C’è una falla nel sistema di protezione dell’infanzia, una compagine di minori che sfugge ai radar. Sono i bambini sotto i 5 anni, quelli che avrebbero più bisogno di essere visti: solo 8 su 1.000 vengono raggiunti dai servizi sociali, contro i 15 della fascia 6-10 anni. Lo osserva la III Indagine nazionale sul maltrattamento di bambini e adolescenti in Italia, pubblicata nel 2025 dall’Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza, Cismai e Fondazione Terre des Hommes Italia.

Maltrattamenti sui bambini: in Italia è emergenza

Non frequentano la scuola dell’obbligo, non hanno voce, a vegliare su di loro solo la famiglia e una rete di prossimità che progressivamente si sfalda. Quando la loro vulnerabilità fisica ed emotiva diventa terreno di sopraffazione, si infrange il patto più sacro e si consumano drammi atroci, come quello di Beatrice, 2 anni, uccisa a Bordighera dalle percosse del compagno della madre, in un contesto di marginalità e degrado. A rompere l’omertà sono state nel suo caso le sorelle. La maggiore, a 9 anni, era di fatto la caregiver della più piccola: sostituta di una madre assente, vittima a sua volta di violenza assistita. «A lei auguriamo un futuro di relazioni riparative in grado di assorbire parte dell’orrore che ha vissuto» osserva Stefania Andreoli, psicoterapeuta, presidente dell’Associazione Alice ETS di Milano, membro dell’Intergruppo parlamentare per i diritti fondamentali della persona e autrice, tra gli altri, di Un’ottima famiglia (Rizzoli).

Quando gli adulti non tutelano i bambini

Casi come quello di Beatrice evidenziano il collasso delle funzioni protettive del mondo adulto. «Un adulto maltrattante è sempre un bambino incompiuto e un coniuge deluso» precisa Andreoli. «Assistiamo al crollo del principio di asimmetria relazionale: madri – ne ho viste molte durante il mio mandato da giudice minorile – che non sono dentro a un legame verticale con il bambino nel quale l’adulto, più in alto per responsabilità e maturità, lo tutela, ne antepone i bisogni primari. Al contrario, tessono rapporti orizzontali con i loro uomini: il partner rilevante è quello sentimentale, non il figlio. Per non perdere il primo, per compiacerlo, si è disposte a sacrificare il secondo».

Il collasso della rete sociale

Il fatto che nessuno fuori dalle mura domestiche abbia visto o sia intervenuto solleva una questione cruciale: l’evaporazione di una struttura sociale che funga da barriera protettiva. È ciò che Alberto Pellai, medico, psicoterapeuta dell’età evolutiva, definisce il “villaggio”: una rete di parenti, vicini, operatori dotati di antenne e strumenti. «Non si tratta di fare i detective o i delatori, ma di ricostruire una prossimità che non sia giudicante» chiarisce Andreoli. «Se una famiglia si isola, è perché spesso sperimenta una vergogna o una paura disfunzionale. La responsabilità degli adulti intorno non si misura con il senno di poi delle aule di tribunale, ma con la capacità quotidiana di offrire ponti, non muri».

Il maltrattamento è una questione di salute pubblica

È l’idea invocata nell’ultimo Indice regionale sul maltrattamento e la cura all’infanzia in Italia di Cesvi, appena presentato: una “comunità di cura” fondata su presidi fisici: scuole, consultori, oratori, ambulatori. Luoghi aperti e sicuri, con operatori all’ascolto, come le Case del sorriso che Cesvi ha attivato nei quartieri svantaggiati di alcune città. Nato nel 2018, l’Indice «non punta solo a registrare il numero di reati o di bambini abusati, misura la vulnerabilità e la reale capacità dei territori di osservare, tutelare e curare l’infanzia, incrociando i fattori di rischio ambientali con la risposta dei servizi locali» spiega Valeria Emmi, Networking & Advocacy Senior Specialist di Cesvi. «L’obiettivo a cui da quasi un decennio ci dedichiamo è proprio estrarre la condizione del maltrattamento dalle mura domestiche per farla diventare questione di salute pubblica».

