Ho visto questa estate un salvataggio in mare. Un uomo di circa 60 anni annaspava nell’acqua. Due bagnanti che nuotavano vicino hanno dato l’allarme. E subito un drappello di bagnini è accorso, anche dai lidi vicini. Alcuni di loro sono saliti su un moscone e lo hanno riportato a terra, provando, appena issato sulla barca, a richiamare dai polmoni il flusso lento del respiro pigiando forte sopra il cuore. Questo però non l’ho visto, me lo hanno solo raccontato. Sono arrivata dopo, quando, allertata dal trambusto generale e dall’assembramento che via via si formava intorno alla prima fila di ombrelloni, mi sono avvicinata per capire.

La curiosità per l’evento eccezionale

Lui era già lì, disteso, a 20 metri dalla riva. Giaceva inerme come un animale ferito. Gli arti abbandonati, l’addome prominente esposto agli sguardi dei curiosi che rimbalzava sotto i colpi fermi e ritmati dei soccorritori. Saranno stati più di mezz’ora a spingere sul petto per rianimarlo, incoraggiati dagli spasmi delle braccia e delle gambe che sembravano lanciare flebili segni di vita. Intanto, è arrivata l’ambulanza. Troppo tardi per cambiare le cose. Le piccole città di mare non sono attrezzate all’emergenza, al dramma che si abbatte a tradimento in una qualsiasi giornata di sole, nella pace puntellata dai braccioli per bambini e i ghiaccioli alla menta.

Come la scena di un film

Io ero lontana per non disturbare. Mi sembrava già osceno guardare. Cedere alla morbosità di assistere a un evento eccezionale, l’eventualità di una morte scampata o di un trapasso in presa diretta. Sbirciavo a distanza, mentre una piccola folla si stringeva intorno a quel corpo inanimato, rendendo complicate anche le manovre di assistenza. Le mamme allontanavano i bambini, ma alcuni, più grandicelli, osservavano da lontano in silenzio. Gli occhi sgranati, la bocca impegnata a succhiare un lecca lecca, il dolce della fragola impastato all’amaro di una scena da film che li avrebbe tenuti svegli la notte.

La commozione di un attimo

C’era in quel pompare un accanimento persino esagerato, un desiderio irrazionale di non arrendersi all’evidenza. Quasi a far durare più a lungo lo spettacolo. Era morto. Indubitabilmente morto. Quando il corpo è stato coperto con uno di quei teli di alluminio isotermici, da carta dei cioccolatini, che abbiamo visto tante volte sulle spalle dei migranti scampati a un naufragio, si è avvertito nell’aria un senso opprimente di sconfitta. A qualcuno è scappata anche una lacrima. Ma c’è stato, insieme, qualcosa che assomigliava al sollievo. Per lui, maneggiato come una cosa, un semplice pezzo di carne, benché a fin di bene. Per noi, liberi di tornare ai nostri svaghi, all’ombra amica degli ombrelloni, all’estate senza drammi e senza pensieri.

Ma la vita va avanti

È rimasto lì, il cadavere. Circondato da sdraio e lettini a creare un recinto di protezione in attesa del medico legale. La gente, finiti i commenti, ha ripreso a fare quel che faceva, dormicchiare, leggere, nuotare, giocare a carte, guardare il rubabandiera dei bambini delle colonie che non si sono accorti di niente. Le persone che passavano guardavano un po’ stupite e andavano avanti. Come se fosse un castello di sabbia, non un uomo morto sulla spiaggia. Un uomo solo. Senza parenti venuti a cercarlo.

Una metafora dell’indifferenza

Poi, per il resto del giorno, e anche per tutto il giorno dopo, mi è rimasto addosso un velo pesante di tristezza. Non solo per quello sconosciuto che ha perso la vita in un pomeriggio di vacanza, senza nessuno vicino, davanti a un pubblico di estranei, ma per la normalità con cui tutto è accaduto e la facilità con cui è stato dimenticato. Mi è parso, quel corpo lasciato sulla sabbia, davanti agli occhi del mondo, l’emblema delle cose inconcepibili che a volte succedono e di cui nessuno si cura, se non per un momento. Una metafora della nostra indifferenza. Ci scuote per un po’ la morte ingiusta e innaturale. Che sia affidata al caso o agli uomini. (Penso al bambino fotografato tra i detriti mentre lotta per la sopravvivenza nel fiume esondato tra il Tibet e il Nepal, penso a tutte le donne uccise per mano di un uomo questa estate). Un attimo di indignazione e di raccoglimento. Un pensiero alla vittima. Poi, come niente, si torna a giocare.