Il braccialetto elettronico che avrebbe dovuto monitorare Santino Bonfiglio, l’uomo che ha ucciso a Messina l’ex compagna Daniela Zinnanti, non era disponibile. Sarebbe arrivato solo oggi in città, con un ritardo fatale di oltre 24 ore.

Santino Bonfiglio doveva stare in carcere

Quando il Gip ne ha disposto l’applicazione un mese fa, mancavano i dispositivi in dotazione. L’uomo, 67enne in pensione, nonostante gli arresti domiciliari per averla maltrattata e averle rotto sette costole, è andato indisturbato fino all’abitazione della vittima e ha preteso di parlarle, poi l’ha uccisa con una quarantina di coltellate.

Le denunce di Daniela Zinnanti vittima di femminiicdio

Daniela lo aveva denunciato due volte: dopo un primo ritiro aveva trovato il coraggio di confermare la seconda querela ed era determinata a chiudere la relazione, come conferma anche il fratello Roberto: «Siamo disperati. Daniela era una donna stupenda che voleva bene a tutti noi, a sua figlia, ma ha conosciuto questo uomo violento ed era convinta di poterlo cambiare, così dopo averlo denunciato per maltrattamenti, ha ritirato le accuse. Il sistema, però, è evidente che non funziona: dopo essere stata brutalmente picchiata un’altra volta da quell’uomo che è stato sempre violento, l’aveva un’altra volta denunciato, ma non è servito a nulla». Tutti segnali, questi, di una donna in enorme difficoltà che andava protetta in misura stretta, mentre l’uomo avrebbe dovuto stare in carcere, non ai domiciliari, per giunta senza braccialetto.

Le leggi da sole non bastano

Il vuoto istituzionale che ha condannato Daniela Zinnanti non è un caso isolato, ma il sintomo di un sistema che viaggia troppo lento rispetto all’urgenza di fermare la violenza sulle donne. Sulla fragilità di questi strumenti e sulla cronica carenza di mezzi è intervenuta la presidente di Differenza Donna, Elisa Ercoli che, come riporta Domani, ha ribadito quanto le forze dell’ordine non siano in grado di poter attuare un vero monitoraggio perché se non si investe per applicare le leggi «la violenza non si ferma e i braccialetti non proteggono».

Spesso il braccialetto elettronico non funziona

Mentre il dibattito pubblico si concentra sulla mancanza fisica del dispositivo, chi vive in prima linea l’emergenza sottolinea che le donne, spesso, anche in presenza di braccialetti elettronici non si sentono al sicuro. «Molto spesso le donne che seguiamo – ci racconta l’avvocata Maria Gianquinto, presidente del Centro Donne Antiviolenza di Messina – ci dicono che l’allarme emesso dai braccialetti elettronici non funziona. Accade anche che le forze dell’ordine abbiano ricevuto segnalazioni di avvicinamenti sbagliati. Questo è un problema reale di cui il ministero deve farsi carico affinché l’intero sistema di protezione funzioni davvero».

I domiciliari e il braccialetto elettronico non bastano

In mancanza di braccialetti elettronici disponibili e funzionanti come si può garantire allora alla donne che denunciano la protezione necessaria? «In casi di violenza ripetuta come quello di Daniela Zinnanti – ribadisce l’avvocata Gianquinto – i domiciliari non possono bastare. Se mancano pure gli strumenti di controllo certi l’unica strada è il carcere perché l’obiettivo principale dev’essere garantire l’incolumità della vittima. Le leggi le abbiamo, ma bisogna applicarle con responsabilità e tempestività».

La violenza sulle donne è un fenomeno sistemico

La morte di Daniela Zinnanti non racconta solo un crimine efferato, ma è la prova di un cortocircuito normativo intollerabile che ha scosso il Paese. L’onorevole Gilda Sportiello ha richiamato le istituzioni a una responsabilità collettiva chiedendo alla Camera di fermarsi per un minuto di silenzio. «Non possiamo voltarci dall’altra parte – dichiara Sportiello – né mostrarci assuefatti all’ennesima violenza su una donna. Non si tratta di uno dei tanti fatti di cronaca, abbiamo il dovere di interrogarci, capire cos’è nostro dovere fare e prendere coscienza di un fenomeno sistemico che ci riguarda tutti».

Denunciare una violenza subita resta un atto di fiducia nelle istituzioni eppure il coraggio delle donne rischia di restare una richiesta di aiuto senza risposta. Santino Bonfiglio, accusato di omicidio, dopo il fermo e la confessione è stato condotto in una cella del carcere di Gazzi nell’attesa dell’audizione di garanzia.