Che i numeri non siano neutri Donata Columbro, giornalista e divulgatrice esperta di dati, ce lo aveva già ben spiegato in Quando i dati discriminano (Il Margine). Ora, nel suo nuovo saggio Perché contare i femminicidi è un atto politico (Feltrinelli) ci consegna una consapevolezza per niente scontata ma cruciale: la misurazione del femminicidio è uno strumento di visibilità politica, non solo statistica.

In Italia non c’è un registro ufficiale dei femminicidi
«Partiamo da una considerazione» esordisce l’autrice. «In Italia non esiste un registro ufficiale dei femminicidi, di conseguenza spesso la violenza contro le donne è inserita in statistiche generali. Ma in questo modo diventa difficile capire il fenomeno e contrastarlo in modo efficace».
Donata Columbro spiega che contare i femminicidi serve a far emergere i fattori di rischio
E chiarisce: «Contare i femminicidi non serve ad avere un numero da portare nelle trasmissioni televisive o da pubblicare sui social per suscitare indignazione, ma è un lavoro di cura, di recupero della storia di ogni donna per rintracciare elementi in comune con altre donne uccise. Mettere insieme queste informazioni è necessario per elencare quelli che si chiamano “fattori di rischio”».
Occorre anche tener conto delle vittime collaterali
«Significa contare anche le vittime collaterali: gli orfani, i genitori, i fratelli, le sorelle, i nonni, gli attuali partner se a ucciderle sono gli ex. Ma non solo. Aiuta anche a decidere dove allocare fondi e risorse, a monitorare i cambiamenti nel tempo e valutare l’impatto delle politiche».
Donata Columbro sottolinea l’importanza del lavoro fatto dalle associazioni di donne
Decidere di misurare un fenomeno implica una serie di scelte. «I dati sono una rappresentazione della realtà, non la realtà» continua Columbro. «Sono fatti di numeri, certo, ma anche delle categorie che stabiliamo per osservare il mondo e quantificarlo. In una misurazione devo decidere cosa includere e cosa no, e chiedermi perché qualcosa lo inserisco mentre altro lo lascio fuori. Per questo è fondamentale il lavoro di raccolta dati effettuato dai movimenti femministi e dalle associazioni».
I femminicidi hanno dinamiche comuni
L’approccio istituzionale riduce il tutto all’elenco delle vittime, occorre invece superarlo perché il femminicidio non è “solo” l’uccisione di una donna, ma è la sua storia che si interseca con quella delle altre donne uccise e con la condizione delle donne nella nostra società. Esiste un legame strutturale tra i femminicidi: non sono casi isolati, ma fenomeni con cause e dinamiche comuni. Ecco perché La Casa delle Donne di Bologna vi inserisce anche l’uccisione di anziane malate per mano dei figli o dei mariti: in questi casi il movente non è il possesso, ma c’è comunque una radice patriarcale.
Vanno contate anche le uccisioni di donne anziane disabili da parte di mariti o figli
E Columbro la spiega così: «Come si legge nel report della Casa di Bologna, le donne che si ammalano o diventano disabili – o semplicemente anziane – smettono di ricoprire il ruolo di cura assegnato in famiglia e diventano quindi vittime di un sistema patriarcale dove la cura viene attribuita quasi esclusivamente alle donne all’interno della società. Sui giornali e in tv questi casi sono trattati come omicidi di “pietà”, come se la persona uccisa avesse ricevuto un favore dal proprio carnefice».
Donata Columbro critica il modo in cui i media trattano i femminicidi
Da giornalista, Donata Columbro non è, giustamente, tenera con i media. «In generale, ci hanno abituato a considerare il femminicidio come uno dei tanti modi in cui una relazione finisce. Esiste persino una trasmissione televisiva che si chiama Amore criminale, suggerendo che essere innamorati di una persona possa trasformarsi, proprio per le caratteristiche di quel sentimento, in un desiderio di procurare la morte».
Occorre fare attenzioni a quali immagini di vittime e colpevoli si pubblicano
Pensiamo poi alle foto di vittima e carnefice che troppo spesso vengono proposte al pubblico dopo un femminicidio: di solito tratte dai social media, mostrano lui e lei in un momento felice, sorridenti, insieme in vacanza… «L’uso di tali immagini sottolinea una vicinanza affettiva che può contribuire a deresponsabilizzare il colpevole» ammonisce.
Spesso i media “distorcono” i dati per ottenere clic
Il bisogno di incassare clic in Rete e stimolare le vendite in edicola porta poi a una rappresentazione morbosa e distorta della realtà. «Sui media “funzionano” meglio i femminicidi di giovani donne rispetto a quelli di donne con disabilità o senza fissa dimora» denuncia Columbro.
Le vittime in Italia sono soprattutto donne anziane
Eppure tra le categorie più a rischio ci sono le straniere e le donne anziane: i femminicidi, infatti, avvengono soprattutto nelle relazioni di lungo corso, quando i figli sono ormai grandi e lei a un certo punto vuole interrompere il matrimonio». I dati Istat confermano che l’Italia condivide una struttura di età delle vittime simile a quella di Ungheria, Germania, Austria e Croazia, in cui sono le donne più anziane a essere più a rischio, mentre per esempio in Irlanda e Danimarca vengono uccise le più giovani.
Nel 2025 il femminicidio è diventato reato autonomo
L’excursus storico presentato nel libro annota che di passi avanti, seppur lenti, ne sono stati fatti da quando nel 1977 su La Stampa comparve per la prima volta la parola “femminicidio” (teniamo conto che solo nel 1981 fu abolito il delitto d’onore). Nel 2006 l’Istat ha effettuato la prima indagine sulla violenza contro le donne, nel 2013 l’Italia ha aderito alla Convenzione di Istanbul che obbliga gli Stati ad affrontare le diverse forme di violenza contro le donne e nello stesso anno nel nostro Paese è approvata la prima legge sul femminicidio. Nel 2023 la Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio istituita nel 2017 è diventata bicamerale e nel 2025 il femminicidio è diventato reato autonomo.
Secondo i negazionisti i femminicidi sono una bufala
Di strada da fare, però, ce n’è ancora tantissima e sono molti i fronti aperti, compreso quello dei negazionisti. «Persone che intervengono spesso online e dicono che i numeri dei femminicidi sono una bufala o sono più bassi di quelli comunicati» spiega Columbro. «Secondo loro, parlare di femminicidio è un modo per dire che la vita delle donne vale di più mentre viviamo in una società in cui alle donne viene concesso tutto. Accusano anche i centri antiviolenza di ricevere troppi fondi. Invece la violenza contro le donne, in tutto il mondo, è sottostimata. È uno dei fenomeni sociali meno misurati».
I femminicidi non avvengono solo in famiglie che vivono in contesti di disagio
«Occorre che i governi quantifichino e rendano pubblici i dati in modo disaggregato. Dobbiamo essere consapevoli che la violenza non accade solo nei contesti di disagio, ma nelle famiglie normali. Occorre parlarne nelle scuole, nei luoghi pubblici, nei posti di lavoro, prendendo in considerazione ogni ambito e generazione». I femminicidi dobbiamo contarli e raccontarli davvero.
All’estero ci sono buone norme a cui ispirarsi
La legislazione spagnola sul femminicidio, si legge nel libro di Donata Columbro, è stata definita dalle Nazioni Unite nel 2014 “una delle norme più efficaci a livello mondiale per combattere e sradicare la violenza sessista”. El Salvador ha introdotto una figura giuridica specifica: il “suicidio femminicida”. Si verifica quando una donna si toglie la vita a seguito di violenze sistematiche e vessazioni psicologiche.