Lavorare ai tempi dello smartworking significa lavorare a tutte le ore, ovunque. Negli ultimi anni ho aperto il server o i social: dal pc di un ostello a Londra, dallo stadio Wembley, dall’aereo (non ho mai fatto un volo senza scrivere o modificare pezzi), dall’aereoporto, da FlixBus e treni sparsi per l’Europa. La filosofia del «Sono in ferie, ma lo faccio», «Sarei impegnata, ma dimmi» mi ha portata – insieme al pc – veramente ovunque. E nessuno si è mai fatto problemi a chiedermi di lavorare in tutti questi momenti.

C’è, anzi, una puntina di orgoglio che sembriamo provare quando, tra amiche, ci confessiamo di aver lavorato in situazioni improbabili. La scorsa settimana, per esempio, alla collega di Monica è caduto addosso un termosifone in ufficio. Lei si è messa davanti alla telecamera coprendo le sue urla e ha continuato la call. Ci sentiamo eroine moderne, anche se il massimo della gratificazione che otteniamo da queste situazioni è un bel «Brava», quando proprio i nostri capi si sentono espansivi. O una reaction col pollice in su. Le aziende non si fanno problemi a chiederci di sbiadire i confini tra me time e work time, ma in questo gioco pericoloso non siamo sempre vittime passive. Oltreoceano si comincia infatti a parlare di 9 to 5 beauty routine, svelando il segreto delle corporate girl di tutto il mondo. Dalla call col microfono spento e capelli bagnati alle mail digitate mentre siamo dall’estetista, persino appuntamenti di bellezza prenotati intelligentemente in pausa pranzo. Non fate le virtuose, ora possiamo dirlo: lo facciamo tutte.

La beauty routine è compatibile col lavoro, anzi fa bene

Mi è bastato fare un piccolo sondaggio su WhatsApp per ottenere le confessioni più varie. Claudia trascorre le call infinite con le gambe all’aria per drenare la ritenzione idrica, Sara mi manda in diretta un selfie con eye patch, maschera e borraccia davanti a una riunione su Meet. Caterina, amica PR che condivide l’ufficio con un team di coetanee giovanissime, allarga la ricerca sul campo. C’è chi si chiude in bagno per farsi la ceretta, chi prenota il parrucchiere vicino all’ufficio e chi sotto la scrivania fa lo scrub alle gambe. Ognuna ha i suoi riti, ma tutte nel prenderci queste libertà un po’ ci vergogniamo.

Temiamo di stare facendo un affronto all’azienda. E, anche se una machera non ha mai fatto licenziare nessuno, finiamo per tornare in postazione ancora più stressate di prima. «Dedicare tempo a sé stesse genera nelle donne un senso di colpa pervasivo, figurarsi durante l’orario lavorativo», racconta infatti Stefania Fanari, Founder & CEO di HR-Executive – Società di Ricerca e Selezione del Personale. «Statisticamente le donne hanno un senso di colpa che nasce da una fonte diversa rispetto agli uomini. Loro, quando fanno qualcosa per sé, si sentono in colpa per non aver rispettato una regola. Noi pensiamo di star togliendo tempo ad altri: l’azienda, i colleghi, il capo. È una questione culturale con conseguenze dirette: il senso di colpa degli uomini finisce in fretta, nelle donne, invece, tende a rimanere e a ‘macinare’ ciclicamente pensieri negativi, al punto che non riusciamo neanche a goderci il momento per noi».

La frivolezza come obbligo sociale

Un vero peccato, perché queste fughe dallo stress ci fanno bene. «La tendenza a inserire skincare, appuntamenti di bellezza o momenti di self care nella giornata lavorativa è un tentativo di recuperare tempo, controllo e benessere dentro giornate lavorative molto dense», spiega Silvia Salese, Corporate Psychologist, supervisione e sviluppo organizzativo. Si parla infatti di psychological detachment, la capacità di staccare mentalmente dal lavoro, come di una delle pratiche di prevenzione per la salute mentale più utili. «Serve a sospendere pensieri, tensioni e richieste legate al ruolo professionale: il rischio nasce però quando anche il self care viene inglobato nella stessa logica della performance. In quel caso non è più cura, ma un ulteriore compito da incastrare».

