«Non ci aspettiamo studenti perfetti, ma persone curiose». No, non lo ha detto Steve Jobs, anche se queste parole ricordano quelle del fondatore di Apple, con il suo famosissimo «Stay hungry, stay foolish». A pronunciarle, invece, è stato il Rettore dell’Università Bocconi, uno dei più prestigiosi atenei economici, non solo in Italia. Le parole di Francesco Billari sono state rivolte alle matricole e la dicono lunga su quali siano le skills richieste oggi ai giovani.
No alla perfezione, sì anche agli errori
Il messaggio di Billari, dunque, è arrivato a tutti coloro che, da fine estate, si apprestano a entrare nel tempio dell’economia con il sogno (o l’obiettivo) di diventare esperti di finanza, management e molto altro. Persone determinate, come è lecito aspettarsi, talvolta al punto tale da non concedersi il margine per l’errore, che invece – come ricorda il numero uno dell’ateneo – è molto più che umano. Nel dire “no” alla perfezione, infatti, Billari ha aggiunto: «L’ansia è prevista, l’errore anche». È proprio questo uno dei passaggi fondamentali del vademecum che la Bocconi ha fornito ai futuri studenti.
Il “manuale anti-ansia”
Le raccomandazioni hanno il sapore, dunque, di un antidoto all’ansia, naturale, che può provare un giovane che fa il suo debutto nel mondo accademico, soprattutto in un ambiente ad alta competitività, come quello economico. Perché se durante la carriera l’ansia da prestazione è diventata una (spiacevole) compagna di viaggio per moltissimi, durante il periodo di studi lo stress può arrivare dalla determinazione a ottenere il massimo dei voti e i migliori crediti formativi. È qui, invece, che entra in gioco la Bocconi, che sul proprio sito ha inserito alcuni consigli. Sono quanto di più lontano da un manuale motivazionale: consistono, infatti, in 25 tra libri, film serie tv e podcast che sono suggeriti come “cassetta degli attrezzi emotiva”.
Il vademecum (emotivo) per le matricole
Se nella lista figurano pellicole “cult” come L’attimo fuggente (con il popolarissimo Robin Williams nei panni del professor John Keating). Tra i libri il primo titolo proposto è Il giovane Holden di J. D. Salinger: un classico per intere generazioni, alle prese con il romanzo di formazione per eccellenza che ha come protagonista un giovane, espulso dal college e alle prese con la sensazione di essere fuori posto anche nella vita. A chi teme di non riuscire a terminare il piano di studi nei modi e nei tempi canonici, invece, può risultare di aiuto la lettura di Sulla strada di Jack Kerouac, in cui Sal Paradise compie viaggi attraverso gli Stati Uniti, in parte con l’amico Dean Moriarty, in parte da solo in autostop. Ma sempre senza una meta precisa.
Fallire è lecito
A esemplificare il concetto della possibilità di non essere perfetti e persino di fallire, sono poi il podcast How to Fail (“Come fallire”) con Elizabeth Day e i TED Talks di Brené Brown e Phil Hansen. «Sono concetti che per anni abbiamo trattato come tabù, quando in realtà sono la normalità di qualsiasi percorso di crescita. Cresciamo dentro un sistema che premia il risultato e nasconde il processo. Si vede il voto, non le ore di studio andate storte prima di trovare il metodo giusto. A scuola, sui social, nel lavoro impariamo che conta solo l’output, quindi ogni errore diventa una minaccia alla propria identità, non un passaggio del percorso», commenta la carrier coach Irene Bosi.
Sbagliare non è una colpa
«L’errore viene ancora vissuto come una colpa invece che come un’occasione – prosegue Bosi -I ragazzi, invece, avrebbero bisogno di spazi sicuri in cui sbagliare senza che questo diventi una sconfitta definitiva. Trovo che quella della Bocconi sia un’ottima iniziativa. Affinché funzioni davvero deve andare oltre la lista di consigli. Deve tradursi concretamente nei criteri con cui poi si valutano i ragazzi. Se continuiamo a dire loro che l’errore è normale e poi li giudichiamo solo sul voto finale, il messaggio resta a metà».
Capacità di reinventarsi
Tra le capacità del futuro economista, manager, imprenditore o broker finanziario che l’ateneo immagina di formare c’è, poi, una persona in grado di reinventarsi. Lo dimostra il suggerimento del film Noi siamo infinito di Stephen Chbosky e con Emma Watson, che rappresenta una coinvolgente storia di crescita a partire da una condizione di disagio. Per chi si sente inadeguato, come può accadere a una matricola, sono indicati anche la serie Generazione 56K di Francesco Ebbasta, e Skam Italia di Ludovico Bessegato. Ad accomunare questi consigli è l’idea che oggi, forse anche più di ieri, il sapersi rinnovare, mai scoraggiare e cambiare sono diventati dei must.
Formarsi per il futuro
«Penso che sia inevitabile, prima ancora che giusto. Il mondo del lavoro che i ragazzi troveranno tra dieci anni probabilmente non esiste ancora, quindi saper cambiare diventa una forma di sopravvivenza. Però, va chiarito bene cosa significa davvero reinventarsi. Non è un salto nel vuoto fatto con disinvoltura, ma un processo che richiede tempo, umiltà e anche un po’ di sana paura da attraversare. Concretamente è fondamentale insegnare ai ragazzi a distinguere tra identità e ruolo. Se ti definisci solo attraverso quello che fai in questo momento, ogni cambiamento sembra una perdita di te stesso. Se invece impari a riconoscere le tue competenze trasversali (curiosità, capacità di imparare, di stare nella difficoltà) allora il cambiamento diventa semplicemente una possibilità in più», sottolinea Bosi.
Sopravvivere a caos e difficoltà
Per chi si appresta a cimentarsi con il mondo universitario, ma anche nel resto della vita (verrebbe da aggiungere) è importante non farsi sopraffare dalle difficoltà, inevitabili. Da qui la raccomandazione a leggere il romanzo Matricole di Tom Ellen e Lucy Ivison. A vedere Starter for 10 di Tom Vaughan e la serie Rooster di Bill Lawrence e Matt Tarse, che mostra l’immagina di una vita universitaria tutt’altro che perfetta, bensì segnata dal caos. Si torna, quindi, al concetto di “non perfezione”, consegnato anche a romanzi come One L, di Scott Turow, o il film The Social Network sulle origini di Facebook e di Mark Zuckerberg.
Più team building contro l’individualismo
In una società segnata dall’individualismo merita spazio anche il consiglio della serie The Bear o il film Will Hunting – Genio Ribelle di Gus Van Sant con attori come Matt Damon e Robin Williams, centrato sui concetti di vita vissuta e amicizia. E ancora l’italiano After the Hunt (di Luca Guadagnino), che affronta il tema dello scontro tra il successo, l’ambizione e il senso di responsabilità. Anche in questo caso si richiama l’attenzione, dunque, su “valori” che vadano oltre il mero risultato accademico o professionale.
Mettere in pratica principi sacrosanti
La vera difficoltà, però, sta nel mettere in pratica principi che appaiono sacrosanti: «Il team building è una bella iniziativa, le aziende che ci investono fanno bene. Ma se poi le dinamiche interne, in azienda come in università, continuano a premiare solo chi emerge da solo, resta un cerotto su una struttura che spinge nella direzione opposta. Il vero team building non è quello che si fa in un weekend fuori sede, è quello che si respira nel day by day: nei criteri con cui si giudica e si premia ogni giorno, non nell’evento occasionale che dice “collaborate”», conclude la career coach.