A 35 anni Denise Cosco, figlia di Lea Garofalo, si è tolta la vita. Si sarebbe lanciata dalla finestra di un’abitazione ad Ariccia, per poi morire in ospedale dopo quattro giorni di agonia. Aveva la stessa età di sua madre quando nel 2009 venne rapita e assassinata dall’ex compagno, membro della ‘ndrangheta. Testimone di giustizia, a soli 19 anni, Denise ha seguito l’esempio materno e ha trovato il coraggio di accusare il padre Carlo Cosco del delitto. Una scelta che le è costata una vita sotto protezione, nella solitudine.

Mia madre non si voleva rassegnare alla vita che faceva prima, voleva una vita diversa per me. Per questo le hanno fatto del male

Quando Denise ha pronunciato queste parole davanti ai giudici, il processo per l’omicidio di Lea Garofalo era iniziato proprio grazie alla sua decisione di rompere il silenzio e accusare suo padre. Di lei non si è mai conosciuto il volto adulto, è nota soltanto la sua voce ferma, ma ferita registrata nelle aule di tribunale e poche fotografie che la ritraggono bambina, insieme alla madre.

Le radici della ribellione di Lea e la fuga costante

Per comprendere la storia di Denise bisogna tornare alle scelte di Lea Garofalo. La donna nel 2002 decise di troncare ogni rapporto con il compagno Carlo Cosco arrestato per traffico di droga. Voleva una vita diversa per sé e per sua figlia, per questo motivo si era trasferita a Bergamo, aveva trovato un lavoro ed era determinata a ricominciare da zero. Con coraggio Lea scelse di non portare più la piccola Denise ai colloqui in carcere dal padre. Da quel momento le ritorsioni non tardarono ad arrivare e, dopo due automobili incendiate sotto casa, Lea nel 2002 decise di entrare nel programma di protezione per i testimoni di giustizia. Iniziò così a raccontare tutto ciò che sapeva sugli affari criminali della famiglia Cosco e questo per il clan fu un affronto imperdonabile. Nel 2003 una volta scarcerato Carlo Cosco si mise subito sulle tracce della donna e di sua figlia. Per Lea iniziò un periodo dominato dal terrore quotidiano. Tra il 2003 e il 2009 la donna visse in fuga costante, insieme alla bambina, trascinate da una località segreta a un’altra. Un’esistenza fatta di traslochi, rinunce, stenti economici e una solitudine schiacciante.

Aprile 2009: la resa di Lea e la richiesta di aiuto

Con il passare degli anni Lea Garofalo perse la fiducia nel programma di protezione. Nonostante la sua grande voglia di lavorare i cavilli burocratici le impedirono di trovare un’occupazione stabile. In questo clima di esasperazione e isolamento la donna ormai sfinita da anni passati a sentirsi braccata decise di rinunciare alla protezione. Lea scelse di tornare in Calabria, chiedendo il permesso a Carlo Cosco, nella speranza che l’uomo la lasciasse finalmente in pace, garantendo così a Denise un futuro sereno.

Il primo agguato e il tranello finale

E invece Cosco sfruttò quell’avvicinamento per vendicarsi. Prima, nel maggio 2009, inviò a casa di Lea e Denise un falso tecnico della lavatrice che aggredì la donna tentando di strangolarla. A metterlo in fuga ci pensò proprio Denise affrontando l’aggressore e salvando sua madre. Poi, il 24 novembre 2009, l’ex compagno attira la donna a Milano con la scusa di parlare del futuro universitario della figlia. In pieno centro Lea viene sequestrata, poi strangolata in un appartamento e portata in un terreno per essere bruciata. L’obiettivo era cancellare ogni traccia e far credere a tutti che Lea fosse scomparsa per sua volontà. All’epoca Denise ha quasi 18 anni, ma sa con certezza che sua madre non l’ha abbandonata e che a farla sparire è stato suo padre. Poco tempo dopo il delitto Carlo Cosco organizza per la figlia una festa di compleanno, alla quale però la ragazza sceglie di non partecipare.

Un anno di finzione per sopravvivere e poi la scelta della verità

C’è un passaggio agghiacciante della deposizione giudiziaria di Denise che restituisce la misura della sua sofferenza: per un anno dopo la morte della madre la ragazza ha finto di credere a suo padre. Ha vissuto con lui e con gli altri membri della famiglia fingendo di ignorare la verità per potersi salvare. Compiuti 19 anni Denise decide di seguire fino in fondo le orme di sua madre e testimonia contro suo padre, accusandolo di aver ucciso Lea. Con forza davanti ai giudici dichiara:

Io sono un’orgogliosa testimone di giustizia, perché non è facile costituirsi parte civile contro il proprio padre, ma è una scelta di libertà interiore per ripartire con la vita

Al termine delle indagini sulla morte di sua madre Denise scopre che alla pianificazione e all’esecuzione dell’omicidio ha preso parte attiva anche il suo primo fidanzato, Carmine Venturino. Un tradimento atroce che si aggiunge alla scoperta, emersa dalle ricostruzioni degli inquirenti, che Carlo Cosco era pronto a eliminare anche la figlia stessa pur di impedirle di parlare.

Presente solo da lontano: i funerali di Lea Garofalo in piazza Beccaria

Il 19 ottobre 2013, a Milano, in piazza Beccaria, si tiene il funerale laico di Lea Garofalo. Un grande abbraccio collettivo della città. Per ragioni di sicurezza Denise non può essere presente fisicamente. Assiste da lontano, protetta dalle forze dell’ordine. Nonostante la distanza ha voluto curare ogni dettaglio di quella giornata, scegliendo la colonna sonora della cerimonia e inviando un messaggio per ringraziare la madre di averle regalato la speranza della libertà.

Il tentativo di una nuova vita

Grazie alla testimonianza di Denise il processo per l’omicidio di Lea Garofalo si è concluso nel 2014 con la condanna all’ergastolo di Carlo Cosco e degli altri complici del commando. La giovane è rimasta all’interno del programma di protezione fino al 2018. Successivamente ha continuato a vivere nascosta, con un’altra identità anagrafica, un lavoro, una casa in una località segreta. Era diventata madre di un bambino che oggi ha quattro anni. «Il coraggio e la sofferenza hanno rappresentato i due estremi dentro ai quali si è mossa l’intera vita di Denise – ha dichiarato Don Ciotti, che la conosceva bene – . Proprio come Lea, Denise aveva infatti una grande sete di vita, di libertà e di amore. Vogliamo adesso immaginarla riunita in un grande abbraccio con la sua mamma. Vorremmo dirle ‘Scusa! Perdonaci per non essere riusciti a tenerti qui con noi’».