I nuovi dati sulla vulnerabilità minorile

I dati fotografano un’emergenza strutturale. Se l’esame delle violenze quantifica l’abuso emotivo al 36,3%, seguito da quello fisico al 22,6% e sessuale al 12,7%, emerge con forza la categoria della trascuratezza. Questa, unita alla violenza assistita, al 34%, configura una nuova mappa della vulnerabilità minorile che spacca ancora una volta l’Italia in due. «Una traduzione possibile è che oggi, complice una divulgazione che coinvolge tramite i social sempre più persone e un abbozzo di cambiamento culturale, le famiglie stiano abbandonando – fortunatamente! – l’opportunità delle punizioni fisiche» commenta Andreoli, membro del Comitato scientifico dell’Indice, «senza però avere contezza di altre forme di violenza, come quelle citate».

Trascuratezza e povertà relazionale

Non a caso, la ricerca di Cesvi, intitolata Generazione sola, si concentra sulla povertà relazionale come fattore di rischio emergente. «Il trend è preoccupante e interroga anche discipline sorelle come la sociologia, l’antropologia e la filosofia» conferma Andreoli. «In ogni ambito umanistico constatiamo il rischio d’estinzione di rapporti autentici, connessioni profonde, scambi di valore. In una parola, mimiamo i legami: facciamo i genitori, facciamo gli insegnanti, ma lo siamo?

La contemporaneità promuove l’apparenza e la performance, l’esito non può che essere un senso di dolorosa alienazione». È il riflesso di una società per cui il principio d’inviolabilità dell’infanzia sbiadisce. «La famiglia contemporanea, simbiotica e appropriativa, è lontana dall’essere efficace in questo senso, è eccessiva in tutto, dall’esibizione social alle celebrazioni, alle dichiarazioni d’amore: difficile per un figlio emanciparsi, soggettivarsi, autorizzarsi a proteggere i propri confini, se nessuno prima di lui li ha tracciati».

Prendersi cura di sé per prendersi cura degli altri

Valeria Emmi correla questa condizione al deterioramento del welfare emotivo sotto il peso delle macro-tensioni esterne: «Una crisi dettata dal contesto geopolitico internazionale che esacerba situazioni già strutturali nel nostro Paese». Perché stare male equivale a comportarsi male, rincara Andreoli. «È un’equazione dalla validità matematica: riuscire a prendersi cura di qualcuno è subordinato ad averlo fatto prima con se stessi, garantendosi le condizioni minime per una vita che si percepisce di valore, valore che solo a quel punto si è in grado di accreditare all’altro». A convalidare la profondità della frattura è la sezione più dirompente dell’Indice, che dà voce ai minori attraverso focus group sul campo.

La solitudine dei bambini

Ne emerge un manifesto generazionale intriso di desolazione, in cui i bambini descrivono lucidamente la mancanza di adulti capaci di un ascolto autentico, la paura per quartieri percepiti come degradati e insicuri. E si dicono schiacciati dalla fatica psicologica di farsi carico delle disperazioni materiali dei grandi. Un cortocircuito in cui la “generazione sola” cessa di essere “bambina” perché gli adulti hanno smesso di fare gli adulti.

Non è solitudine, precisa Andreoli, «quella è clinicamente una dimensione preziosa: i bambini capaci di stare da soli hanno interiorizzato la presenza dell’adulto che si cura di loro. Ciò a cui assistiamo è isolamento: bimbi privi di relazioni significative e specchi emotivi stabili sul territorio. Se manca questa rete fuori e dentro casa, la mente del minore si spegne. È il vuoto affettivo, non la mancanza di controllo, a costituire il terreno fertile in cui si consumano e rimangono invisibili i traumi più gravi».

Il maltrattamento è una questione di salute pubblica. Serve una “comunità di cura” che monitori e tuteli

I numeri del fenomeno

L’indice regionale di Cesvi, Fondazione ETS che opera per i diritti e le popolazioni vulnerabili, misura la capacità dei territori di prevenire e curare il maltrattamento all’infanzia attraverso 65 indicatori. Il report, alla settima edizione, evidenzia un drammatico +58% in 5 anni dei minori in carico ai servizi sociali e un raddoppio dei ricoveri psichiatrici, a fronte di un calo dei pediatri da 7.499 a 6.962.

L’Emilia-Romagna si conferma la regione più virtuosa per capacità di risposta e prevenzione, seguita dal Veneto e dal Trentino-Alto Adige. In fondo alla classifica Campania, Sicilia, Calabria e Puglia, segnate da una forte fragilità dei servizi che lascia i bambini esposti al rischio della violenza e all’invisibilità del sommerso. L’indicazione centrale è rinsaldare una “comunità di cura” che monitori e tuteli, a partire dalla proposta di assegnazione automatica del pediatra alla nascita.