Se lo chiedete a me, il buongusto ha un nome e un cognome: Olivia Dean. Non mi vestirei mai come lei – anche se sono colpevole di aver comprato una gonna polka-dot per il suo concerto – eppure la considero una tastemaker raffinata, una Csaba dalla Zorza in versione pop star. Ma quando devo cercare ispirazione, guardo altrove. I miei riferimenti, più che di buongusto, sono ideali di coolness: Odessa A’zion, Clairo, Mika Abdalla, Zoe Kravitz (anche se non siamo in buoni rapporti). Il mio algoritmo dovrebbe essere allenato a mostrarmi un certo tipo di stile – wannabe-effortlessly-cool – e invece Instagram, Pinterest e persino TikTok continuano a propinarmi gonne lunghe, sfumature del beige e outfit che potrei indossare tanto io quanto una trad wife dello Utah.

Una cosa è il tuo gusto, sembrano dirmi i social, e una cosa è il buongusto: distinguere il primo dal secondo è forse uno dei compiti della moda, ma oggi sembra più probabile che anche questo sia stato delegato. Ne parla Emily Segal, predittrice di trend americana, che nella sua newsletter parla di Tasteslop, ovvero di come oggi le Intelligenze Artificiali appiattiscano, moltiplichino e definiscano quello che siamo spinti a percepire come buongusto.

Tasteslop, AI e algoritmo ci dicono chi siamo

Facciamo un passo indietro: con AI-slop il popolo di Internet definisce tutto il materiale nativo di Claude, ChatGPT e simili. I testi perfetti al punto da risultare illeggibili, le immagini con la definizione e le luci di una serie turca, le opere d’arte performative e vuote di significato. Da qui il termine Tasteslop, un gusto che è facile da riprodurre con contenuti visivi che conquistano tutti, ma che è generato da Intelligenze Artificiali e pensato solo per raggiungere la popolarità online.

Se l’IA funziona per previsioni, quindi cercando di raccogliere i dati di tutto ciò che già ci piace e sulla base di questi dirci cosa ci piacerà, il Tasteslop è una conseguenza naturale. Visto che io amo la musica di Olivia Dean, i romanzi con protagoniste ventenni in preda a una crisi d’identità e le discussioni su trend e pop culture, è naturale direzionarmi verso un’idea di buongusto tradizionale, elegante, da accademia. Ho già parlato della preoccupante diffusione dell’”idea di cultura” come un qualunque trend performativo, e il Tasteslop che mi viene proposto mi sembra l’ennesima conferma di aver centrato il punto.

Esercitare contraddizioni e rifiuti è esercitare la propria umanità

C’è una cosa però che queste macchine non considerano: ognuno di noi, come scriveva Whitman, contiene moltitudini e contraddizioni. I moodboard predefiniti che circolano online, volti a dirci cosa indossare, che posti frequentare, a chi ispirarci e cosa fare, sono una delle cose più inquietanti che il mondo social abbia mai prodotto.

E non basta ricordarci – come scrive Segal – che il gusto e il buongusto, alla fine della giornata, li decidiamo solo noi. Bisogna fare un passo in più: farsi domande, ed eventualmente rifiutarsi. Non di evolvere e stare al passo coi tempi, che anzi è vitale, ma di farci definire da un sistema sempre più automatizzato.

TASTESLOP di NEMESIS

Notes on technological anxiety

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Anni fa, parlando con alcune amiche, ho chiesto di impedirmi categoricamente di comprare un paio di stivali camperos. I camperos, oltre ad essere un item che va e passa di moda a seconda delle stagioni, non hanno niente a che fare con me, con il mio stile, con quello che voglio comunicare a partire dai miei stracci. E mi sono accorta presto che, a forza di vederli in situazioni che non si limitavano al Coachella, avevo finito per desiderarli anche io. Come ho desiderato la collanina col Saturno di Vivenne Westwood, le paperine di Miu Miu, la borsa Oleg, gli Smtiski, i libri di Coco Mellors (sì, non c’è solo moda nel Tasteslop).

Contro il Tasteslop, diventiamo “impercepibili”

Sembra banale dire che bisogna imporsi di capire se qualcosa ci piace perché di nostro gusto o solo perché ce l’hanno tutti, e certo non è il Tasteslop ad averci portato a faticare a rispondere. Però esercitare le nostre moltitudini e contraddizioni, e in alcuni casi il nostro rifiuto, è l’unico modo. E in un mondo dove è sempre più difficile non essere percepiti – più da algoritmi ed IA che dagli esseri umani – essere fuori moda, con un gusto proprio e inclassificabili è il più grande potere che si possa avere.