È una domenica mattina di marzo, svuoto l’armadio. Tutine 0-3 mesi e magliette 4 anni, due biberon ancora nella scatola e una borraccia arancione con una volpina, il sacco a pelo per il passeggino e uno zainetto dell’asilo. Body bianchi piegati come se aspettassero qualcuno.

Riempio cinque buste gialle, le carico in macchina e le porto alla Caritas. Un atto degno del fondatore della psicomagia Jodorowsky: per smettere di pensarci, per smettere di dedicare a questo desiderio ogni stella cadente e ogni primo morso di un nuovo frutto.

Il secondo figlio è un desiderio proibito. Questo secondo figlio non arriverà. Non possiamo permettercelo. Siamo due freelance, due partite IVA: tra nido privato e mutuo, ogni mese è una corsa a ostacoli per non finire in rosso. Pur lavorando come matti.

Gap del desiderio: il secondo figlio è un desiderio proibito

Io e Andrea avremmo tanto voluto diventare di nuovo genitori. Non abbiamo potuto, non potremo mai. Come tantissime coppie in Italia. Giornalisticamente lo chiamiamo fertility gap, la distanza tra numero di figli desiderati e numero di quelli avuti.

Io preferisco chiamarlo “gap del desiderio”, espressione che ho sentito per la prima volta da Barbara Leda Kenny, gender expert di inGenere.it, perché di questo si tratta: lo scarto fra ciò che una coppia desidera e ciò che, nella vita reale, può permettersi, tra il tempo del corpo e quello delle condizioni circostanti, tra il tempo del desiderio e quello delle possibilità.

Diventare o ri-diventare genitori è un lusso

In Italia le donne desiderano in media 2,1 figli, ma ne fanno 1,14 (lo dice il rapporto Save the Children, Le Equilibriste, pubblicato a maggio 2026). In pratica la metà: il minimo storico.

La denatalità è una tendenza globale, ma fare metà dei figli che si desiderano, no: qui saliamo sul podio, insieme a Grecia e Spagna. Un’anomalia che, dunque, non parla di scelte individuali, ma di un sistema che ha trasformato in un lusso il desiderio di diventare o ri-diventare genitori.

«Il discorso pubblico italiano funziona per fazioni: madri contro non madri, childfree contro childless, chi non vuole figli contro chi li vorrebbe» racconta Ilaria Maria Dondi, giornalista e autrice di Reprocidio. Come distruggere un popolo colpendo madri e figli (Utet).

«In mezzo c’è una zona enorme fatta di ambivalenze, desideri rimandati, infertilità biologiche e sociali, condizioni materiali sfavorevoli, persone che hanno un figlio e ne vorrebbero un secondo che non arriva. Finché chiediamo alla singola donna perché non ha avuto un altro figlio, restiamo nella colpa individuale. La denatalità è una responsabilità istituzionale, non una mancanza del singolo».

Il problema in Italia non è solo la denatalità

Il secondo figlio è un desiderio proibito
Ph. Stas Pylypets _ Stocksy

E, in Italia, oggi il problema è non solo la denatalità, ma appunto il fertility gap: «perché la popolazione di un Paese non diminuisca, ogni donna dovrebbe avere in media poco più di due figli» mi spiega la demografa Alessandra Minello, autrice di Senza figli. Scelte, vincoli e conseguenze della denatalità (Laterza).

«È la cosiddetta soglia di rimpiazzo: un equilibrio fragile, che oggi metà dei Paesi del mondo fatica a mantenere. L’Italia è un caso particolare: politiche pronataliste sulla carta ma poco efficaci in concreto (le misure attuali, come il Bonus Mamme e l’Assegno Unico Universale, aumentano la probabilità di un secondo figlio solo del 2,6%, ndr), afflati tradizionalisti e bassa spesa per le politiche familiari si uniscono a una fecondità estremamente bassa da decenni».

Non solo: c’è chi rinuncia, chi ci prova con tutte le proprie forze e risorse, chi si scontra con la burocrazia delle adozioni, chi vorrebbe ma non può, chi non ha diritto a essere genitore.

«È la tragedia della non fecondità, come la chiama la sociologa Chiara Saraceno, legata non solo a condizioni biologiche ma soprattutto sociali e talvolta legali: per chi li desidera è un lutto, una frustrazione profonda. Davvero una tragedia del nostro tempo».

I conti in tasca: una donna su 5 lascia il lavoro al primo figlio

Da dove cominciare quindi? Azzurra Rinaldi, economista e autrice di “Soldi, sesso e potere. Come il desiderio muove il mondo (e i mercati)“, pubblicato da Rizzoli, non ha dubbi. Facendoci i conti in tasca: «Una donna su 5 lascia il lavoro al primo figlio e la percentuale aumenta progressivamente con l’arrivo di altri bambini: un figlio magari qualcuno te lo tiene pure, ma due, tre no. In assenza di asili nido, siamo noi a rimetterci il lavoro».

Il gap occupazionale, già al 18% in media tra donne e uomini, raddoppia al 36% in presenza di un figlio o una figlia sotto i 6 anni. Il 67% dei part-time italiani è femminile. Il 44% delle donne in Italia è inattivo.

