Ogni tanto mi compare sullo schermo del telefonino la foto della mia secondogenita con i capelli impastati di uova e farina, un mazzo di fiori in mano e una smorfia sul viso a metà strada tra la risata e il disgusto. È stata scattata esattamente un anno fa, davanti alla scuola, all’uscita dall’orale di maturità. Ha chiesto lei espressamente ai compagni di celebrare quel momento storico nella maniera più folle e plateale. Perché sancisse in modo memorabile la fine di una fase della vita da cui non vedeva l’ora di affrancarsi e l’inizio di un nuovo capitolo su cui fantasticava da tempo. L’iscrizione all’università, il trasferimento in un’altra città, la prima esperienza di appartamento in condivisione da studentessa fuori sede. Insomma, l’abbandono del nido e l’ingresso nell’età adulta.

A 18 anni, veramente, ancora tanto adulti non si è. Ma il fatto che mia figlia negli ultimi 10 mesi abbia iniziato a risparmiare sulla spesa e su Glovo per non prosciugare il budget che abbiamo concordato e ad accorgersi che i vestiti non si lavano da soli mi sembra già un buon inizio. L’esame finale del ciclo di studi, al di là dei voti e della performance, in fondo serve soprattutto a questo: ratificare una transizione. Ufficializzarla.

La funzione dei riti di passaggio

È questo lo scopo dei riti di passaggio, nelle culture di tutto il mondo, qualsiasi forma prendano. Delimitare un confine tra un prima e un dopo. Decretare l’acquisizione di un nuovo status, che non solo ci “modifica” come individui, ma viene riconosciuto dalla collettività. Un esempio ancora più significativo è il matrimonio. Quando mi sono sposata, benché avessi convissuto già da diversi anni col mio futuro marito, ho sentito che qualcosa dentro di me è cambiato.

Come se quella promessa fatta davanti a un prete, di fronte alla famiglia e agli amici, con tutte le frasi di rito e i sacramenti, avesse dato alla nostra relazione un grado di solennità e importanza che prima non aveva. Non è soltanto questione di forma, ma di sostanza. Benché pure la forma – persino quella frivola del bouquet e dell’abito bianco, al netto della liturgia – contribuisca a dare un senso di sacralità a tutta la faccenda. Se tutto viene fatto “con fede e coscienza”, naturalmente.

Cosa prevede la legge per le coppie omosessuali

Ho ripensato a tutte queste cose leggendo l’intervista a Francesca Cavallo e Marlen Cirignaco, che il 18 giugno hanno voluto consacrare il loro amore davanti a Dio, in una bella giornata di sole nella loro terra, la Puglia. E questo malgrado non sia ancora ammesso nel nostro Paese per le coppie omosessuali il matrimonio egualitario. Tanto meno in Chiesa. La legge Cirinnà consente dal 2016 solo l’unione civile, che dà valore legale al legame e garantisce alcuni dei diritti e dei doveri previsti dal matrimonio civile. E allora Dio cosa c’entra? C’entra. O meglio, deve poterci entrare, si è detta Francesca Cavallo, scrittrice e attivista, autrice del bestseller Storie della buonanotte per bambine ribelli, oltre che del bellissimo progetto per le scuole Storie spaziali per maschi del futuro, di cui abbiamo avuto modo di parlare su questo giornale.

Le nozze di Francesca Cavallo e Marlen Cirignaco portano il Vangelo in un rito civile

Perché, se anche la legge vieta la cerimonia cattolica alle coppie dello stesso sesso, nessuno può impedire di portare la Parola del Vangelo in un rito civile. Un’esigenza che le due promesse spose, cresciute con una forte educazione religiosa e credenti, hanno voluto rispettare. Come, ce lo raccontano nella bella chiacchierata raccolta dalla nostra giornalista alcuni giorni prima del “sì” e subito dopo, quando le preoccupazioni e le incognite che turbavano la vigilia si sono dissolte, lasciando spazio solo a un senso di felicità lieve ed elettrica. Quella che si prova quando ogni cosa va come doveva andare.

Combattere l’omofobia interiorizzata

A rendere ancora più piena la soddisfazione è il fatto che l’impresa era titanica. Significava non solo escogitare un mash-up tra sacro e profano, che ha suscitato un certo scetticismo in entrambi i fronti della “curva” – quello conservatore eterocentrico e quello arcobaleno anti- Vaticano – ma anche imbarcarsi in una lunga ed estenuante battaglia verso la propria omofobia interiorizzata, contro il divieto che inconsciamente lesbiche e gay impongono alla propria fame di Dio, sentendo di abitare “nel peccato”. È stato quindi un cammino intenso e accidentato quello che hanno affrontato Francesca e Marlen, fatto di sgasate e retromarce, di scontri aperti e riconciliazioni. Le cose belle quasi mai sono facili. Ma sotto i grappoli di peonie e rose è nata una famiglia. Un seme nuovo, pronto a germogliare.