Se negli ultimi tempi ti è sembrato che il discorso sulla violenza contro le donne si stia avvitando su se stesso in un’eterna riproposizione delle stesse dinamiche, sappi che non è una semplice impressione. Ogni caso di stupro o femminicidio finisce per generare lo stesso, sconfortante loop.

Lo sconfortante loop a ogni femminicidio

Si comincia col sezionare la notizia: chi era lei, chi è lui, i segnali di allarme, le denunce non ascoltate, i vicini che non si erano accorti di nulla, gli amici che nutrivano sospetti… Tutto viene passato al setaccio, in quella spettacolarizzazione del dolore che riempie i palinsesti tv e moltiplica le visualizzazioni online. Ma allora perché 2,89 donne alla settimana, dice l’Istat (già, le regole della statistica fanno a pugni con il dramma), muoiono per mano di uomini che avevano detto loro di amarle? Perché la comunicazione intensiva sulla violenza di genere non convince quei quasi 3 uomini alla settimana che uccidere una donna è sbagliato?

Il rischio “normalizzazione della violenza”

E qui si insinua, forse inevitabilmente, un dubbio. Parlare di violenza di genere, analizzarne le cause, ragionare sugli strumenti per combatterla è indispensabile. Ma non è che, continuando a denunciare l’emergenza, si corre il rischio di ottenere l’effetto opposto? E cioè che paradossalmente ci si abitui, considerandola “normale”, qualcosa che alla fine diamo per scontato? «La normalizzazione non si attua portando alla luce la violenza e i meccanismi che la rendono possibile» risponde Irene Pellizzone, docente di Diritto Costituzionale e Delegata della Rettrice dell’Università degli Studi di Milano alla prevenzione della violenza di genere. «Ma occorre che i media siano mossi dalla logica della denuncia, non da quella dell’audience e dei clic».

La normalizzazione in tv

Invece in tante trasmissioni vediamo una platea di presunti esperti (in genere maschi, perché “donne disponibili non ne abbiamo trovate”) più attenti a particolari macabri che alle possibili ripercussioni su spettatori emotivamente poco attrezzati. E magari spinti a imitare – sicuramente a banalizzare – in quel meccanismo chiamato bandwagon, per cui “siccome lo fanno tanti, allora posso farlo anch’io”. Ma è proprio per evitare che la violenza diventi una pratica sociale normalizzata che dobbiamo parlarne: «È tacendo che continueremmo a considerare normale ciò che non lo è: il fatto che le donne siano stuprate e uccise» prosegue Pellizzone. «È necessario sviscerare il fenomeno per scoperchiare comportamenti che vengono ancora percepiti come abitudinari».

La violenza appartiene al quotidiano delle donne

Purtroppo, questo è vero, la violenza appartiene al nostro quotidiano. Una donna su tre, in tutto il mondo, la subisce almeno una volta nella vita: dalla molestia allo stalking, dall’abuso psicologico allo stupro. E dire che la maggior parte degli uomini si dichiara non solo contraria, ma addirittura estranea: «Io non sono così», «Non toccherei mai una donna». I violenti sono sempre gli altri. Però, poi, appena gratti la superficie, ecco che spuntano frasi come: «Tieni la testa sulle spalle», «I mostri esistono», «Attenta al lupo». Cosa fanno questi modi di dire? «Normalizzano. Prendono una cosa che dovrebbe avere carattere di anormalità, essere saltuaria, occasionale e imprevedibile, e la fanno diventare qualcosa di inevitabile. La norma. Il quotidiano» aggiunge Irene Pellizzone. «“Normalizzare” è questo: alimentare in noi stessi e negli altri l’idea che con la violenza si debba convivere, ogni giorno, specialmente se donne».

Siamo noi a normalizzare la violenza

Questo accade perlopiù in modo inconsapevole. E in tutti noi, uomini e donne. Quando di fronte a una battuta misogina non diciamo niente, quando accettiamo che il cellulare della nostra amica sia controllato dal marito o che nostro figlio maschio faccia lo stesso con la fidanzata, siamo noi a normalizzare la violenza. A non vederla e non riconoscerla.