D’altro canto, prosegue l’economista «la categoria più coccolata dal mercato del lavoro è il padre di due figli. È quello che si prende i bonus, le promozioni, le trasferte» con ripercussioni a lungo termine anche sulla retribuzione pensionistica. E allora che si fa? La soluzione, sostiene Rinaldi, non va inventata: esiste già. «Ci viene venduta sempre la retorica per cui dovremmo trovare la cosa super innovativa che nessun Paese ha fatto prima. In realtà sappiamo già che cosa funziona».

Il congedo di paternità obbligatorio, con la stessa durata e garanzie del congedo di maternità, già applicato in Finlandia, per esempio. «Salva il mercato del lavoro da tutti i punti di vista. Salva le donne, perché finalmente, al colloquio, ho le stesse istanze di un uomo. E conviene alle aziende, che scelgono per merito e non per sesso: oggi l’assunzione è fuorviata dal retropensiero che una donna se ne andrà 5 mesi, un uomo 10 giorni».

La violenza ostretica e la gravidanza tardiva

Certo, l’economia gioca un ruolo cruciale, ma i conti le donne non li fanno solo in banca. Davanti a un cappuccino con molta cannella, una mattina, una mia compagna di liceo mi ha confessato perché lei e suo marito non hanno avuto un secondo figlio: il primo parto di dieci anni prima è ancora lì, crudo e vivissimo nei suoi incubi. Lella non è un’eccezione.

Un’analisi svedese su un milione di donne ha dimostrato che un parto vissuto negativamente riduce significativamente la probabilità di una gravidanza successiva (Jama, 2024). E Ilaria Maria Dondi lo sa sulla propria pelle: «Quando ho chiesto l’epidurale, mi sono sentita dire: “Signora mia, cosa si aspettava, le donne hanno sempre partorito senza”. E quando ho chiesto di lasciare il bambino al nido dell’ospedale per dormire due ore, mi hanno rispedita in camera con la culla: “a casa non avrà nessuno che lo tiene al posto suo”. Frasi così insegnano a chi ha appena partorito che la sua sopravvivenza non è una priorità. Ed è prevedibile che il secondo figlio non lo metta al mondo».

La violenza ostetrica che, come ha analizzato la ricerca Doxa-OVOItalia, nel nostro Paese subisce oltre una donna su 5, non è solo una ferita intima: è una questione sociale, demografica, politica.

«Un cesareo associato a un vissuto negativo, interventi invasivi, il mancato accudimento post partum, la solitudine e il sovraccarico mentale: quando c’è un’esperienza di nascita peggiore del previsto si riduce sensibilmente l’intenzione di avere altri figli, soprattutto nelle donne sopra i 35 anni, quelle che hanno più consapevolezza di sé» spiega Alessandra Minello, che dirige anche l’osservatorio FORTIES, un progetto che indaga la cosiddetta “gravidanza tardiva” della medicina.

L’età è infatti un dato cruciale: diventiamo madri sempre più tardi. Per la prima volta, nel 2025, le madri over 40 hanno superato quelle under 25 e posticipare significa ridurre: si raggiunge il traguardo del primo figlio, ma poi non si riesce ad avere il secondo, pur desiderato. Quando poi la maternità arriva intorno ai 40, i nonni – di fatto l’unico welfare italiano – o non ci sono più, o non stanno bene abbastanza per poterci essere.

Occorrono risposte diverse e politiche per il benessere

Quindi, è tutto perduto? Io non credo. “Desiderio” è una parola coraggiosa. Viene da de-sidera, letteralmente “via dalle stelle”, “senza stelle”. È la mancanza delle stelle, o il loro richiamo, a generare la scintilla. È una mancanza che orienta, un vuoto che attira: una forza scon-siderata che ti mette in moto. Un desiderio che non si difende con bonus una tantum né con esortazioni alla natalità, ma cambiando le domande che il Paese si fa e, soprattutto, le risposte che è disposto a dare.

«Quando ci chiediamo perché le donne non facciano più figli, tiriamo in ballo l’economia o l’assenza di nidi, non chiediamo mai alle madri se sono felici» incalza Alessandra Minello. «Servono politiche per il benessere di chi c’è e per ridurre le disuguaglianze, non per incrementare il numero di figli: pensiamo ai bambini che non ci sono, mai a quelli che ci sono». E pensiamo alle madri: «una donna che esce dal parto dicendosi “mai più” o che si vede costretta a lasciare il lavoro non sta rifiutando un altro figlio, sta rifiutando un sistema che l’ha lasciata sola nel momento in cui avrebbe dovuto proteggerla» dice Dondi. «La natalità non dovrebbe essere un tema pensionistico ma di giustizia riproduttiva: il diritto di avere figli, di non averne, e di crescere quelli che ci sono in comunità sicure e sostenibili».

“Siccome nasce come poesia d’amore, /questa poesia/ è politica” recita un verso della poetessa Maria Grazia Calandrone: rimettere al centro del dibattito il desiderio è poesia, difenderlo, oggi, è politica.

Nina Gigante è l’autrice di Supernova. Quando nasce una madre: le trasformazioni di cui nessuno ti ha mai parlato (Aboca edizioni).