Alle 9.03 dell’11 settembre 2001, quando il secondo aereo si schianta sulle Torri Gemelle e l’ipotesi di un incidente svanisce, una linea netta si staglia tra il “prima” e il “dopo”.

L’attacco terroristico, visto in diretta da milioni di persone, genera uno choc senza precedenti. Se fino a quel momento l’Occidente aveva creduto in un mondo sicuro e unito, dopo un decennio in cui aveva assistito alla disintegrazione pacifica del blocco sovietico e agli accordi di Oslo tra Israele e Palestina, gli attentati spazzano via tutte le illusioni, ferendo la psiche collettiva.

11 settembre 2001 nulla è stato più lo stesso

«Da allora la paura non se n’è mai più andata e, a 25 anni di distanza, è ancora il sentimento dominante» sostiene Vittorio Emanuele Parsi, ordinario di Relazioni Internazionali all’Università Cattolica di Milano e autore di Contro gli imperi. Il futuro delle nostre democrazie nel nuovo ordine mondiale (Bompiani).

11 settembre libro
“Contro gli imperi” Vittorio Emanuele Parsi (Bompiani)

Quel terrore, insieme al senso di vulnerabilità che portava con sé, ha continuato a incidere sul presente, modellandone ogni aspetto, dalla vita quotidiana alle relazioni internazionali, ben oltre le macerie delle Torri Gemelle.

La nuova quotidianità all’insegna del controllo

Dopo l’11 settembre nelle nostre giornate sono comparsi controlli aeroportuali, body scanner, dissuasori anti-camion, presidi armati davanti a stazioni e monumenti. Tutto ciò che oggi sembra routine è nato da un trauma.

Un mese dopo l’attentato a questa architettura visibile se ne è affiancata una invisibile fatta di riprese video e raccolta dati, giustificata da una misura approvata dall’amministrazione Bush: il Patriot Act.

Concepita come misura d’emergenza per combattere il terrorismo, la legge federale ha inaugurato una nuova era: quella in cui la sicurezza giustifica l’accesso a informazioni private, intercettazioni, detenzioni preventive, fino ad arrivare al caso di Prism, il programma segreto di sorveglianza della National Security Agency che, come ha svelato Edward Snowden, raccoglieva le comunicazioni di cittadini americani e stranieri accedendo ai server di Google, Facebook, Apple. Prism ha evidenziato come la volontà di prevenire un nuovo attentato non abbia solo reso labile il concetto di privacy: ha trasformato l’essenza stessa della democrazia americana.

Il volto inedito della Presidenza Usa

Se George W. Bush e Barack Obama hanno visto nella Costituzione un limite invalicabile per arginare il Patriot Act, sotto Donald Trump l’iperdiffidenza è sfociata in un modello di leadership inedito, ma reso possibile proprio da quella norma: l’idea di un “esecutivo unitario” in cui il presidente esercita la sua autorità su ogni dipartimento e agenzia federale, a dispetto di organismi di controllo indipendenti come la Federal Reserve.

È il destino di qualsiasi provvedimento forzato oltre i suoi limiti: prima o poi deborda. Dal Patriot Act, ricorda Parsi, sono nati il Dipartimento della Sicurezza Interna, il famigerato Ice utilizzato contro gli immigrati, l’accentramento delle agenzie di intelligence sotto la Nsa.

Progressivamente gli strumenti pensati per nemici esterni e reti terroristiche sono stati rivolti contro avversari politici e cittadini ostili, bollati come “falsi americani” e contrapposti ai “veri patrioti”, ovvero i sostenitori di Trump.

«Il paradosso è che l’idea dell’esecutivo unitario è quanto di più simile alla dottrina verticale del potere su cui Vladimir Putin ha costruito la legittimazione del suo potere assoluto» osserva l’esperto. Una convergenza che si ritrova anche nell’approccio muscolare alla politica internazionale. L’autoritarismo interno di Trump si traduce in un atteggiamento esterno che estende l’intervento diretto o prospettato degli Usa fuori dai confini nazionali. Lo si è visto, per esempio, nella conclamata intenzione di annettere la Groenlandia, nella cattura del leader venezuelano Maduro e nella guerra all’Iran.