Non parlarne vuol dire normalizzarla

Ma non possiamo chiamarci fuori. Si intitola proprio Niente scuse. La violenza di genere riguarda anche te (Il Mulino) il nuovo libro di Rossella Ghigi, docente di Sociologia della famiglia e delle differenze di genere all’Università di Bologna. «La vera normalizzazione della violenza avviene quando non ne parliamo. Non parlarne vuol dire considerarla nell’ordine naturale delle cose. La vera normalizzazione accade quando chiamiamo amore il fatto che un ragazzo non voglia che la fidanzata esca con le amiche o che un uomo insista perché la compagna lasci il lavoro. Considerare che comportamenti simili siano la quotidianità vuol dire farli rientrare nella norma morale, quindi accettarli perché giusti. Tirare fuori, scandagliare, denunciare, significa invece mostrare che quella è l’eccezione alla regola, altrimenti non ne parleremmo. Vero è, però, che non sappiamo quante donne salviamo parlandone: le statistiche questo non ce lo dicono».

Serve una comunicazione che incoraggi la forza delle donne

Ciò non significa che dobbiamo smettere di farlo. «Cinquant’anni fa era impensabile che la violenza di genere entrasse nel nostro orizzonte quotidiano. Oggi il fenomeno si racconta, si studia, si tenta di monitorare. Semmai, dobbiamo temere che tutto ciò non sia sufficiente» spiega Costanza Jesurum, filosofa e psicologa analista, autrice di Violenze di genere. Prevenire, comprendere, curare (Ponte alle Grazie). Parlarne, dunque, è necessario. Ma occorre farlo nel modo giusto. «Se da un certo punto di vista le campagne di sensibilizzazione degli ultimi decenni hanno aiutato le donne a denunciare, dall’altro la loro vittimizzazione, le simbologie che insistono sull’immagine delle ragazze ferite, vulnerabili, tendono ad annichilire la reattività femminile» commenta Jesurum. «Occorre una comunicazione che incoraggi il senso di forza e di autoaffermazione».

Ma stiamo parlando anche agli uomini?

Stiamo attenti, allora, a come parliamo alle – e delle – donne. Anche perché la sensazione è che la comunicazione su femminicidi e violenze raggiunga solo chi vuole ascoltarla: le donne, appunto, e quegli uomini che sono disposti ad ascoltare e a fare autocritica. Ma per i tanti che vedono il proprio privilegio e lo mettono in discussione, facendo appello “ai compagni di genere” (ricordiamo che la violenza sulle donne è un problema degli uomini che la agiscono, non delle donne che la subiscono), ce ne sono molti di più sordi, se non ostili, a questo tipo di comunicazione. «Ecco il punto: chi si dice annoiato o irritato da tutto il parlare intorno alla violenza è imbevuto della stessa cultura misogina e maschilista che stiamo facendo emergere» sottolinea Irene Pellizzone. Sono quelli che brandiscono lo slogan #notallmen, non tutti gli uomini (uccidono, picchiano, stuprano). E per fortuna. Non tutti gli uomini, ma ancora molti, troppi fanno parte di un sistema che incolpa la vittima e salva lo stupratore, che accetta stipendi più bassi per le donne, che normalizza sguardi indesiderati e molestie.

#notallmen è un modo per spostare il discorso

«Occorre imparare a riconoscere i comportamenti violenti, affinando le nostre antenne, rendendole più sensibili. Va fatto tutti insieme, a partire dalle persone che ci sono più vicine» esorta Rossella Ghigi. Rispondendo per esempio ai negazionisti, che minimizzano il problema dicendo: «Però anche lei ha bevuto», «Non è femminicidio, è un omicidio come gli altri», «Solo una minoranza degli uomini è violenta». Noi però non smettiamo di dire che esiste una responsabilità collettiva maschile. Che ogni “non tutti gli uomini” è un modo per spostare il discorso e non affrontarlo. Che ogni commento che minimizza, nega, svia è già parte della violenza. Chi nega è complice. Chi minimizza è parte del problema. Chi resta in silenzio sta normalizzando. Ma la violenza non è normale.