamma e della sorella di Alessia Pifferi, che si sono costituite parte civile. E che ora, in un dolore che si rinnova, sono comunque ferme nella loro posizione, come dice la sorella di Alessia: «Non ha mai chiesto scusa e continua a sostenere che la responsabilità sia mia e di mia mamma: è assurdo». Assurdo perché questo processo non deve dimostrare di chi sia la responsabilità della morte di Diana: «Questo è un fatto acclarato: la responsabilità è di Alessia Pifferi» dice l’avvocato. «Va solo stabilito se la Pifferi sia capace di intendere e volere».

Cosa dice la seconda perizia

«La nuova perizia stabilisce che la donna da bambina ha avuto qualche disturbo, ma non invalidante e tale da pregiudicare la sua capacità di concatenare gli eventi e capire che a un’azione ne consegue un’altra. Tutt’al più si è trattato di disturbi dell’età evolutiva ma, di base, da bambina la Pifferi era solo molto svogliata e disattenta» dice l’avvocato. La perizia parla di “Disturbo del Neurosviluppo con residua fragilità cognitiva settoriale ed immaturità affettiva, non significativamente invalidanti sul funzionamento psico-sociale”. Vuol dire che la donna conosce perfettamente i rapporti di causa-effetto, tant’è che tale condizione di fragilità “non può ritenersi di gravità tale d’avere eziologicamente compromesso le capacità di intendere e/o di volere, escludendole del tutto oppure scemandole grandemente” in quei giorni in cui la piccola fu lasciata nella sua stanzetta rovente, a Milano, mentre la madre si trovava nella bergamasca, a Leffe, col nuovo compagno.

Dei disturbi dell’infanzia non si può dimostrare nulla

La nuova perizia ha esaminato documenti risalenti agli anni in cui Alessia bambina era seguita dal servizio di Neuropsichiatria territoriale. E ha confutato tali documenti. «Le relazioni passate parlano di generici disturbi della personalità ma senza che vengano allegati test o referti» spiega l’avvocato. «Su che base possiamo capire oggi che disturbi potesse avere da piccola?». Quindi queste presunte prove, su cui puntava la difesa, sono state smontate in sede d’appello.

I disegni da bambina di Alessia Pifferi

I periti hanno studiato anche i disegni che faceva la Pifferi bambina. E la conclusione è che “avesse interiorizzato una rappresentazione del ruolo genitoriale come connesso a sequenze accuditive di nutrimento, cura e protezione dei bambini”. Alessia Pifferi quindi, come si è dimostrato nel processo di primo grado, capiva perfettamente che un bambino a cui non si dà da mangiare e da bere, alla fine, muore. Aveva infatti risposto così alla precisa domanda del pubblico ministero, la domanda che l’aveva inchiodata nel processo di primo grado.

I momenti di blackout

Le condizioni psichiche di questa donna insomma non sono di gravità tale, secondo la perizia, d’aver compromesso le capacità di intendere e volere in quei fatidici giorni. Come riporta Il Giorno, la Pifferi racconta ai nuovi periti che in quei giorni la sua mente si era disconnessa, e quando il compagno a Leffe le chiedeva della bambina, lei rispondeva che allora sì, riconnetteva la sua mente a lei. L’ennesima bugia di una mentitrice seriale, che costruisce un castello di bugie: «Ma non funziona così: la mente non è un interruttore che si accede e si spegne» dice l’avvocato De Mitri. «L’hanno stabilito i periti. E infatti, quando a Leffe lui domandava di Diana, lei artificiosamente mentiva: sapeva perfettamente dov’era sua figlia, altrimenti non avrebbe dato quelle risposte».

I presunti abusi nell’infanzia

Ai periti, poi, la Pifferi ha ripetuto di aver subito abusi nell’ìnfanzia. Una realtà di cui non esiste alcuna prova: «Se i periti l’avessero ritenuto possibile, avrebbero indagato chiedendo riscontri, in termini di ricordi e situazioni passate. Invece non hanno neanche ritenuto opportuno verificare, talmente poco veritiera ritengono questa costruzione della realtà» prosegue De Mitri. Un altro tassello della difesa della Pifferi quindi è caduto. All’avvocata della difesa, ora, non resta che puntare sull’abbandono di minore, un reato meno grave dell’omicidio volontario.