Ad aggravare lo stress legato ai momenti di relax, c’è il solito bagaglio di stereotipi e aspettative sociali. L’esigenza di apparire sempre al meglio, soprattutto sul luogo di lavoro, spesso non è una mera questione di frivolezza per noi donne. «Nel mondo HR parliamo di standing: per l’uomo, in ufficio, la barba può essere fatta o incolta, ma deve sempre essere ordinata. I capelli di una lunghezza accettabile, la camicia stirata. Per la donna vale lo stesso principio, ma si esprime diversamente: per esempio, con le unghie curate», aggiunge Fanari. «Il nostro aspetto spesso ha dirette conseguenze sulle nostre prestazioni: ci sono esperimenti che dimostrano che quando non ci sentiamo “in ordine”, il 50% del nostro cervello è occupato a pensare a quello che non va invece che a quello che dobbiamo fare».

La beauty routine come occasione network, e via ai sensi di colpa

Se è vero che anche gli uomini hanno a che fare un lavoro sempre più invadente, altrettanto bisogna ammettere che negli anni hanno imparato a sdoganare appuntamenti di network e me time ben poco tradizionali. «Michela Murgia diceva una cosa con cui sono profondamente d’accordo: “Gli affari veri si sono sempre fatti fuori dall’ufficio”. I grandi contratti, infatti, si firmano in azienda ma vengono negoziati fuori, perché si basano sulla fiducia», spiega. «C’è uno studio proprio sui campi da golf che ha dimostrato che da quando le donne hanno iniziato a frequentarli, il numero di accordi conclusi con loro non è aumentato in proporzione. Questo perché noi tendiamo a separare nettamente i nostri ruoli: al lavoro siamo marketing manager, a casa mamme. Compartimenti stagni. Gli uomini in carriera, invece, si identificano con il loro ruolo professionale, anche mentre giocano a calcetto o a tennis».

«Quando certe connessioni nascono durante una lezione, tendiamo a considerarle più superficiali», mi racconta Ilaria Tarallo, insegnante di yoga e creator. «Eppure molte collaborazioni professionali nascono proprio così: ogni giorno vedo persone che non si conoscono, provengono da contesti sociali e professionali diversi, ma una volta stesi sul tappetino, a piedi nudi, si scoprono uguali. Forse è proprio questa sensazione di fragilità che rende più facile spogliarsi di certe maschere».

Qualche minuto di cura ce lo meritiamo

Basta, quindi, con questo inutile senso di colpa se a sfumare i confini tra vita privata e lavoro siamo noi. «È il sentimento più inutile che esista e non serve a nessuna azienda», rincara Fanari. Per far convivere work time e glow time in modo sano, però, servono alcune accortezze: proteggere la pausa come tempo reale di recupero, evitare di rispondere a mail e messaggi mentre ci si prende cura di sé, non trasformare il self care in un obbligo estetico. Anche le aziende, che cominciano a rendersi conto del valore dei momenti di benessere, devono saper costruire una cultura della flessibilità basata su fiducia, chiarezza e responsabilità.

E, non da ultimo, noi donne dobbiamo imparare qualcosa dagli uomini: «Dobbiamo essere più ego-riferite, vivere secondo le nostre esigenze e chiedere quello di cui abbiamo bisogno», conclude l’esperta. La domanda utile da farsi non è, sentenza Salese, «È giusto fare skincare o andare dal parrucchiere in pausa pranzo?». Ma piuttosto: «Questo momento mi restituisce energia o me la sottrae?». Se si tratta di un’infusione di relax, anche a piccole dosi, è una forma di cura: e, diciamocelo una volta per tutte, ce la meritiamo.