La trasformazione del nemico

Ed ecco che il secondo modo di rintracciare nell’oggi le conseguenze dell’11 settembre riguarda proprio la natura del nemico. Gli attacchi rivendicati da Al Qaeda hanno segnato il passaggio da un avversario localizzato e visibile, come erano stati la Germania nazista o il blocco comunista, a un nemico senza territorio, la cui identità non coincide più con uno Stato.

Al Qaeda non firma trattati, non schiera eserciti, non ha confini da difendere: è un’ideologia, lo jihadismo, capace di incarnarsi in cellule dormienti che possono nascere ovunque trovino un fedele disposto ad abbracciarla.

Combattere un nemico simile non significa più dichiarare guerra a un Paese, ma dare la caccia a un’idea politica che attraversa ogni confine: è la “guerra al terrorismo” annunciata da Bush, che non si è esaurita né con il rovesciamento dei talebani (poi tornati al potere in Afghanistan) né con l’invasione dell’Iraq del 2003, che anzi contribuì alla diffusione dell’Isis.

La guerra permanente

Così, secondo Parsi, «siamo passati da un mondo governato dalla “forza della legge”, attraverso istituzioni e regole condivise, a uno dominato dalla “legge della forza”, in cui la pace non è un diritto ma una concessione dei potenti e la sovranità dei più deboli viene annullata a favore di sfere d’influenza tra grandi potenze».

È svanita anche l’idea che la diffusione del libero mercato basti a “esportare la democrazia”: se a lungo si è pensato che l’interdipendenza economica avrebbe reso troppo costosa un’aggressione tra Nazioni sovrane, l’invasione russa dell’Ucraina ha dimostrato il contrario.

E allora, rimarca Parsi, nonostante il clamoroso attacco alle Twin Towers, a minacciare in modo radicale l’Occidente forse non è mai stata qualche Nazione mediorientale: piuttosto, il vero pericolo proviene da Stati – come Cina, Russia e Corea del Nord – che disprezzano i valori democratici e concepiscono il potere del leader come illimitato.

L’incognita Europa

E l’Ue che ruolo gioca in tale contesto? Parsi definisce «infezione» la progressiva accettazione europea della guerra come prassi della politica internazionale: un’abdicazione fatale rispetto ai valori fondanti dell’Unione.

A 25 anni dall’11 settembre, che pure ha dimostrato la fragilità dell’America, il timore di perderne l’appoggio o di avere a che fare con “predatori” peggiori, paralizza il vecchio Continente, cosicché nessuno si accorge che dividersi significa indebolirsi.

Difendere la democrazia, oggi, non vuol dire smettere di avere paura: vuol dire non lasciare che sia l’angoscia a decidere fino a dove la vogliamo proteggere.

Per approfondire

Libro su America dopo Trump
L’America che verrà dopo Trump di Viviana Mazza

L’America che verrà dopo Trump (Bompiani) di
Viviana Mazza, corrispondente dagli Stati Uniti per il Corriere della Sera, indaga in questo saggio (Bompiani) le tensioni che attraversano la democrazia Usa, i possibili scenari del dopo Trump, l’identità di un’America davanti a un bivio.

libro su 11 settembre
Da Giuliani a Mamdani. New York. 25 anni dopo l’11 settembre di Maria Teresa Cometto e Glauco Maggi (Mind)

Maria Teresa Cometto e Glauco Maggi, gli unici giornalisti italiani sotto le Torri Gemelle, raccontarono gli attentati sul Corriere della Sera e La Stampa. In Da Giuliani a Mamdani. New York. 25 anni dopo l’11 settembre (Mind) analizzano la rinascita della città, tra luci e ombre.