Nella rete mondiale di sesso e potere intessuta da Jeffrey Epstein compare anche l’Italia: 30 anni di traffici di soldi e ragazze di cui tanti sapevano, ma che ora i documenti rilasciati dal governo Usa dimostrano. È in corso un’inchiesta dopo l’esposto presentato dell’associazione Differenza Donna alla Procura di Roma. La Capitale è infatti uno dei teatri delle operazioni di Epstein nel nostro Paese.
Chi ha protetto Epstein in Italia?
Chi l’ha protetto? Ci sono italiani coinvolti? Spiega Elisa Ercoli, presidente dell’associazione: «Nel database abbiamo trovato centinaia di mail dal 2009 al 2019 che coinvolgono membri dell’élite finanziaria e imprenditoriale radicata qui. Alcune persone hanno ricevuto più di 1.900 mail in 10 anni. Non si tratta quindi di occasionalità, ma di un sistema di cui l’Italia era un nodo territoriale. Su Roma sono emersi 3.593 risultati, su Amalfi 44, su Positano 30, su Ischia 12, sulla Costa Smeralda 3: si tratta di mail che costituiscono una vera piattaforma logistica di spostamenti e attività, tra voli aerei da un luogo all’altro, auto noleggiate, hotel, feste, eventi».
Divertimenti leciti di persone molto ricche, come qualcuno potrebbe obiettare, se non ci fossero riferimenti a bambine e ragazze da spostare, in un sistema di sfruttamento in cui i corpi sono merce di scambio. «“Portami la bambina con le caviglie belle” abbiamo letto nei file» racconta Elisa Ercoli. «Questi e altri orrori che abbiamo evidenziato alla Procura non sono semplici relazioni pruriginose e noi non stiamo spiando dal buco della serratura: il vero nodo è quanto la sessualità in quel sistema sia terreno di sopraffazione e controllo, non solo sulle vittime, ma anche sugli Stati.
La cultura dello stupro alla base di relazioni istituzionali
A partire dalla cultura dello stupro, infatti, si definiscono relazioni istituzionali: dai documenti emergono riferimenti all’andamento politico dei vari Paesi che viene orientato da queste frequentazioni, di cui l’abuso su bambine e ragazze rappresenta lo strumento. E le grandi banche sono coinvolte: la trasparenza con cui il governo americano ha rilasciato i documenti è ormai evidente che sia solo di facciata. Occorre accertare anche in Europa le protezioni di cui la rete di Epstein ha goduto».
Il sistema Epstein e i pedofili in Italia
Ma questo enorme Moloch che divora vite in cambio di potere non alberga su un pianeta parallelo. L’isola di Little Saint James, in cui avvenivano tante delle violenze accertate, è solo un teatro molto lussuoso di un copione che va in scena ogni giorno: quello degli abusi sui bambini. La rete del miliardario non è diversa da quella dei pedofili che vivono accanto a noi, travestiti da persone qualunque: i meccanismi sono gli stessi. Per capirli abbiamo incontrato, in punta di piedi, Francesca Svanera, formatrice e divulgatrice con una storia pesante alle spalle. Collabora con l’associazione Meti (assometi.org), non profit che sostiene le persone adulte abusate nell’infanzia. Anche lei lo è stata: ora ha 50 anni, è sposata, ha due figli e cerca di mettere la sua esperienza al servizio degli altri.
Come vengono agganciati i bambini: la storia di Francesca Svanera
«Il sistema con cui Epstein reclutava, manipolava e sfruttava le sue vittime è identico a quello che usano i pedofili a cui pensiamo abitualmente. L’ho vissuto io e tutte le persone che mi hanno raccontato la loro storia. Prima c’è un vero love bombing, in cui ti fanno sentire la persona piccola più bella e amabile del mondo. Poi ti cambiano il nome, per farti sentire parte di una realtà diversa e farti prendere le distanze dalla famiglia. Quindi ti instillano il senso di colpa: per i tuoi genitori, che minacciano di uccidere se non ubbidisci, e per te stessa, che ormai sei dentro la rete e quindi puoi essere ricattata. Al punto che ti impongono di reclutare altri bambini». Come le ragazzine di Epstein o le modelle delle varie agenzie, che a loro volta invitavano altre ragazze nella casa di Park Avenue o sull’isola di Little Saint James. Lussuosi paradisi che nascondevano l’inferno.
I set con i bambini
Come quelle ragazze sono state filmate con i potenti, anche le piccole vittime della porta accanto vengono riprese. «Esistono veri e propri set, con bambini che preparano altri bambini e dopo li aiutano a ripulirsi. Ancora oggi, magari sull’autobus, mi capita di chiedermi se certi uomini mi hanno visto, da piccola, nelle videocassette che riempivano gli scaffali di quella stanza». Perché il trauma di un abuso del genere è un fiume carsico: riemerge nei momenti più impensabili, mentre fai tutt’altro. E in un istante ti riporta all’indietro, in un flashback di 40 anni prima. «Ho pochi ricordi di quel periodo, durato diversi anni. Sono riemersi grazie all’EMDR, la terapia a cui sono approdata quando la mia prima figlia aveva 8 anni e io ero ossessionata dal doverla proteggere. Senza capire da cosa. Poi è diventato tutto chiaro: era il mio passato che bussava forte, portandomi attacchi di panico, crisi di ansia e depressione. Così sono riuscita a ricomporre qualche pezzettino e mi sono vista già alla scuola materna condotta in quella casa di adulti e filmata, poi più grande, finché non sono servita più perché troppo cresciuta».
Le complicità a tutti i livelli
La vera domanda che dovremmo porci è come sia possibile che esistano queste complicità, a tutti i livelli. Come sia possibile che queste persone siano così organizzate ed efficienti da sparire appena si indaga sulle loro attività. «Tra di loro esistono linguaggi specifici, scambi di materiali, strategie e metodologie, in una conversazione continua e in un passaggio incessante di piccole vittime: a volte è il padre che porta la figlia e in cambio “riceve” altri bambini. E poi arriva lo zio, quindi il nonno. Se è vero che ci vuole un villaggio per crescere un bambino, ci vuole anche un villaggio per abusarne. Sono i silenzi di un intero sistema a renderlo possibile».