«Io, di relazioni parasociali, ne ho tantissime», mi racconta – al telefono da Los Angeles – Aishy. È in chiamata con la sorella, una delle mie migliori amiche, in vivavoce mentre mi preparo per vedere per l’ennesima volta Harry Styles. Lei e Justin Bieber, concittadini nella vita reale, sono praticamente sposati nella sua testa. Hailey? Non è che un’altra moglie, di un altro universo, qualcosa che non ha a che fare col loro amore. Una fantasia che non le impedisce di uscire con ragazzi e affermarsi sul lavoro (è una producer in un’importante casa di produzione). Lo stesso vale per la mia amica Sonia, ex spezzacuori, che sul divano di casa mi racconta di come baciasse i ragazzi in discoteca immaginandosi di far ingelosire Irama.
Insomma, io pensavo di essere pazza, e invece con questi pensieri da ragazzine conviviamo in tantissime: sui social si parla di relazioni parasociali, termine preso in prestito dalla psicologia che definirebbe rapporti che, nonostante la reciprocità non si basi su elementi concreti di realtà, prossimità, vicinanza emotiva o scambio, suscitano la sensazione di essere in comunicazione diretta con l’altro.
Relazioni parasociali: come sempre, serve chiarezza
Ovviamente, come spesso accade sui social, si tratta di una semplificazione un po’ fuorviante. Talmente tanto diffusa che lo scorso anno, dopo la parabola del successo di Taylor Swift, “parasocialità” è stata dichiarata la parola dell’anno. In realtà, l’illusione di avere un rapporto con influencer, divi e celebrità non è automaticamente un segnale di relazione parasociale: i social, su cui le loro vite si svolgono sotto gli occhi di tutti, si basano sul farci sentire partecipi delle loro giornate. E poter assistere ai loro avvistamenti, memorizzare i vestiti che hanno nell’armadio o accorgerci di tatuaggi nuovi, ci fa sentire più vicini a loro, senza che ci siano i presupposti per pensare di avere una relazione reale.
«La musica, in particolare, ha un valore terapeutico e regolatore di per sé, anche se non può mai sostituirsi alla terapia vera e propria», spiega la psicologa clinica Gaia Bresciani. «Quando qualcuno riesce a mettere in parola quello che stiamo vivendo, ci sentiamo meno soli. Si entra nel campo delle relazioni parasociali quando si è fermamente convinti di avere una relazione senza accorgersi che essa è unilaterale – perché l’altro, il cantante o attore che sia, non ne è consapevole».
Le relazioni parasociali possono essere aiuti importanti
La parasocialità, di per sé, non è patologica. Anzi, può essere un aiuto per sentirsi meno soli, riprendersi da una situazione dolorosa, crescere: «L’adolescenza, fase di transizione per eccellenza, è il momento in cui è più utile avere una passione, un attaccamento così intenso da poterci costruire intorno un’identità». Penso alle mie pareti piene di poster dei One Direction, che hanno fatto da sfondo ai sogni senza i quali sicuramente oggi non sarei qui a scrivere. Essere salvata nelle rubriche come “Giulia – Harry Styles” mi ha permesso di conoscere tantissime delle mie amiche senza bisogno di ulteriori presentazioni (o quasi): perché i valori di Harry, se lo amo così tanto, non si discostano poi così tanto dai miei. «L’artista di cui ti appassioni diventa un riferimento simbolico importante e funzionale, che ti permette di regolare le emozioni e capire chi sei».
Il problema nasce quando il conforto di queste “relazioni” diventa preferibile a quelle reali. Un rischio che, per una generazione che fatica sempre più con il confronto e la diversità, è altissimo. Un rapporto con una persona inconsapevole, esattamente come uno stretto con l’AI o con l’amico immaginario tipico dell’infanzia, è un rapporto più semplice da gestire, che non richiede compromessi e non causa sofferenza. «Ancora, un rischio molto diffuso è l’iperidealizzazione: molti fan non possono tollerare che il loro idolo abbia dei lati negativi, e diventano paladini di queste persone, basando la loro identità su un’illusione di perfezione. Quando star, divi o personaggi di fantasia diventano l’unico punto di conforto, c’è il pericolo di entrare nella patologia».
Le competizioni tra fandom e il rapporto tra artisti e fan
Gli ambienti dove è più rischioso sviluppare queste forme problematiche di relazione sono i fandom, bolle social (e non solo) in cui i fan interagiscono tra loro circondandosi di altri con la stessa passione. È in ambienti come X, Instagram e sempre più anche TikTok che si creano fan action (attività volte a dimostrare l’amore dei fan), trend (sì, non è Harry Lambert ad aver riportato in voga le cravatte cari colleghi di Vogue), e discussioni continue. Ed è qui che spesso si creano vere e proprie competizioni per un amore che non riceverà nessuno, o almeno non nella sua forma “reale”: «Per dimostrare che si appartiene a un fandom, che il tale artista fa parte della propria identità, si entra in un gioco di confronti continuo che porta molti a perdere la bussola», continua la psicologa.
E gli artisti, d’altro canto, non sempre vivono bene la responsabilità che queste relazioni presuppongono. Billie Eilish, nel documentario Billie Eilish – Hit Me Hard and Soft: The Tour, dice che tante volte è proprio per i fan che trova la forza di dare il meglio sul palco o tirarsi su dopo un momento giù. E Taylor Swift, fino a qualche era fa, era solita invitare gruppi di swifties a casa per ascoltare insieme un nuovo album. Proprio Harry Styles, invece, non ha fatto mistero del disagio che si prova a non poter avere un primo appuntamento senza dover mettere in guardia la partner. Da una parte anche i fan possono offrire un confronto, ma dall’altra – anche dal punto di vista delle star – si tratta di partner astratti e non realmente consapevoli.
Da qualche parte c’è questo amore
Però non riesco a non pensare che in fondo un amore così grande, anche se così difficile da spiegare, non può mai essere qualcosa di sbagliato. Certo, a patto che – come accade per la maggior parte delle persone – si tratti di qualche fantasia, sogni ad occhi aperti, una ragione per comprare biglietti in più, fare amicizia, trovare un posto nel mondo. Il rischio di perdere la bussola è alto, e forse noi GenZ, che di bussole funzionanti ne abbiamo poche, su questa fine line (pun intended) ci sappiamo camminare benissimo.